senza cravatta
ricevetti il mail sottostante una manciata di giorni addietro. il maffo, ricorderete, è il mio spacciatore di letteratura. della sua esperienza londinese, iniziata alcuni mesi or sono, mi ha sempre detto poco o nulla.
poi ho ricevuto il suo mail.
mi sono permesso di cambiare il finale e di correggergli la punteggiatura, che lui da sempre sparge in un testo come fosse origano su una pizza. mi auguro che non s'offenda per la sofisticazione.
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da qui non si vede il cielo. so che esiste e che bastano pochi piani di ascensore o scale, su o giù non importa, per vederlo. ma da qui proprio non si vede. attorno a me soltanto rumore: la stampante che parte, i passi di un collega nel corridoio, le parole di una lingua sconosciuta. la differenza tra un collega che parla e lo scoiattolo che squittisce nel mio giardino consiste solo nelle frequenze usate. posso indovinare cosa vogliono da me: lo scoiattolo vuole un'altra noce, il collega vuole sapere come sto oggi.
sopra il mio giardino passa un aereo ogni 3 minuti e 20 secondi, sotto il mio ufficio (4 piani sotto) parte o arriva un treno ogni 30 secondi. per la prima volta dopo anni, passo il mio tempo a far passare il tempo; staziono in un desk assegnato automaticamente dal chiosco appena fuori l'ascensore ogni mattina quando arrivo in ufficio.
l'ascensore mi porta al mio piano, non esistono scale dal piano terra, solo dal primo piano in su; lo prendo dopo aver strisciato un badge nei sensori dei tornelli all'ingresso; la luce verde, le lastre di vetro che scorrono per qualche secondo prima di richiudersi su passi affrettati.
il marmo nero ti inghiotte già prima di oltrepassare le lastre di vetro, già prima che una fontana di marmo larga 5 metri ed una colonna dorica del diametro di 3 entrino nel tuo quotidiano.
appena fuori, la strada e la casa di kipling ed il ponte per arrivare.
la vista del ponte mi tranquillizza, ho ancora qualche minuto prima del marmo nero; la vista dal ponte mi regala un orizzonte di vetro e cemento, di acqua sporca e cielo grigio. fino alla fine del ponte, io sto bene.
alle volte il cielo grigio ed i cavi bianchi che sostengono il ponte non sono altro che una continuazione dei tubi bianchi che sostengono il cielo di vetro sopra la stazione, un pezzo di una volta di vetro sporco buttata al di là della strada, sopra al fiume.
la stazione con i suoi odori ti rimane addosso anche dopo l'uscita, nella strada, sul ponte, davanti alla casa di kipling, davanti al marmo nero.
la stazione mi vomita fuori con un unico getto, dalle porte del treno all'uscita, assieme a migliaia di pendolari come me: solo il tempo di mostrare il biglietto al quasi nero in fondo al binario. mi vomita fuori da un viaggio di 30 minuti e di 4 fermate, di ipod e giornali gratuiti
oggi britney ha fatto pace con sua madre, oggi la birmania è scivolata a pagina 2, quella che nessuno legge, grondando più morti che parole sul fastidio di fare l'ennesimo viaggio in piedi con la borsa di qualcuno che mi preme sulla schiena e l'odore del bagno chimico a cancellare il sapore di caffè dalla mia bocca.
un ultimo sorso, ormai freddo, prima di uscire.
un caffé preso in piedi davanti alla porta-finestra. là fuori, un alberello spoglio al centro di un paio di metriquadri di verde, una siepe sfrondata, un muricciolo diroccato: il mio giardino. oltre il muretto, la grande stazione centrale, il ponte, i cavi, la casa di kipling laggiù in fondo, il cielo color cemento, lassù, e poi il grigio-cemento delle case, della gente, dei muri, la stramaledetta fontana di marmo nero, le lastre di vetro scorrevoli, i sensori, l’ascensore, la roboante scia sonora di un aereo in transito, o di un treno magari, un desk casuale, un pc portatile acceso, un cursore che lampeggia inerme, una minuscola sagoma umana in abito e camicia ma senza cravatta che attende.
dall’alberello occhieggia lo scoiattolo. mi fissa. squittisce: vuole che gli lanci una noce.
o forse vuole soltanto sapere come mi sento quest’oggi.
no offence taken, ma naturalmente continuo a preferire il mio finale …
Un ultimo sorso, ormai freddo, prima di uscire.
Un caffe’ preso di fretta prima di chiudersi in bagno a leggere e cagare e farsi una doccia.
Prima di vestirsi, abito e camicia, ma senza cravatta.
Un caffe’ preso in piedi davanti alla porta finestra guardando il giardino, guardando lo scoiattolo che squittisce per una noce; ma forse mi sta solo chiedendo come sto oggi.
aspettando il giorno in cui la scrittura con l’origano sara’ accostata allo stream of consciousness nei libri di critica letteraria e nei ricettari.
Saluti da Belfast