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  08.02.2018 | 22:30
Molto bene
 
 

Un pomeriggio d’estate di vent’anni fa, saranno state le cinque del pomeriggio, andai dal mio amico Fabio. Appena entrato in casa sua Fabio mi disse: senti qua, ti leggo una cosa. La cosa che poi mi lesse era la prima pagina di Alta fedeltà di Hornby. Nella prima pagina di Alta Fedeltà l’io narrante dice a una donna che, per quanto lei l’abbia deluso, tutto sommato non c’è problema, non è nulla di grave, anzi, quello che è successo non è nemmeno tra le cinque peggiori delusioni della sua vita. Chiaramente non è vero, l’io narrante è delusissimo e quella delusione che sta sminuendo è la peggiore della sua vita. Ma lui non può dirlo. Non vuole dare soddisfazione a quella donna. Vuole farle capire che se è sopravvissuto al resto non soccomberà nemmeno stavolta, e che lei non ha il potere di fargli davvero male.
Mi piacque così tanto quella prima pagina che quando poi lessi il libro, poco tempo dopo, ne rimasi influenzato come da nessun altro libro, tranne forse Fame di Hamsun che fa storia a parte essendo come è noto il romanzo migliore della storia della letteratura.
Alta fedeltà mi influenzò un po’ perché mi spinse a scrivere un libro, Ogni eroe porta due baffi, che è abbastanza Hornbyano, se si tralascia il dettaglio che Alta fedeltà è un bel libro mentre Ogni eroe porta due baffi fa cagare, e un po’ perché da allora ho utilizzato continuamente anch’io quel meccanismo di difesa della prima pagina che più o meno si può tradurre con  “non fa male, ho visto di peggio, e se non ho visto di peggio in passato, tra un po’ vedrò comunque di peggio o di molto peggio, quindi inutile fissarsi su questa parentesi orrenda quando quello che è venuto prima e quello che verrà dopo è stato o sarà ancora più orrendo, ma se anche non avessi mai visto niente di peggio prima e non vedrò niente di peggio dopo voi sarete gli ultimi a saperlo, anzi non lo saprete mai, la consapevolezza dell’orrendità ineguagliabile di questo momento è talmente segreta che persino pensarla tra me e me mi fa pensare di violare un patto, e io non voglio violare patti, o almeno non questo, perché violare un patto mi rende debole e io non devo essere debole”.

Questo pensavo ieri mentre accompagnavo Nora a giocodanza. Camilla mi aveva detto che la lezione era aperta ai genitori ma sul momento non avevo dato molto peso alla cosa. In fin dei conti, pensavo, anche se fossero tutte mamme e figlie non c’è problema, sono abituato a stare in mezzo alle femmine: ho due figlie, al lavoro sono l’unico maschio con dieci colleghe. Che sarà mai, non sarà nemmeno tra i cinque peggiori momenti della mia vita.
Io e Nora siamo arrivati puntuali al Cierrebì. Siamo entrati nello spogliatoio, poi l’ho aiutata a svestirsi e a mettersi il tutù e i collant. Io mi sono tolto le scarpe e il maglione. L’ho presa per mano e alle 17,50 esatte abbiamo fatto ingresso nella sala della giocodanza.
La sala era esattamente come una di quelle stanze dove ti aspetti che le ballerine facciano le loro prove di ballo. Parquet, spalliere, una lunga sbarra a un metro d’altezza, uno specchio che occupava tutta una parete.
Dentro la sala, tredici bimbe, Nora compresa.
Dodici mamme.
Un’istruttrice di danza.
Una collaboratrice dell’istruttrice di danza che faceva delle foto accucciata in un angolo.
Un’altra collaboratrice dell’istruttrice di danza che si muoveva per la sala senza uno scopo definito se non quello di aumentare il disagio di una sproporzione già di per sé imbarazzante: ventotto femmine (di cui tredici tra i quattro e i cinque anni che indossavano identici, graziosissimi tutù color rosa confetto e quindici tra i trenta e i cinquant’anni che indossavano identici, minacciosissimi tutoni di ciniglia color piombo), e un papà già sudatissimo che voleva solo essere invisibile o ubriaco o comatoso da quel momento fino alle 18,40, per poi riacquistare visibilità o sobrietà o coscienza alle 18,41, nello spogliatoio, al momento di togliere il tutù alla propria figlia facendole i complimenti per le splendide spaccate volanti.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre in punta di piedi alle 18,03 porgevo un grande fiore di stoffa a una bimba con le orecchie a sventola, e l’enorme specchio di fronte mi rimandava l’immagine di un coglione che avanza con andatura equivoca mentre cinquantotto occhi, compresi gli occhi del coglione, lo guardano fare la cosa più simile possibile al “muoversi leggiadro” che rappresentava la sadica indicazione della sadicissima istruttrice mentre la non meno sadica collaboratrice fotografava la scena per poi caricarla su un gruppo whatsapp da cui per fortuna il coglione era escluso.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre l’istruttrice alle 18,11 diceva: allora, mamme, bimbe e anche il papà, adesso fate la diagonale coi saltelli, mi raccomando, è come la posizione del fiore però in movimento, ricordate vero la posizione del fiore? e io mi preparavo ad affrontare la diagonale coi saltelli senza avere alcuna memoria della posizione del fiore, anzi col dubbio che la posizione del fiore non ce l’avesse proprio spiegata e fosse una specie di sempre più sadico trabocchetto, forse perché la posizione del fiore non esisteva nemmeno nel kamasutra.

Non è il momento peggiore della mia vita, non è nemmeno uno tra i primi cinque, pensavo mentre alle 18,18 dondolando come un gibbone seminarcotizzato interpretavo a mio modo l’indicazione “prendete confidenza con lo spazio intorno a voi” dell’estremamente sadica istruttrice, e l’enorme specchio di fronte a me mi rimandava l’immagine di un coglione che forse era guardato solo da sei oppure otto occhi invece dei soliti cinquantotto ma non smetteva nemmeno per un attimo di essere il coglione che non sapeva nemmeno che lo spazio era una cosa che poteva suscitare qualche emozione anche solo vagamente simile alla confidenza.

