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charles bukowski – pulp + il capitano…

Mi centellino Bukowski come mi centellino Ballard. Un libro all’anno. Massimo due. Ma stavolta ho fatto un’eccezione. Ne ho letti due di fila. Uno dopo l’altro. Sì. Crepi l’avarizia.
Entrambi scritti da un Bukowski ormai ultrasettantenne, sono l'uno il dietro le quinte dell’altro. Eccolo lì, il vecchio stronzo che non molla, patetico no? Eccolo lì, seduto in fondo ai piedi del letto che si allaccia a fatica le scarpe da ginnastica, poi si guarda intorno e mormora sconsolato: “Bene. E adesso?”
Troverete le stesse parole nella bocca del detective pasticcione Belane.
Più che chiunque altro Bukowski ha saputo rendere sublime la propria autoreferenzialità narrativa. Oltre al resto, questi due libri permettono di capire come. Scusate se è poco.
E se, come qualcuno sostiene, “Pulp” è il testamento spirituale del grande scrittore, allora “Il capitano è fuori a pranzo” rappresenta l’ultimo atto di quella sconsolata, cinica, bizzarra, sconvolta, disperata commedia umana che Bukowski ha saputo mettere in scena attorno a se stesso.
O viceversa?

Sotto, un estratto da 'Pulp'. Da scompisciarsi. Lo so, è lungo. Leggetelo tutto lo stesso, datemi retta.

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Alzai il ricevitore.
“Agenzia investigativa Belane…”
“Mi chiamo Grovers, Hal Grovers. Ho bisogno del suo aiuto. La polizia mi ride dietro.”
“Di che cosa si tratta, signor Grovers?”
“Un alieno mi perseguita.”
“Ah, ah, ah, via, signor Grovers…”
“Vede, mi ridono dietro tutti!”
“Scusi, Grovers, ma prima che continui a parlare devo comunicarle la mia tariffa.”
“Qual è?”
6 dollari l’ora.”
“Non mi sembra un problema.”
“Niente assegni scoperti o dovrà portarsi dietro le noccioline in un sacchetto, capito?”
“I soldi non sono un problema per me,” disse. “Il problema è quella donna.”
“Quale donna, Grovers?”
“Diavolo, quella di cui stiamo parlando, quell’alieno.”
“L’alieno è una donna?”
“Sì, sì…”
“Come fa a saperlo?”
“Me l’ha detto lei.”
“E le crede?”
“Certo, l’ho vista fare certe cose.”
“Per esempio?”
“Beh, salire attraverso il soffitto, cose simili…”
“Beve, Grovers?”
“Certo. E lei?”
“Non riuscirei a farne senza… Senta, Grovers, prima che io proceda con questa faccenda deve venire qui di persona. Sono al terzo piano dell’Ajax Building. Bussi, prima di entrare.”
“Una bussata speciale?”
“Sì. Barba-e-capelli, 75 centesimi, e capirò che è lei…”
“Va bene, signor Belane…”

