renato ama verena

Arriva il momento in cui devi prendere una decisione, a modo suo, importante. Una decisione determinante per le successive, diciamo, ventiquattr’ore.
Hai fatto un aperitivo in grande stile. Ti sei rimpinzato di stuzzichini, bruschette, tultres e salamini di cervo. Non hai lesinato col Lagrein. Poi c’è stata la cena. Una cena da matrimonio, eh, con un sacco di roba da mangiare. E hai continuato col Lagrein. Ora la cena è finita e ti senti appesantito e un po’ su di giri. Rifiuti anche la fetta di torta nuziale. Sai che potrebbe esserti fatale. Vai a ballare e naturalmente dopo trenta secondi ti viene sete. E’ il momento di fermarsi qui. Dovresti ordinare un’acqua frizzante magari con una fettina di limone. O, al limite, un radler da zerodue.
Ma gli altri, attorno a te, si dimenano e cantano e si abbracciano e paiono divertirsi un casino.
Acqua frizzante?
Fettina di limone?
Al diavolo, pensi.
E ti procuri una grappa.
Poi un’altra e un’altra ancora.
A fine serata sai già tutto.
Sai che l’indomani ti sveglierai con un cavatappi piantato nella testa e una sensazione come se t’avessero sostituito le budella con dei cactus.
Poi, l’indomani, quando ti svegli, ti accorgi che le cose stanno esattamente così. Nessuno sconto di pena.
Cavatappi e cactus.
E lame di luce attraverso la tenda.
Solo che a trentasette anni i tempi si sono un po’ allungati e il tragico epilogo si verifica un po’ più tardi del previsto. Nella fattispecie, a pomeriggio inoltrato, sul viadotto di Bolzano nord della A22.
Poi ti spaparanzi sul sedile del passeggero, la bolla al naso e un sapore in bocca come di un cadavere al sole, e mentre Sara ti riporta a casa scancherando ti viene da riflettere. Per come puoi. Pensi che a trentasette anni non dovresti ridurti ancora in questo modo. Dico: non hai ancora imparato? Basta fermarsi quando il cicalino si mette a suonare. Poi ripensi a tutti gli altri che ballavano e cantavano e saltavano. Cos’era che non ci si trovava così in tanti su a San Vigilio?
Al diavolo, pensi.
Se Parigi valeva una messa, San Vigilio val bene una ciotola.
Col fatto, poi, che in questo modo abbiamo vinto noi ancora una volta. Emilia vs. Resto del mondo due a zero.
E vadaviaiciapp.
Ci sarebbe molto altro da dire. Pesco a caso nel mucchio.
– Il prete che durante la cerimonia annuncia promiscui retroscena in questa torbidare lazione. Cito testualmente: “Renato ama Verena, Verena ama Stefano”. Gli sposi saltano sullo scranno e si guardano allibiti. Ce la mettono davvero tutta per non ribaltarsi dal ridere. In chiesa, ci guardiamo intorno perplessi. Renato? Quale Renato?
– Il Gallo che si fuma la centesima sigaretta sul terrazzo dell’Emma magnificando il panorama. “Va’ che meraviglia – dice con la sua strascicata cadenza da cummenda – I monti, i boschi, il cielo. Che spettacolo! Si vede un cazzo. Tutto nero. Mica come Milano. C’è anche un cervo laggiù, lo vedi? Ci sta guardando. Proprio a noi. Lo vedi? No? Per forza, pirla, è nero”.
– L’amico scatasciato di Davide che mi presenta la sua compagna. “L’ho presa giovane, io, altroché. Sono un dritto. L’ho presa di dieci anni più giovane. Era quaranta chili, allora. Dovevi vedere: un bocconcino. Ora sarà sugli ottanta. Va’ che roba. Non si guarda”.
– Gli sguardi prima perplessi poi compassionevoli del parentado nell’istante preciso in cui entro in chiesa in all-star, jeans e t-shirt. V’è mai capitato di aprire la valigia e realizzare che vi siete scordati a casa il vestito del matrimonio? No? Beh, fino all’altro giorno neanche a me.
– L’ospitalità squisita di Verena e Stefano (per tacer di Renato), che saluto e abbraccio da qui, ancora una volta. E che, doverosamente, ringrazio con tutto il cuore. E saluto e ringrazio pure tutti coloro che ho avuto il piacere di rivedere, ancora una volta insieme in quel San Vigilio, dopo così tanti anni. Più passa il tempo più m’accorgo che parlo come Guccini. Vacca d’un cane.
L’immagine qui sopra è la scansione di un trafiletto pubblicato su ‘La usc di Ladins’ del 5/9/2009. Stefano è quello vestito di rosso. Renato, non saprei.
Sotto, invece, 'L'amore' di Sant'Agostino. Era la (bellissima) seconda lettura della cerimonia. Così spirituale ma al contempo così, come dire, carnale.
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Giovane amico, se ami per la prima volta
questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con gli occhi aperti e vivilo con amore fermo.
Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all'infuori
dell'eterna domanda che fa tremare di nostalgia i vecchi cuori.
Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire.
Guardala negli occhi affinché l'anima tremi
e le veli di una lacrima la pupilla chiara.
Stringile la mano affinché le dita si svincolino
con il disperato desiderio di riunirsci ancora,
e le mani e gli occhi dicano sicure promesse del vostro domani.
Ma ricorda ancora che se i corpi si riflettono negli occhi
le anime si vedono nelle sventure:
non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiede.
Non crederti superiore, poiché solo la vita
dirà la vostra diversa ventura.
Non imporre la tua volontà a parole ma soltanto con l'esempio;
ed anche questa sposa tua compagna
di quell'ignoto cammino che è la vita,
amala e difendila poiché domani ti potrà essere di rifugio.
E sii sincero, giovane amico: se l'amore sarà forte
ogni destino vi farà sorridere.
Amala come il sole che invochi al mattino,
rispettala come un fiore che attende la luce del mattino,
sii questo per lei e, poiché questo lei deve essere per te
ringrazia Dio che ti ha concesso la grazia più luminosa della vita.
era uno stambecco
quello visto dal gallo intendo
la cosa + bella è poter dire io c’ero… magari un pò appanato la sera ma non sull’A22 quando l’immagine di alberto è passata limpida nello specchietto retrovisore lato passeggero…un momento che ci ha permesso di aver la forza di arrivare sino a milano in una merda di coda ma con il sorriso stampato sul viso….
ciao a tutti…e grazie albi
lieto di avervi allietato…
ah, un’altra cosa certamente indimeticabile è vedere sara scappare da un lato all’altro dell’emma con la grappa in una mano e il terrore negli occhi, tampinata di un tizio alto uno e quaranta con dei denti lunghi uno e trentacinque e apparecchiati in bocca come le lapidi più antiche del cimitero di san vigilio. quando sorrideva sembrava uno svincolo.
e gli altri che mi dicevano “ma tu non fai niente?”
io?
io stavo ridendo a crepapelle. che altro avrei dovuto fare?