Poi, alle 18.33 precise, come indicava il grande orologio sopra lo specchio che occupava tutta una parete della sala, quando ormai mancavano solo 7 minuti alla fine della lezione aperta ai genitori, dodici mamme e un papà, mentre affrontavo una nuova diagonale tenendo inspiegabilmente le mani sui fianchi come una Julie Andrews o una cazzo di Romy Schneider che scende lieta da una collina mitteleuropea noncurante dei problemi che affliggono il mondo, e una mamma guardandomi affrontare così la diagonale aveva un attacco di riso incontrollabile che non cercava nemmeno di nascondere, uno di quegli attacchi che non dovrebbero essere concessi a una mamma che indossa una minacciosissima tutona color grigio piombo, neppure quando guarda un coglione in calzini che affronta una delle ultime diagonali con delle inconcepibili mani sui fianchi, non pensavo più a nulla se non a una cosa: che se ero lì, nonostante tutto, la mamma che rideva, tutte le altre femmine piccole o grandi, la situazione nel suo complesso, il sudore, il parquet scivoloso, la posizione del fiore, l’impossibile confidenza dello spazio, l’altrettanto impossibile leggiadria dei movimenti, era solo perché io, a Nora, voglio molto bene.


 

Autore: zumba | Commenti 1 | Scrivi un commento

  29.01.2018 | 21:33
La risposta è sì
 

Un po’ perché non sono più capace di scrivere su questo blog, un po’ per quello che è successo ieri, riciclo un post di gennaio 2013.
Era tempo di Australian Open, come ora.


Venti Slam 

Uno scrittore definito da un famoso giornale specializzato in definizioni argute come ‘la mente migliore della sua generazione’, definizione che per quanto lusinghiera a partire da un dato momento ha fatto sì che ogni nuova opera dello scrittore fosse accolta non tanto come romanzo – se era un romanzo – né come raccolta di racconti – se era una raccolta di racconti – né come saggio – se era un saggio – ma come l’ennesima prova che le sinapsi cerebrali dello scrittore grazie alle meravigliose pompe sodio potassio erano le migliori sinapsi della sua generazione, cosa che ha qualcosa di vero ma è molto riduttiva come sa chi per esempio ha letto un romanzo molto lungo dello scrittore-mente che oltre a essere la prova delle ottime pompe sodio potassio e dei prodigiosi dendriti dello scrittore-mente è anche e forse soprattutto un romanzo coi controcazzi come solo un romanzo postmoderno o postpostmoderno coi controcazzi sa essere, o come chi ha letto per fare un altro esempio un saggio dello scrittore-mente su un famoso tennista che oltre a essere la prova di una differenza di potenziale postsinaptico differente dalla differenza di potenziale postsinaptico di qualsiasi altro scrittore della sua generazione è anche e forse soprattutto un omaggio tutt’altro che virtuosistico a uno sport che lo scrittore-mente amava e praticava, uno scrittore, dicevo, si suicida mentre sta scrivendo un romanzo.
Come è facile prevedere i grandi capi delle case editrici di tutto il mondo non si lasciano sfuggire l’occasione di pubblicare il romanzo incompiuto dello scrittore-mente, e come è ugualmente facile prevedere la fascetta che abbraccerà il romanzo nel più ipocrita degli abbracci recherà quella definizione che non lascerà lo scrittore-mente neppure da morto, e tutto questo nonostante sia chiaro non solo ai grandi capi delle case editrici ma a chiunque abbia letto almeno quindici righe dello scrittore-mente che il romanzo postumo è talmente incompleto da risultare impubblicabile, talmente incompleto da fare sentire chiunque non si sia limitato a leggere quindici righe dello scrittore-mente, ma si sia spinto fino ad apprezzarlo tanto da sviluppare una dipendenza nei confronti delle sue opere affine a quella che sviluppano alcuni dei personaggi del suo romanzo molto lungo nei confronti di un film che dà il titolo al romanzo molto lungo, da far sentire il lettore di quel romanzo incompleto una specie di necrofilo voyeurista di infimo grado, talmente incompleto che se solo lo scrittore-mente avesse saputo della sordida operazione commerciale in cui sarebbe stato trasformato il suo romanzo forse lo scrittore-mente avrebbe gettato le pagine nello stufa come aveva fatto Gogol’ con l’ultima parte delle anime morte più di centocinquanta anni prima.
Il racconto che ancora una volta non scriverò parlerà di uno di questi grandi capi delle case editrici – uno dei più buoni, uno dei più combattuti, uno di quelli affetti da alopecia del pelo sullo stomaco – che subito dopo la pubblicazione del romanzo incompleto riceve in sogno la visita dello scrittore-mente, tutte le notti per un anno lo stesso sogno, e nonostante il grande capo buono e combattuto durante il sogno pensa tutte le volte che lo scrittore-mente stia per dirgli qualcosa come ‘che cosa cazzo ti ha fatto pensare che io avrei avallato lo scempio che avete fatto, bastardi?’,  per poi mettergli le mani addosso tanto da costringerlo a confessare di essere – il grande capo buono e combattuto – la merda migliore della sua generazione, in realtà no, lo scrittore-mente, nel sogno, tutte le notti, si limita a sedersi sul letto accanto al letto del grande capo buono e combattuto, le braccia appoggiate stancamente sulle cosce, la bandana bianca sulla testa, gli occhiali leggermente ovali alla Camillo Benso conte di Cavour, e dopo aver dato un’occhiata in giro per la camera del grande capo  - buono, combattuto e indeciso se addossare tutte le colpe della necrofilia editoriale all’addetto marketing senza scrupoli appena assunto dalla casa editrice -,  lo scrittore-mente dice soltanto ‘secondo te Federer ci arriva a venti Slam?’.
   

