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philip k. dick – la svastica sul sole

(…)

Poi ho attaccato ‘La svastica sul sole’ (ma che titolo orrendo: molto meglio l’originale ‘The man in the high castle’).
La seconda guerra mondiale è terminata nel 1947 con la vittoria dell’asse Germania-(Italia)-Giappone. Il mondo è ora diviso in due aree di influenza: una giapponese, l’altra tedesca. Gli Stati Uniti d’America non esistono più (orrore!), se non sotto forma di protettorati. I gerarchi nazisti, pluridecorati eroi di guerra velocemente mutati in demagoghi e politicanti, si contendono il mondo a suon di oscuri (e spietati) giochi di potere.
Nelle premesse Dick gioca abilmente coi nervi scoperti del lettore (americano). Il meccanismo è di esemplare semplicità: il Male, alla fine, ce l’ha fatta. Il Male ha vinto. Ma, tranquilli, si tratta soltanto di un romanzetto di fantascienza.
Eppure…
Eppure che dire, per esempio, del mite (e colto) Tagomi, epigono di una dominazione giapponese, sì, militare, ma nei fatti educata e rispettosa dei diritti del popolo dominato? Che dire invece del filo-nazista Childan, perfetto esempio di patriota yankee, la cui ribellione personale nei confronti dell’oppressore giapponese palesa tinte razziste? Dei camionisti italiani, fascisti ma comunque perseguitati per il colore scuro della loro pelle? Di un intero continente, l’Africa, decimata da una non ben definita ‘soluzione finale’?
L’universo parallelo fantasticato ne ‘La svastica sul sole’ è un mondo permeato di razzismo, di violenza, di imperialismo (militare). Niente di differente rispetto a ciò che accadeva nel mondo reale, sotto gli occhi sdegnati di un giovane Philip Dick, in quegli stessi anni di guerra fredda nei quali lo scrittore pensava e scriveva il romanzo.
E allora domandiamoci: alla fine dei conti sarebbe stata poi così Male una vittoria dell’Asse ai danni degli Alleati? Dick elude magistralmente la domanda, ma a guisa di risposta introduce nella storia un ulteriore (geniale) elemento di riflessione. Questo: un talentuoso scrittore raggiunge la notorietà mondiale scrivendo un controverso romanzo di fantascienza nel quale egli si immagina un mondo alternativo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta dagli Alleati…
‘La svastica sul sole’ è un romanzo dotato di una straordinaria forza evocativa, anche se la fascinazione personale di Dick nei confronti delle culture orientali si concretizza in momenti di perdita di compattezza contenutistica e linguistica. Personalmente non ho apprezzato i ripetuti riferimenti all’I-Ching (giustificati in parte dal sorprendente finale) né certi passaggi un po’ troppo ‘pling-pling’ per i miei gusti.
In questo estratto Tagomi ha tra le mani un prezioso manufatto americano – un gioiello – ciò che lo spinge a una (maldestra) riflessione sul senso dell’arte come rappresentazione e, in quanto tale, come metafora dell’esistenza medesima. Dick si dilunga e talvolta dà la sgradevole impressione di non essere sempre perfettamente consapevole di ciò che scrive. No?

