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Pacifiche, assolute cagate fantasmagoriche

Sono dei giorni che mi chiedo cose come: ma bisogna chiedere il permesso a qualcuno per prendersi per il culo da soli? Me lo chiedo perché Camilla ha recuperato a casa dei suoi una copia di ogni eroe porta due baffi, che è la prima cosa che ho scritto. Non lo leggevo da parecchi anni. Sapevo che era probabile che mi avrebbe fatto cagare, visto che nel frattempo tra le tante cose cambiate nella mia vita c’è il modo di scrivere, il grado di attrazione per i giochi di parole, la tolleranza verso i latinismi, la simpatia che mi suscitano espressioni come ‘pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche’ e cose del genere, ma non pensavo che mi avrebbe fatto così schifo. Il fatto è che mentre leggevo e lo schifo saliva, cresceva anche una specie di senso di colpa per quello schifo. Forse perché contemporaneamente ricordavo quanto ero contento alla fine del 2003 all’idea di scrivere un romanzo. Addirittura un romanzo. Lo schifo che sentivo l’altro giorno mi sembrava da un lato un oltraggio al me che ero undici anni fa, cioè uno che per quanto totalmente inesperto almeno aveva dell’entusiasmo, entusiasmo che ora non ho, mai, zero, e oltre a non avere dell’entusiasmo nel frattempo non sono nemmeno diventato esperto, bravo coglione che sono, dall’altro lato però quello schifo mi sembrava il giusto omaggio a quel me del 2003, vale a dire il giusto omaggio di una critica onesta e spietata: questo libro è una merda, so che mentre lo scrivevi ti sembrava bello, forse bellissimo, forse il miglior romanzo di letteratura italiana del terzo millennio, ma ti sbagliavi, fa schifo, leggilo, schifo, vergognati e ringraziami per la sincerità, stronzo. 

Qui sotto l’ultima parte di un capitolo di ogni eroe porta due baffi. Non il peggiore, a dire la verità. Anzi, uno dei meno schifosi. Mi è tornato in mente ieri mattina quando ho visto una mamma in bici sotto una pioggia ignorante e obliqua che portava sul seggiolino davanti una bimba piccola e sul portapacchi dietro un bambino così grande che le punte delle sue scarpe strisciavano sull’asfalto. Dovessi scriverlo oggi, probabilmente sarebbe un capitolo di due righe: c’era una signora sull’autobus con tre figli e i sacchi della spesa, chissà come ha fatto a scendere.

A un certo punto, uscito il nome della città americana come un imprevedibile geyser dal mio preconscio, mi sono accorto della presenza sul mezzo pubblico di una ragazza nera sui ventott’anni: un cappello floscio, iridato di traverso sul capo, un’ombra di lanugine sopra il labbro, gli occhi che sembran d’oro. La ragazza deve aver fatto la spesa, perché ha tre sacchetti all’apparenza pesanti vicino ai piedi. In un marsupio elastico che giace sulla pancia dorme uno dei suoi figli; non è lecito dubitare, da come lo guarda, che sia suo figlio. Al fianco ha una carrozzina da cui, ad intervalli regolari, esce un vagito. La ragazza riesce a fermare il pianto della carrozzina dopo un paio di movimenti a culla. Quando l’altro suo figlio, da come guarda la carrozzina non è lecito dubitare sul fatto che là dentro sia steso un altro figlio suo, smette di piangere, sorride. La ragazza ha un terzo figlio, lo sguardo non mente, sui quattro anni; il bimbo siede composto e intelligente, gli occhi son gli occhi della madre. Guardo il bambino con attenzione, lui ricambia lo sguardo con la dignitosa serietà dei bambini, di alcuni. Poi, mentre io, come invaso da pacifiche, assolute fantasmagorie benefiche, ancora lo studio, il bimbo sposta gli occhi sulla madre e ride al suo sorriso.
Di colpo mi innamoro dei quattro; dei quattr’occhi non visti e dei quattr’occhi visti, che identici, istantanei, mi si sono infitti e sparsi per tutta quanta l’anima.
Fibrillo, caracollo fuori dal bus prima di tutti e raggiungo la stazione a piedi; commosso, convinto. Commosso in quanto convinto che quella donna fiabesca e favolosa, senza l’aiuto di nessuno, porterà i suoi figli e i suoi sacchi ovunque vorrà.

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