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  08.05.2017 | 23:15
L'occupazione
 
 

Nel 2012 facevo parte della giuria del concorso di racconti illustrati Tapirulan. Alla redazione dell’associazione, di racconti da valutare ne arrivarono 604. Almeno 524 erano orrendi. Dei restanti 80 alcuni erano passabili, altri belli, altri ancora molto belli e poi ce n’era uno che per me non solo era il più bello tra quelli arrivati, ma era proprio il racconto più bello che avessi mai letto. Sono ancora di quell’avviso: non ho più letto un racconto bello come quello. Quel racconto, un po’ perché piaceva anche a un altro paio di persone in giuria, un po’ perché io avevo insistito molto per inserirlo nella raccolta, alla fine fu selezionato, ma non vinse il concorso.
Il concorso fu vinto da un racconto intitolato Eleonora, scritto da un autore chiamato Alessandro Sesto. Alessandro Sesto aveva inviato anche un altro racconto alla redazione del concorso. L’altro racconto si chiamava In qualche posto tipo Oklahoma. Per me era più bello di Eleonora, ma la pensavo così solo io. Quindi forse sbagliavo. In  ogni caso, per quanto a me piacessero entrambi i racconti, ero abbastanza sicuro che nessuno dei due fosse all’altezza del racconto più bello che avessi mai letto.
Alla premiazione del concorso parteciparono alcuni degli autori, tra cui Alessandro Sesto. Quando il presidente di giuria disse ad Alessandro Sesto che il suo racconto intitolato Eleonora ci aveva fatto ridere molto e poi gli chiese che cosa facesse ridere lui, Alessandro Sesto tacque qualche secondo poi disse: Woody Allen. Non aggiunse altro.

Col tempo io e Alessandro siamo diventati amici. Abbiamo riso senza mai parlare di Woody Allen. Abbiamo pranzato e cenato osservando una rigida turnazione Bologna/Verona/Cremona/Parma/Bibbiano. Abbiamo condiviso (io, lui, Robi, Alberto, Andrea) i primi episodi delle Idioziadi quando ancora si chiamavano Demenziadi e noi non sapevamo che quello sarebbe diventato un romanzo. E di Alessandro ho letto i primi due libri, che sono le due raccolte di racconti meno catalogabili come raccolte di racconti nella storia della letteratura. In realtà si tratta di una raccolta di saggi e di un romanzo mascherato da raccolta di racconti. Ci sarebbero delle cose da precisare su questi due libri, ma non qui. Basti dire che vi potrà capitare di leggere libri più divertenti dei suoi (ma pochi), e vi potrà anche capitare di leggere libri in cui spicchi ancora di più la lucidità di una mente superiore (ma pochi anche di quelli), ma di certo non vi potrà capitare di leggere libri che siano così divertenti e contemporaneamente così intellettualmente convincenti, diciamo così.

Dopo questi due libri, Alessandro ha scritto un romanzo, l’Occupazione.
L’occupazione è tutto quello che sono i due libri precedenti, ma in misura maggiore. Più divertente, più convincente. Data la scelta di scrivere un romanzo distopico (ma non ditegli che è un romanzo distopico a meno che non vogliate vederlo reagire come se gli diceste che avrebbe dovuto inserire qualche avverbio in più, ma solo nelle pagine pari) il rischio cagata, o almeno il rischio scarsa credibilità, era concreto. E invece il romanzo è credibile. Ma in maniera scettica, cinica, mefistofelica e sospesa. Orwell mischiato con Luttazzi mischiato con Bulgakov mischiato con, boh, Cartesio. E al tempo stesso diverso da tutto il resto. Non una parola di troppo. Non una parola fuori posto. Prosa sorvegliata, dicono alcuni usando un’espressione che può piacere o fare schifo. A me fa schifo.
E poi quello che in un certo senso è il suo marchio di fabbrica, qualcosa per cui potrebbe pretendere diritto di copyright (e magari lo farà, vai a sapere): il tipico giro di frase alla Alessandro Sesto, la spirale ascendente-logica-aristotelica-tolemaica che termina con la svirgolata pecoreccia: forse qualcun altro l’avrà tentata, ma non con la sua sistematicità e, soprattutto, non con la sua abilità. 
Ma non è di questo che volevo parlare, perché questo era tutto sommato preventivabile, nonostante le incognite legate alle differenze tra scrivere un romanzo e scrivere una raccolta di racconti, per quanto anomala.
Quello di cui volevo parlare e che non era preventivabile ha a che vedere con l’emotività.
Nelle cose che scrive Alessandro è difficile individuare un contenuto emotivo. E’ difficile perché, secondo me, non c’è. E non c’è perché non è importante che ci sia. Non serve. Ogni periodo di Alessandro è come privato di quella componente. E’ essiccato. E’ liofilizzato.
I personaggi sono quello che fanno, come dice lo stesso Alessandro. Non quello che provano. Mc Carthy al confronto è un amante dell’introspezione. La cosa più vicina alla sfera emotiva (sempre che sia una sfera, perché potrebbe anche essere un’emisfera, o una sfera cava) che accade nel suo romanzo accade quando nei primi capitoli Nora (gran bel nome, va detto) lascia Andreas. In quel caso Andreas vomita, ma mentre vomita non soffre. No. Mentre vomita, confronta quel vomito con un altro suo vomito, il vomito di quando una sua ex l’aveva lasciato. Mentre vomita, Andreas non sta male. Soppesa, confronta. Valuta.

Tutto questo vale per i primi due libri di Alessandro e per tutto il terzo. Tranne l’ultimo capitolo di questo. L’ultimo capitolo dell’Occupazione, oltre a essere uno dei due o tre migliori finali che vi capiterà di leggere nella vostra vita se leggerete questo straordinario libro (a meno che non siate di quelli che amano i finali in cui tutto diventa finalmente chiaro, nel qual caso state leggendo il post sbagliato), è la dimostrazione che Alessandro non è solo una micidiale combinazione di astuzia e sarcasmo, o di scetticismo e sagacia, o di ironia e dialettica, o di quello che vi pare e quello che vi pare.
Alessandro è uno che sa far piangere in silenzio gli scarafaggi.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento

  07.03.2017 | 22:53
Nell'erba alta
 
 