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(…)
Devo essere scientifico. Esaurire con l’analisi logica ogni ipotesi. Sistematicamente, secondo il classico metodo aristotelico da laboratorio.
Si tappò l’orecchio destro con un dito, per escludere il traffico e ogni altro rumore che potesse disturbarlo. Poi premette forte contro l’orecchio sinistro il triangolo d’argento a forma di conchiglia.
Nessun suono. Nessuno sciabordio di oceano simulato, in realtà il suono del movimento interiore del sangue… nemmeno quello.
Allora quale altro senso poteva percepire il mistero? L’udito era inutile, evidentemente. Il signor Tagomi chiuse gli occhi e cominciò a tastare con un dito ogni punto della superficie dell’oggetto. Nemmeno il tatto; le sue dita non gli dicevano niente. L’odorato. Avvicinò il gioiello d’argento al naso e inspirò. Un debole odore metallico, ma privo di qualsiasi significato. Il gusto. Aprì la bocca, vi infilò il triangolo argentato, lo degustò per un attimo come se fosse un cracker, ma naturalmente senza masticarlo. Nessun significato, solo una cosa dura, fredda, amara.
Le tenne di nuovo nel palmo della mano.
Alla fine tornò a guardarlo. La vista è il più nobile dei sensi, secondo la scala di priorità dei greci antichi. Girò e rigirò il triangolo d’argento in tutti i modi possibili; lo osservò da ogni punto di vista extra rem.
Che cosa vedo? Si chiese. Dopo tutto questo lungo, estenuante studio. Qual è la chiave di verità che mi lega a questo oggetto?
Arrenditi, disse al triangolo d’argento. Sputa fuori il tuo arcano segreto.
Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pungo, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegrato, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.
Eppure, alla luce del sole, il triangolo d’argento scintillava. Rifletteva la luce. Fuoco, pensò il signor Tagomi. Non è per niente un oggetto umido o buio. Non è pesante, fiacco, ma pulsa di vita. Il regno superiore, l’aspetto dello yang: empireo, etereo. Come si addice a un’opera d’arte. Sì, questo è il compito dell’artista: prende la roccia minerale dalla terra buia e silenziosa e, la muta in una forma risplendente, che riflette la luce dal cielo.
Ha riportato i morti alla vita. Un cadavere trasformato in un oggetto fiammeggiante; il passato si è arreso al futuro.
Che cosa sei? Domandò al ghirigoro d’argento. Uno yin, buio e morto, o uno yang, brillante e vivo? Nel suo palmo il gioiello danzò, abbagliandolo; lui chiuse gli occhi, vedendo soltanto il guizzare del fuoco.
Corpo di yin, anima di yang. Metallo e fuoco uniti insieme. L’esterno e l’interno; il microcosmo nella mia mano.
Qual è lo spazio di cui parla? Ascesa verticale. Verso il paradiso. Del tempo? Nel mondo di luce del mutevole. Sì, questa cosa ha liberato il suo spirito: la luce. E la mia attenzione è catturata: non posso guardare altrove. Un incantesimo emana dalla superficie scintillante, ipnotica, e io non sono più in grado di controllarlo. Non sono più libero di sottrarmi.
Adesso parlami, gli disse. Adesso che mi hai preso al laccio. Voglio sentire la tua voce che esce dalla luce bianca, abbagliante, come ci si aspetta di vedere solo nell’esperienza del Bardo Thödol, dopo la vita terrena. Ma io non devo attendere la morte, la decomposizione del mio spirito mentre si aggira in cerca di un nuovo grembo. Tutte le divinità, terrificanti e benevole, noi le aggireremo, e così anche le luci velate di fumo. E le coppie nel coito. Tutto tranne questa luce. Sono pronto ad affrontare ogni cosa, senza terrore. Guarda, non impallidisco nemmeno.
Sento i venti caldi del karma che mi guidano. Però rimango qui. Il mio addestramento era corretto; io non devo rifuggire dalla luce bianca, perché se lo faccio rientrerò di nuovo nel ciclo della nascita e della morte, senza mai conoscere la libertà, senza mai avere un po’ di sollievo. Il velo di Maya cadrà ancora una volta e io…
La luce scomparve.
Aveva in mano solamente un triangolo d’argento opaco. Un’ombra aveva coperto il sole; il signor Tagomi alzò gli occhi. Un poliziotto alto, con la divisa azzurra, in piedi accanto alla panchina, sorrideva.
“Eh, cosa?” disse il signor Tagomi trasalendo.
“Stavo solo guardando come risolveva quel rompicapo”. Il poliziotto proseguì lungo il vialetto.
“Rompicapo” ripetè il signor Tagomi. “Non è un rompicapo”.
“Non è uno di quei piccoli giochi di pazienza che bisogna smontare? Mio figlio ne ha un sacco. Alcuni sono complicati”. Il poliziotto se ne andò.
Persa per sempre, pensò il signor Tagomi. La mia occasione di raggiungere il nirvana. Interrotta da quel bianco yank, quel barbaro di Neanderthal. Quel subumano pensava che mi stessi divertendo con un giochino per bambini.
(…)

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