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fuori dai coglioni – parte 1

erano giorni che volevo scrivere due paroline sul concerto dei police dello scorso 3 ottobre. come al solito mi sono fatto prendere la mano e ho finito col dilungarmi e parlare di tutt'altro. ho tagliato il post in tre parti; questa è la prima.
Le foto sono scaricate da www.excite.it (qui)

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Police 3/10/2007 – Torino, Stadio Delle Alpi

Uno stadio gremito è sempre un colpo d’occhio d’eccezione. Il Delle Alpi, poi, aggiunge un certo effetto sorpresa per via del fatto che, essendo interrato di una buona quindicina di metri, si sbuca dall’alto senza rendersene conto. Gironzoliamo avanti e indietro con rassegnazione crescente in cerca di un posto con una visuale decente. Ma sono le otto e mezza, oramai… ma forse… aspetta… ehi, di qui, venite, presto! Finiamo col sederci in tre su un gradino che sarebbe stretto per un culo solo. In aggiunta ogni dieci secondi un passante ci calpesta le mani o gli zaini e ci rovescia un sorso di birra sulle ginocchia. Oh, non è certo la prima volta, per carità. Se non altro, da qui, qualcosina vediamo.
La T*** e la R*** riprendono a ciaccolare di quanto è difficile chiudersi una porta alle spalle e ricominciare tutto da capo, specialmente a trentacinque anni suonati. Gli anni di convivenza ti cambiano, ti segnano, ti marchiano a fuoco, dicono. Ti prosciugano. Vorrei rincuorarle. Vorrei dire loro che l’età è l’ultima cosa che conta, che a trentacinque anni una donna è all’apice del proprio fascino, che io per esempio me le scoperei tutte e due, la T*** e la R***, possibilmente insieme. Ma no, non servirebbe. Perché loro stanno parlando di un’altra cosa. Stanno parlando di un orologino biologico che io semplicemente non possiedo. Un affarino tondeggiante piazzato da qualche parte tra il pancreas e i reni simile a quegli ovetti di plastica con le tacchette nere a segnare i minuti tutt’intorno, che suonano quando è ora di colare la pasta. Driiiiiiin! A trentacinque anni, per la T*** e la R***, e inequivocabilmente venuta l’ora di colare la pasta.
Decido di tacere, rimuovo dal mio cervello l’immagine di loro due, nude, che mi si strusciano contro, e mi distraggo riflettendo sulla ragione per cui sono venuto qui.
Si trattò di una fascinazione improvvisa. Da adolescente le passioni sono tanto intense quanto effimere: il Maffo mi prestò una cassetta dei Police, la misi nel walkman in un tiepido pomeriggio di inizio giugno 1987 e la estrassi soltanto tre mesi più tardi consumata, praticamente inutilizzabile. Dovetti ricomprargliela.
Quel nastro rappresenta la colonna sonora dei miei quindici anni.

Cala la sera e si leva il sipario. Non mi ci vuole molto per rendermi conto che i tre sono cotti come manicaretti. Che i Police fossero una ex-band è risaputo: sta scritto nella storia del rock, ma ciò non significa che debbano necessariamente fare un ex-concerto. In primo luogo perché in questi ventitré anni di separazione tutti e tre i membri della band sono in qualche modo rimasti attivi sulla scena musicale. In secondo luogo… beh, per suonare le canzoni dei Police non servono certo i Dream theater o i Mothers of invention.

Message in bottle
, Synchronicity II, Spirits in the material world.
Contemporaneamente, nel cinema del mio cervello, si spengono le luci e parte il filmino dei ricordi: nello specifico, la vacanza in Inghilterra coi compagni di classe. Il tale che si innamora perdutamente della fanciulla svedese dell’aula di fianco; le squinternate pseudolezioni in una classe ben presto ribattezzata ‘mongoland’ dai noi stessi studenti; il giorno della fuga, il treno, la metro fino a Wimbledon per poi trovarsi là come fagioli, neanche un soldo in tasca e tutti gli incontri sospesi per pioggia; ore e ore davanti alle slot-machines; il tizio che racconta a tutti di avere fatto sesso la sera prima con un’inglesina; le uscite serali clandestine al pub ché non c’era verso di farsi servire una birra neanche pagandola il triplo e allora si stava lì ugualmente, la musica altissima, impossibile parlare, né che ci fosse poi molto da dirsi; una ragazzina di cui nemmeno ricordo il nome con un visino minuto e grandi occhi a palla che mi piaceva da morire, cui non riuscii a rivolgere la parola per tutta la vacanza. Piccole emozioni in elegante parata, distorte, sbiadite eppure amplificate dalla bizzarra lente del tempo, colorate da un entusiasmo posticcio eppure così naturale a quella strana età.

continua (…)

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