Qualche anno fa un mio amico discuteva con un suo amico su un concetto per sua natura piuttosto ostico. Parlava, in parole povere, del senso della vita. Curiosamente il mio amico e il suo amico si trovavano d’accordo nel definire l’esatto istante in cui la vita ha inizio, ma discordavano sulla liceità da parte dell'essere umano di disporne a piacimento.
Un po’ più semplice, secondo il mio amico, era domandarsi quando nasce un’antologia.
Si potrebbe pensare, sempre secondo il mio amico, che l’antologia nasca nel momento in cui il libro esce dalla tipografia. Qualche nostalgico di gnoseologica classica, appassionato della vecchia storiella dell’albero che cade ma nessuno lo sente e pertanto non fa rumore, quel qualcuno secondo il mio amico potrebbe addirittura sostenere che l’antologia esiste nel momento in cui c’è un pubblico che la legge. Sarebbe come se il mio amico avesse detto al suo amico che secondo lui un bambino esiste da quando inizia ad avere consapevolezza di sé e di conseguenza memoria, cioè attorno ai tre o quattro anni. Sulla questione della vita il mio amico aveva molti dubbi e nessuna certezza, ma sulla questione dell’antologia aveva la sua da dire. Lui credeva che l’antologia nascesse ben prima di uscire dalla tipografia, lui credeva che nascesse prima ancora di entrarci, in tipografia, prima di essere editata, corretta, impaginata.
Io, devo ammettere, superati i quindici anni non ho più riflettuto molto sul senso della vita. E’ come se mi fossi imposto di pensarci solo quando non avrò più niente di terreno, di quotidiano, di prosaico a cui pensare. Ma magari anche allora rinvierò il pensiero. Ho riflettuto invece anch’io sulla nascita di un’antologia. Ci ho riflettuto per diverse ragioni, una delle quali è che io ho scritto un’antologia di racconti, un’antologia di racconti che quel mio amico mi ha aiutato a scrivere. Un’altra delle ragioni è che anche quel mio amico ha scritto un’antologia di racconti, e io l’ho aiutato a scriverla così come lui ha aiutato me.
Le nostre antologie hanno avuto concepimenti diversi, gestazioni diverse, nascite diverse, vite diverse e probabilmente avranno morti diverse, ammesso che le antologie muoiano, prima o poi.
In mezzo a tante diversità hanno forse anche alcune affinità, che però è difficile per me spiegare per almeno due motivi.
Primo motivo: non mi ricordo più tanto bene come è andata con la mia antologia, che apparentemente è nata nel 2012 ma, dando retta al ragionamento del mio amico, è invece nata quando la prima differenza di potenziale neuronale ha dato il via al primo impulso nervoso che in qualche modo è diventato un qualcosa che poi è diventato qualcos’altro che poi è diventato qualcos’altro ancora e infine è diventato un pensiero che poi sarebbe diventato una parola pensata di un racconto ancora solo immaginato, il primo racconto immaginato di quell’antologia, né mi ricordo o forse non ho mai saputo esattamente come è andata con la sua, che è nata nel 2016 ma al termine di un parto quadriennale iniziato nel 2012 e dopo una gestazione di almeno una decina d’anni, se vogliamo continuare a dar retta al mio amico e alla sua teoria secondo cui la nascita di un’antologia ha più a che fare con la neurofisiologia che con la tipografia.
Secondo motivo: oggi, nel 2017, ma forse anche l’anno scorso, due anni fa, tre anni fa, quattro anni fa, cinque anni fa, è ed era difficile per me distinguere ciò che io avevo scritto nella mia antologia da ciò che lui aveva scritto nella sua, ma anche da ciò che io avevo scritto nella sua e da ciò che lui aveva scritto nella mia. E oltre a essere difficile, era inutile. Era difficile, e inutile, perché la verità è che abbiamo scritto insieme entrambe le antologie. E scrivere insieme un’antologia è un atto di fiducia e di amicizia che, quando lo ricordo, mi commuove come poche cose. Io non avrei scritto con nessun altro un’antologia, e credo neanche lui.
Ma adesso fermiamoci che non è ancora giunto il momento di farci i bocchini a vicenda, diceva quel tipo in quel film.

Leggete l’antologia “nell’erba alta” di Alberto Calorosi appena potete. Non leggetela per quello che ho scritto sopra. Leggetela perché è un bel libro. Leggetela perché quando arriverete a quel “guardati” che è una delle ultime parole del libro vi sentirete come sul Mont Ventoux della letteratura, e stare lassù, fidatevi, non capita spesso. Leggetela perché i racconti bisogna saperli scrivere, e Alberto li sa scrivere.    

Autore: zumba | Commenti 2 | Scrivi un commento

  03.02.2017 | 15:49
La fine
 
 

A luglio del ‘14 era più o meno un anno che avevo preso a seguire il tennis e nella sua vittoria un po’ ci credevo. Mi ero messo lì col computer sotto le dita, correggevo le idioziadi e seguivo la finale. Guardavo punto dopo punto sul sito del torneo, intanto rileggevo gli episodi e scrivevo un post sulla finale. Era il periodo dei little pony. Un periodo un po’ così. Non bello, neppure brutto. Confuso, ma senza confusione. Alla fine del quarto set sembrava finita, il serbo era avanti 2 set a 1 e 5-2 nel quarto, un break di vantaggio, e il serbo un break di vantaggio è quasi impossibile che lo perda, soprattutto al quarto set di una finale. Invece poi il break se l’è fatto fare, il serbo, e si sono ritrovati prima 5-3, poi 5-4, poi 5-5. Sul 5 pari lui gli ha fatto un altro break, al serbo, una cosa ancora più improbabile del break sul 5-3: ormai, come si dice, l’inerzia del set era dalla sua parte. Ha vinto il quarto set 7-5, mi ricordo che Edberg in tribuna sul set point ha perso un po’ del personale aplomb. Restando comunque molto pettinato. Dopo qualche game, forse sul 2-2 al quinto set, non resistevo più e sono uscito. Una ragazza con l’aria triste mi ha chiesto dei soldi per il biglietto del treno (questa cosa l’ho già scritta nel post che avevo cominciato a scrivere poco prima, durante i primi set della partita e la contemporanea correzione delle idioziadi). Io sono tornato a casa, ho preso i soldi per la ragazza pensando che il destino mi avrebbe premiato. Sono uscito con 20 euro nella mano, la ragazza non l’ho più vista, allora sono tornato a casa in tempo per vedere la fine. Il serbo gli ha fatto un break e ha vinto la partita. Peccato, mi sono detto, peccato davvero anche perché non ne capiteranno tante altre di occasioni così, comunque il serbo resta un comprimario, non è mica lo spagnolo. Fosse lo spagnolo capirei, sarebbe grave e forse irreversibile, ma il serbo resta un paio di gradini sotto di lui e da lì non sale. I venti euro poi li ho rimessi nel portafoglio.