Mentre aspettavo ammazzai quattro mosche. Accidenti, la morte era dappertutto. Uomini, uccelli, belve, rettili, roditori, insetti, pesci, nessuno aveva la minima probabilità di sfuggirle. Li sistemava tutti. Non sapevo che cosa fare, al riguardo. Mi venne la depressione. Sapete, vedo un fattorino al supermercato, sta mettendo in un cartone la mia spesa. Poi lo vedo infilarsi nella propria tomba insieme alla carta igienica, alla birra e ai petti di pollo.
Poi udii la bussata segreta e dissi: “Entri, signor Grovers.”
Lui entrò. Niente di speciale. Uno e quarantadue, 71 chili, 38 anni, occhi grigioverdi con un tic al sinistro, baffetti gialli, orrendi, lo stesso colore dei capelli piuttosto radi sulla cima della testa troppo tonda. Avanzò con le dita dei piedi in fuori, si sedette.
Ci guardammo. Per cinque minuti non facemmo altro. Poi mi incazzai.
“Grovers, perché non dice qualcosa?”
“Aspettavo che parlasse lei per primo.”
“Perché?”
“Non lo so.”
Mi appoggiai allo schienale della poltrona, accesi un sigaro, misi i piedi sulla scrivania, aspirai, espirai e produssi un anello di fumo perfetto.
“Grovers, questa donna, questa… aliena… mi dica qualcosa di lei…”
“Dice di chiamarsi Jeannie Nitro…”
“Mi dica qualcos’altro, signor Grovers.”
“Non riderà di me come ha fatto la polizia?”
“Nessuno ride come la polizia, signor Grovers.”
“Be’… è una magnifica ragazza che viene dallo spazio.”
“E perché vuole liberarsi di una ragazza così?”
“Ho paura di lei. Mi controlla la mente.”
“In che modo?”
“Tutto quello che dice sono costretto a farlo.”
“Supponga che le dica di mangiarsi la propria cacca, lo farebbe?”
“Credo di sì…”
“Grovers, lei è semplicemente dominato dall’amichetta. A moltissimi uomini piace.”
“No, sono i trucchi che fa, mettono paura.”
“Ho visto tutti i trucchi, Grovers, e alcuni…”
“Non l’ha vista comparire dal nulla. Non l’ha vista scomparire attraverso il soffitto.”
“Mi sta annoiando, Grovers, sono tutte balle.”
“Non è vero, signor Belane.”
“Ah non è vero? Da dove diavolo viene, signor Grovers? Parla come un cavernicolo.”
“E lei non sembra un investigatore, signor Belane.”
“Eh? Cosa? E allora a chi assomiglio?”
“Be’ vediamo, mi lasci pensare…”
“Non ci metta troppo, cazzo. Le costa 6 dollari l’ora.”
“Be’ sembra… un idraulico.”
“Un idraulico? Bene, un idraulico. Che cosa farebbe senza gli idraulici? Riesce a pensare a qualcuno più importante di un idraulico?”
“Il presidente.”
“Il presidente? Ecco, sbagliato! Sbagliato di nuovo! Tutte le volte che apre bocca dice qualcosa di sbagliato!”
“Non è vero!”
“Ecco, un’altra volta!”
Spensi il sigaro e accesi una sigaretta. Quel tipo era un vero stronzo. Ma era un cliente. Lo guardai a lungo. Era un compito duro, guardarlo. Smisi. Guardai sopra il suo orecchio sinistro.
“Bene, cosa vuole che faccia con questa aliena? Questa Jeannie Nitro?”
“Mi liberi di lei.”
“Non sono un killer, Grovers.”
“La allontani dalla mia vita in un modo o nell’altro.”
“Ha scopato?”
“Vuol dire oggi?”
“Voglio dire con lei.”
“No.”
“Sa dove abita questa donna? Numero di telefono? Professione? Tatuaggi? Hobby? Abitudini particolari?”
“Solo queste ultime…”
“Per esempio?”
“Sale attraverso il soffitto e cose del genere.”
“Grovers, lei è matto. Non ha bisogno di me, ma di uno strizzacervelli.”
“Ci sono stato.”
“E cos’hanno detto?”
“Niente. Solo la loro tariffa è più di 6 dollari l’ora.”
“Quanto prendono?”
“175 dollari l’ora.”
“Questo prova che lei è matto.”
“Perché?”
“Perché chiunque paghi una cifra simile deve esserlo.”
Poi restammo lì seduti a guardarci. Sembrava una cosa piuttosto sciocca. Cercavo di pensare. Mi dolevano le meningi.
Poi la porta si spalancò. Ed entrò quella donna. Tutto quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne, sulla terra, giusto? Certune sono passabili. La maggior parte sono abbastanza belline. Ma ogni tanto la natura fa uno scherzo, mette insieme una donna speciale, incredibile. Cioè guardi e non ci puoi credere. Tutto è un movimento ondulatorio perfetto, come l’argento vivo, come un serpente, vedi una caviglia, un gomito, un seno, un ginocchio, e tutto si fonde in un insieme gigantesco, provocante, con magnifici occhi sorridenti, bocca leggermente piegata in giù, labbra atteggiate in modo che sembrano scoppiare in una risata alla tua sensazione di impotenza. E sanno vestirsi e i loro lunghi capelli incendiano l’aria. Troppo di tutto, accidenti.
Grovers si alzò.
“Jeannie!”
Avanzò nella stanza come una spogliarellista sui pattini a rotelle. Si fermò dinanzi a noi mentre le pareti tremavano. Guardò Grovers.
“Hal, che cosa stai facendo con questo investigatore da strapazzo?”
“Ehi, un momento, strega,” esclamai.
“Be’, Jeannie, ho un problemino e ho pensato di cercare un po’ d’aiuto.”
“Aiuto? Da parte di chi?”
“Non so. Il gatto mi ha mangiato la lingua.”
“Hal, finché ci sono io non hai nessun problema. Riesco a fare qualsiasi cosa meglio di questo investigatore da strapazzo.”
Mi alzai. Stavo sollevandomi comunque.
“Ah sì, sgualdrina? Vediamo come prendi un’erezione di 18 centimetri.”
“Porco maschilista!”
“Vedi, te l’ho fatta, te l’ho fatta!”
Jeannie andò su e giù per un po’, facendoci impazzire entrambi. Poi si voltò. Guardò Grovers.
“Vieni qui, cagnolino! Vieni da me strisciando sul pavimento! Subito!”
“Non farlo Hal!” urlai.
“Eh?”
Stava andando da Jeannie strisciando sul pavimento. Si avvicinò a lei sempre di più. Strisciò fino ai suoi piedi, poi si fermò.
“Adesso,” ordinò lei, “leccami la punta delle scarpe!”
Grovers obbedì. Cominciò a leccare e continuò. Jeannie mi guardò con un sorrisetto. Un sorrisetto davvero compiaciuto. Non riuscii a sopportarlo.
Balzai in piedi.
“PUTTANA FOTTUTA!” gridai.
Mi slaccia la cintura, la sfilai dai pantaloni, girai intorno alla scrivania tenendola in mano, piegata in due.
“Puttana fottuta,” ripetei, “TI INCHIODERÒ IL CULO!”
Corsi verso di lei. Ciò che rimaneva della mia anima palpitò per la gioiosa eccitazione. Le sue fantastiche chiappe mi risplendettero nella mente. Il paradiso si capovolse e palpitò.
“Butta quella cintura, idiota,” ordinò facendo schioccare le dita.
La cintura mi cadde di mano. Io restai immobile.
Lei parlò a Grovers.
“Su, sciocco, alzati. Ce ne andiamo da questo stupido posto.”
“Sì, cara.”
Grovers si alzò e la seguì fino alla porta, che si aprì e si richiuse. Se ne erano andati. Ancora non riuscivo a muovermi. Quella strega doveva avermi colpito con una rivoltella a raggi. Ed ero ancora come pietrificato. Avevo forse scelto il mestiere sbagliato? Dopo venti minuti circa cominciai a sentire un formicolio per tutto il corpo. Poi scoprii che riuscivo a muovere le sopracciglia. Poi la bocca.
“Accidenti,” esclamai.
Poi, gradatamente, cominciarono a sciogliersi le altre parti del corpo. Infine feci un passo. Due passi. Poi altri passi, verso la scrivania. Le girai intorno. Aprii un cassetto. Presi la pinta di vodka. Levai il tappo. Bevvi una bella sorsata. Decisi di staccare e di ricominciare tutto l’indomani.

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