A luglio del ‘15 pure, ci credevo, anche se da qualche mese il serbo era ancora più forte dell’anno prima. In semifinale aveva giocato male, il serbo, e aveva speso molte energie, mentre lui aveva giocato benissimo contro lo scozzese, la più bella partita dell’anno secondo alcuni, e aveva speso poche energie. Però sapevo che il serbo anche quando spende tante energie ha sempre un serbatoio segreto di energie da cui attingere. Sempre. Mentre lui anche quando spende poche energie è capace di perderle tutte in una volta. Come avesse dei buchi nel serbatoio. Però lui era più forte, del serbo, ed era più in forma. Era in fiducia, come si dice, e quando si è in fiducia si possono fare grandi cose. Persino battere il serbo a luglio del ’15, nel torneo più importante dell’anno. Le idioziadi non le correggevo ormai più, il libro era quasi finito, e anche coi post avevo rallentato molto. Non pensavo che avrei retto un’altra finale guardando punto dopo punto sul sito del torneo, e così sono andato al cinema. Da solo. Al Chaplin c’era l’ultimo film di uno considerato l’erede di Woody Allen. Il cellulare non me lo sono portato per evitare che qualcuno mi chiamasse e mi aggiornasse sull’andamento della partita. Sono tornato a casa durante l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti due set a uno. Mentre guardavo lo schermo il serbo ha vinto l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Peccato, mi sono detto, peccato davvero, perché se già era una delle ultime occasioni l’anno scorso figuriamoci quest’anno, ormai ha 34 anni, un’età da ritiro, e poi prima o poi oltre al serbo e allo scozzese tornerà in forma anche lo spagnolo, e quando tornerà in forma lo spagnolo allora sì che saranno cazzi da cagare, comunque questi sono discorsi inutili perché non ha perso dallo spagnolo, quello sì che sarebbe tremendo e deprimente, in fin dei conti si tratta solo di una sconfitta col serbo, e il serbo può vincere quanto gli pare ma non è e non sarà mai lo spagnolo. A me tra l’altro Woody Allen è sempre stato sui coglioni.

A settembre del ’15 ci credevo appena un po’ di meno rispetto a luglio ma ci credevo comunque ancora abbastanza. Il serbo aveva vinto in Australia e in Inghilterra, poteva ritenersi soddisfatto e lasciargli il torneo americano, che tanto in Francia aveva perso e quindi il grande slam era impossibile. E poi in semifinale il serbo non aveva fatto una grande impressione, non almeno come lui che aveva, come si dice, asfaltato l’altro svizzero facendo vedere quasi il miglior tennis della sua vita. Sapevo che delle semifinali giocate male dal serbo e giocate bene da lui non aveva senso fidarsi, l’esperienza doveva pur insegnare qualcosa, ma stavolta poteva comunque andare diversamente. Lui aveva da un paio di settimane battuto il serbo in un altro torneo, l’aveva battuto a tratti ridicolizzandolo, utilizzando un trucchetto chiamato SABR, una risposta alla battuta molto avanzata, la classica trovata che fa andare in banana gli schemi del serbo, che è simpatico, fa le imitazioni, offre i pasticcini, coinvolge il pubblico, ma quando qualcuno gli manda in banana gli schemi non scherza più neanche per il cazzo, e urla e si incazza peggio di quel tennista americano degli anni ’80, quello che chiamavano il genio, quello coi capelli ricci e la fascia di spugna sui capelli ricci, quello che diceva che uno come lui valeva come diecimila spettatori, quello che diceva anche you can’t be serious, all’arbitro, e su questa frase ci ha costruito la sua fama post ritiro. Insomma, c’era da essere vagamente ottimisti. O almeno non del tutto catastrofisti. Quella sera prima della finale mi ricordo che ho chiesto a Nora: cosa dici, stavolta lui lo batte il serbo? E lei mi aveva risposto dopo una breve pausa riflessiva: sì. Davvero? Avevo insistito io. Batte il serbo anche se si gioca 3 set su 5? Sì, aveva garantito Nora dopo un’altra pausa meditativa. E io le avevo creduto. In teoria la partita doveva iniziare verso le 22. Alle 21,50 ho spento il computer e da quel momento non ho più controllato il cellulare. Alle 23 sono andato a letto. All’una di notte mi sono svegliato. A quell’ora poteva essere già finita. Ho controllato sul cellulare. La partita stava iniziando in quel momento per via della pioggia delle ore precedenti. Mi sono riaddormentato. Alle quattro e mezza mi sono risvegliato. Ho ricontrollato sul cellulare. Si stava giocando l’ultimo game del quarto set, col serbo avanti 2 set a 1. Sono rimasto a fissare il cellulare mentre il serbo vinceva l’ultimo game, il set, il match e il torneo. Ero troppo stanco per fare bilanci. Ma se ne avessi avuto la forza avrei pensato ancora una volta allo spagnolo più che al serbo. Forse. Nora si era sbagliata, e questo era strano.

Quest’anno non ci credevo per niente. Non ci credevo perché era impossibile crederci. Era impossibile crederci perché era ovvio che il meglio nel torneo l’aveva già dato, aveva battuto il giapponese e lo svizzero, aveva vinto al quinto set con tutti e due. Era già molto più di quanto chiunque, anche il più ottimista, potesse sperare. Sarebbe stato impossibile crederci persino se in finale ci fossero stati lo scozzese oppure il serbo. In finale invece c’era lo spagnolo. L’ultima volta che lo spagnolo aveva perso con lui in una finale importante era il 2007, dieci anni prima, quando lui aveva 26 anni e lo spagnolo 21, cioè quando lui era al massimo della forma e lo spagnolo era ancora un po’ acerbo. Da lì una serie di sconfitte, di crolli indecorosi al terzo al quarto o al quinto set, le conseguenti valutazioni pseudopsicologiche che indicavano una sudditanza ormai cronica e le non meno temibili valutazioni tecniche che portavano tutti a escludere che lui potesse avere una valida alternativa di rovescio al diritto mancino dello spagnolo. Il mostruoso diritto mancino dello spagnolo. La chela. Il toppone. Il colpo più arrotato e ingiocabile della storia del tennis. Quel micidiale diritto mancino incrociato che andava a finire sul suo timido rovescio. Anche se non ci credevo non ero così leggero da potermi permettere di seguire in diretta la partita, anche perché a me come a tutti quelli che hanno seguito almeno un po’ il tennis negli ultimi anni quel torneo faceva tornare in mente quello che era successo nel 2009. Lui che vince una semifinale in scioltezza il giovedì. Lo spagnolo che vince dopo più di cinque ore l’altra semifinale al venerdì. La speranza che lo spagnolo possa essere stanco dato il giorno in meno di riposo. E poi lo spagnolo che vince la finale al quinto set, e lui che durante la premiazione piange e dice che quella sconfitta fa male più delle altre. Di anni ne sono passati otto, lui ormai ne ha 35. Troppi per pensare di poter battere lo spagnolo. Troppi forse per pensare anche solo di poter offrire uno spettacolo dignitoso per un paio d’ore. Anche se lo spagnolo aveva giocato anche questa volta la semifinale al venerdì e lui al giovedì. Non era più tempo di illudersi sulla capacità dello spagnolo di provare la fatica, ma andava comunque benissimo così. In fin dei conti, dopo sei messi di inattività, era quasi troppo essere arrivati in finale. Dispiaceva comunque esserci arrivati con l’unico vero avversario, e perderci ancora una volta, forse l’ultima. Ma pazienza. Sono andato al cinema con le bimbe, ancora una volta senza cellulare. Siamo tornati a casa verso le 13, tre ore e mezza dopo l’inizio della partita. Appena entrato in casa ho preso in mano il telefono e ho cercato il risultato della partita. Ero quasi sicuro che fosse già finita. E se non era finita era pure peggio, perché era impossibile che lui battesse lo spagnolo in una partita che durava da più di tre ore. Se non era finita voleva dire che si trattava di una lunghissima agonia che prevedeva un unico finale, il solito. Sul lato sinistro dello schermo del cellulare c’era il nome dello spagnolo, sul lato destro c’era il suo nome. In mezzo, tra i due nomi, c’era il risultato di alcuni set ormai finiti, non riuscivo a capire quanti, e il risultato di un set che doveva ancora finire, col parziale di 5-3 per lui. Non poteva essere il quinto set, perché lo spagnolo contro di lui non può stare sotto nel punteggio al quinto set. Non è proprio possibile per tante ottime ragioni, doveva essere per forza il quarto set. Lo spagnolo al quinto set è un po’ come lo squalo bianco Bruto del cartone alla ricerca di Nemo quando una gocciolina di sangue di Nemo gli finisce nel naso. E lui al quinto set è un po’ come Nemo quando una gocciolina del suo sangue finisce nel naso dello squalo bianco Bruto. Ho ricontrollato: 4-6 6-3 1-6 6-3 3-5. Erano davvero al quinto set. Ancora una volta avevo indovinato il momento. Ancora una volta l’ultimo game. E lui non stava perdendo. Forse lo spagnolo si era fatto male. Sicuramente, era l’unica spiegazione. Una distorsione sul 3-1, o forse i crampi. Il riacutizzarsi dei problemi alla schiena che gli avevano fatto perdere la finale sempre lì in Australia nel ’14. Non era nemmeno escluso un attacco di diarrea. Ma chissenefrega, sarebbe venuto poi il tempo di analizzare la partita. Adesso era solo il momento di vedere se quel 3-5 per lui diventava 4-5 oppure 3-6. Mentre aspettavo fissando lo schermo mi sono ricordato di come finisce la scena dello squalo bianco Bruto.

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  10.01.2017 | 22:52
Gli egiziani sono gente rispettosa
 
 

Le cose che ricordo che avevo da piccolo sono le cose che ricordo che poi a un certo punto non ho più avuto. A volte ho smesso di averle da grande, a volte ho smesso che ero ancora piccolo. Per dire, nel 1980 sono andato in Egitto. Avevo 6 anni. Non sono andato da solo in Egitto, ci sono andato con mio padre, mia madre e mio fratello. Abbiamo fatto un giro sul Nilo col battello. Il battello era uguale identico a quello di assassinio sul Nilo. Sul battello dove siamo andati noi non c’è stato nessuno assassinio, però mi ricordo che a un certo punto mi è venuta la febbre. Abu Simbel che per alcuni è la cosa più bella di tutto l’Egitto io non l’ho vista per niente, sono rimasto tutto il giorno in battello a mangiare minuscole banane verdi e a bere carcadè. Qualcuno tra mio padre e mia madre deve essere rimasto con me, non credo che mi abbiano lasciato da solo col battelliere, però non mi ricordo bene. Il battelliere comunque era una brava persona, quindi non ci sarebbero stati problemi. Forse con me ci è rimasto mio padre, che era un dottore e sapeva misurare la febbre anche senza termometro. Un termometro a bordo in ogni caso secondo me c’era, era un battello abbastanza accessoriato. Il carcadè tra l’altro mi ha sempre fatto schifo, forse già dal 1978 se non da prima, mentre le banane verdi no, ma solo perché avevano troppo poco sapore per farmi schifo. Il giro in battello è durato qualche giorno, quando è finito siamo andati dentro alle Piramidi. Prima di entrare ero sicuro che avrei schiacciato qualche punto del pavimento che avrebbe fatto restringere di colpo le pareti. Per sicurezza camminavo al centro dei corridoi, così potevo avere qualche secondo di vita in più di quelli che camminavano attaccati ai muri. Così pensavo, ma era ovvio che era un pensiero sbagliato. Saremmo morti tutti insieme con una gran fragore di ossa scricchiolanti. E invece non è successo. Le pareti non si sono ristrette. Nessuno è morto. Nessuno ha schiacciato i punti sbagliati. A dire la verità non posso esserne proprio sicuro perché sono uscito per primo dalla piramide di Cheope dopo aver distanziato tutti gli altri. Dopo due o tre corridoi con le pareti immobili avevo acquisito una certa spavalderia. Però se qualcuno fosse rimasto intrappolato dentro credo che in un modo o nell’altro l’avrei saputo. Anche se certe cose ai bambini di solito non le dicono. Fuori dalle Piramidi ho trovato un osso di cammello grande come la metà di un testimone da staffetta, più o meno. Non sapevo se era un osso di cammello, ma quando mia madre è uscita dalla piramide dopo un sacco di tempo e l’ha visto ha detto una cosa tipo: bravo, hai trovato un osso di cammello. In realtà prima ha detto una cosa tipo: la prossima volta aspettaci e non fare lo spavaldo. Comunque quando mi ha detto che era un osso di cammello io le ho creduto. In fin dei conti di cammelli lì intorno ce n’erano molti, mica aveva detto che era un osso di canguro. I canguri secondo me c’erano solo allo zoo del Cairo, che non era nelle vicinanze. Credo. Al limite poteva essere un osso di essere umano, un osso scricchiolato magari trascinato dal vento del deserto fuori dalla piramide, ma questo l’ho pensato anni dopo. Sul momento ero sicuro che fosse un osso di cammello. Quell’osso di cammello è diventato subito il mio oggetto preferito. Non me ne staccavo mai. Andavo in bagno con l’osso di cammello in mano. Mangiavo e appoggiavo l’osso di cammello sul tavolo. I miei genitori non mi dicevano mai che era poco igienico tenere l’osso di cammello sul tavolo. Nemmeno mio padre che era dottore e all’igiene ci teneva molto. Ma neanche mia madre, che ci teneva anche lei. Forse me l’avevano fatto lavare. O forse i tavoli egiziani non erano pulitissimi. O forse tutte e due le cose. La sera andavo a dormire, mettevo l’osso di cammello sul comodino e poi mi addormentavo pensando: no, questo non lo perderò, non farò come col Big Jim dell’anno scorso sulla spiaggia di sveti stefan, questo non lo seppellirò nella sabbia prima di andare a fare un giro in barca sicuro di ritrovarlo al ritorno, quest’osso sarà sempre con me. Al mattino mi svegliavo e l’osso di cammello era sempre lì. Poi un giorno sono andato in autobus. I sedili dell’autobus, mi ricordo, erano di un blu elettrico bellissimo. Ho appoggiato l’osso di cammello nel sedile accanto al mio. Io ero sul sedile lato corridoio, l’osso di cammello sul sedile lato finestrino. La gente saliva sull’autobus, si avvicinava, faceva per sedersi, poi vedeva l’osso di cammello e andava a sedersi da un’altra parte. Capivano che quel posto era riservato all’osso di cammello. Nessuno protestava. Forse qualcuno è anche rimasto in piedi. Gli egiziani sono gente rispettosa. Dopo qualche fermata mia madre mi ha detto: dai, alzati, dobbiamo scendere. E io mi sono alzato. Siamo scesi dall’autobus io, mio fratello, mio padre e mia madre. L’osso di cammello no, è rimasto al suo posto. 

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  27.10.2016 | 22:26
PPL
 
 

Ma visto che tanto le possibilità alla fine sono solo due, che scrivo un nuovo post o che non lo scrivo, che smetto o che per un po’ prolungo l’illusione di riuscire ancora a scrivere qualcosa, anche solo un post, se considero questo tanto vale che lo scrivo, faccio sempre in tempo più avanti a smettere di illudermi. E se devo scrivere un post lo scrivo su di lei.

Un nome talmente finto che è vero. La nascita a New York a inizio novecento. La morte a due anni e mezzo. I genitori inconsolabili.
Qualcun altro, non so, Baricco, inevitabile pensare a lui che è così bravo a non lasciarsi sfuggire storie del genere, qualcun altro come Baricco ci tirerebbe fuori una trama perfetta. Riuscirebbe a ricamarci merletti su merletti di Paracula Perizia Letteraria sul fatto che una bimba con quel nome nasce a New York, muore da qualche parte e viene poi seppellita in provincia di Catania, in un paese che ha il nome di una via e invece non è una via ma un paese. Erano nati in quel paese i genitori? Erano partiti da là speranzosi e leggeri alla fine dell’Ottocento, prima di diventare quelli che sarebbero poi diventati, due genitori non consolabili, o fuggivano da qualcosa che li angosciava e impediva speranza e leggerezza? Dopo quanti anni da quel viaggio nacque lei? Come visse in quei due anni e mezzo? Rise più di quanto pianse? Abbracciava bene come abbraccia Nora? La velocità del suo cervello assomigliava alla velocità del cervello di Agata? Per cosa morì? Una polmonite? Una caduta dal terrazzo? Un osso di pollo rimasto incastrato nella gola? Come fu il funerale? Dove fu fatto? Durante il viaggio di ritorno da New York i due genitori parlarono, si tennero la mano, si abbracciarono anche solo per un secondo sulla scala ripida di un transatlantico? Cercarono di rendersi meno insopportabile quel tempo o prevalse l’inconsolabilità anche reciproca? Affrontarono nella stessa maniera quel lutto o finsero solamente di farlo perché era la cosa più semplice e meno dolorosa? Quell’evento per la coppia rappresentò una di quelle crepe che separano via via sempre di più le due persone che formano la coppia oppure i due si trovarono dalla stessa parte della crepa, e ad allontanarsi fu il resto del mondo? Ebbero altri figli? Se li ebbero, quei figli crebbero affrontando la continuità dell’agiografia del figlio maggiore morto presto, come è successo a tanti in analoghe situazioni? E questi figli minori dimenticati, messi tra parentesi, destinati a uscire con le ossa rotte da un paragone automatico impossibile e ingeneroso avvertirono in sé lo svilupparsi di un globo mellifluo di scontentezza rancorosa che li portò a ribellarsi, anche solo a tratti, a cercare di far capire ai genitori che non erano solo fratelli minori di una bambina morta a due anni e mezzo, salvo poi pentirsi della ribellione e riadattarsi al ruolo da cui non avevano avuto la forza di smarcarsi se non per poco?

Non tutte queste cose, solo alcune mi chiedevo l’altro ieri mentre guardavo la tomba della bambina, e le altre, e il quadrato del cimitero profumato di siepe, e la punta dei cipressi che si fletteva lenta, e il palindromo dell’EtnagigantE dietro la punta dei cipressi, e la faccia nera della chiesa di Trecastagni dove si è sposato mio fratello tra i cipressi e l’Etna, e poi è arrivata la bara con dentro la nonna.

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  29.03.2016 | 22:55
Agata e la meraviglia
 

Io e Agata tornavamo da scuola. Agata ha cominciato a parlare di fiori. A un tratto mi ha chiesto: come si chiama quel fiore? Quello che può essere anche purpureo? Io, dopo un attimo, ho risposto: boh, non so, forse l’orchidea. Sì, orchidea, ha confermato lei. Poi ha aggiunto: che tipo di fiore è l’orchidea? Io ho detto: beh, è un fiore prezioso, dicono. Perché prezioso? Ha chiesto lei? Io, sempre più in difficoltà, ho detto: mh, forse perché è raro. Agata ha annuito, poi ha detto: e allora? Anche se è raro, perché è prezioso? Cioè, una pietra rara, per esempio, solo perché è rara è anche preziosa? Anche se è solo una pietra?
Sono rimasto zitto. Ho pensato: bimba, hai ragione anche stavolta, la mia è una spiegazione del cazzo, chissà cosa c’entra il valore di una cosa con la sua eventuale rarità, se ora cago uno stronzo blu produco qualcosa di raro, magari addirittura di unico, ma non di prezioso, resta pur sempre un pezzo di merda, non dimentichiamolo.
Hai presente le sette meraviglie del mondo? Le ho detto dopo un lungo silenzio. Hai presente che mi chiedi sempre quali sono le sette meraviglie del mondo, e io non so mai quali sono, forse la muraglia cinese, boh, forse le piramidi e il colosso di Rodi? Sì, ha detto lei, ho presente,  e allora? Non le so le sette meraviglie del mondo, ho concluso io, continuo a non saperle, ne so solo una su sette, e non è né la muraglia cinese né il colosso di Rodi né la piramide di Chefren, non è neppure il Taj Mahal, è il tuo cervello, quello è davvero una meraviglia.
Agata ha sorriso, e quando Agata sorride esiste solo il suo sorriso.

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  17.02.2016 | 23:32
il resto
 

Oggi sono andato a fare la spesa all’eurospin. Una volta arrivato alla cassa, ho visto che davanti a me c’era una famiglia: padre, sui 55 anni, bianco; madre, sui 40, di colore; due figlie, di circa 5 e 10 anni. La famiglia aveva fatto una spesa notevole, una marea di cibarie era  distesa sul rullo. Ho cominciato a guardarli.
Non erano organizzatissimi, non avevano neppure un sacchetto. La madre allora ha deciso di comprare un sacchetto di quelli di tela, disponibili al supermercato. Il padre intanto si era piazzato vicino alla cassiera, con l’evidente intenzione di pagare e di non fare nient’altro. La madre con l’aiuto delle figlie ha riempito il sacchetto di tela, ma restava più del triplo della spesa da mettere da qualche parte. Il padre non si muoveva. Io li guardavo e sentivo montare un odio assoluto verso quell’uomo che non faceva niente, solo aspettare di pagare, mentre il resto della famiglia si sbatteva con fretta disorganizzata. La madre ha preso un altro sacchetto di tela, l’ha riempito sempre con l’aiuto delle figlie. Il padre fermo con le mani in tasca fissava la cassiera. Lo odiavo sempre di più: bella vita, eh?, pensavo, te ne stai lì a non fare una sega mentre tua moglie e le tue figlie si occupano di tutto, credi che non ti tocchi far nulla di più di questo, aspettare e poi pagare, magari pensi di fare persino più di quello che ti è dovuto, ma vergognati, coglione, vergognati di quello che sei.
La madre ha preso un terzo sacchetto di tela, l’ha riempito grazie anche alle figlie che le passavano le bottiglie d’olio, i pigiami rosa taglia 6 anni e le sovracosce di pollo. Il padre con gli occhi bassi aspettava il suo momento. Che gran coglione che era.
Alla fine erano rimaste poche cose, una bottiglia di ammorbidente, un pacco di biscotti, le cozze cilene surgelate. La madre si è fatta passare un sacchetto di plastica dalla figlia maggiore, ha sistemato le ultime cose poi, a fatica, è riuscita a sistemare l’ultimo sacchetto nel carrello.
A quel punto la cassiera, dopo aver battuto l’ultimo prezzo, ha detto ad alta voce: sono 104 euro e 84.
Ho guardato l’uomo con disgusto pensando: avanti, coglione, dai un senso alla tua presenza. L’uomo non si è mosso.
La donna ha spostato il carrello, ha preso dalla borsa un piccolo portafogli grigio e ha tirato fuori due pezzi da cinquanta euro e uno da dieci. Poi ha detto: bastano?
L’uomo ha sorriso guardando il denaro passare dalle mani di una donna alle mani dell’altra poi ha detto: eh, ora ci danno anche il resto.

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  17.01.2016 | 21:26
Non c'è bisogno
 

Un anno fa ho seguito un corso di scrittura. A partecipare eravamo una quindicina. Alcuni sapevano scrivere bene, altri male, altri per niente. Una ragazza di nome Elvira era bravissima ed era chiaro a tutti che nessuno di noi era alla sua altezza. Ogni volta l’insegnante ci dava i compiti da svolgere durante la settimana, e alla fine della lezione ognuno leggeva quello che aveva scritto. Le cose di Elvira erano sempre le migliori.
Tra i partecipanti c’era anche un ragazzo di Rimini chiamato Christian. Christian non scriveva benissimo, ma nemmeno male. I suoi compiti, secondo la mia classifica, erano più o meno al sesto o settimo posto. I miei secondo me erano al terzo o al quarto. Qualche volta al secondo, ma raramente. Una volta sono stato uno dei peggiori.
In uno degli ultimi compiti (non ricordo l’argomento, forse si trattava di scrivere una serie di frasi che iniziassero con “mi ricordo”) Christian ha scritto di quando morì suo zio. Lui era piccolo, non capiva niente, nemmeno come stava, e guardava suo fratello maggiore per capire come doveva stare.
Quando gli ho sentito leggere questa frase (la frase era quasi testualmente “ricordo che guardavo mio fratello per capire come dovevo stare”) mi sono state chiare diverse cose. Una di queste è che le classifiche che mi ero immaginato fino a quel momento erano tutte stronzate. La seconda è che io non avevo mai scritto neanche una frase che valesse quanto quella frase. Neppure un racconto che si chiama “sformato di fango”, che è la cosa migliore che io abbia mai scritto, ha una frase che valga quanto quella. La terza cosa che ho capito, per certi versi la più sconcertante delle tre, è che Christian si stava dimostrando superiore persino a Elvira.
Ma forse si trattava solo di una mia idea, perché nessuno degli altri partecipanti sembrava particolarmente colpito da quella frase.
Non scrivo questo per parlare di Christian. Scrivo questo perché a volte mi sembra che alcuni esponenti del movimento 5 stelle, che sembra che non c’entrino niente con quello che ho scritto sopra e invece c’entrano, siano un po’ come Christian dopo la morte dello zio, e l’altro, il fratello maggiore di Christian, non c’è bisogno di dire chi è.

Autore: zumba | Commenti 0 | Scrivi un commento