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philip k. dick – noi marziani

Ai tempi del liceo leggevo pochissimo. Ne avevo abbastanza dei libri di testo. Quel poco constava soprattutto di libri di fantascienza: Asimov, Urania, vecchie antologie di racconti. Quello che trovavo in giro per casa, insomma.
Asimov era forse il mio prediletto: facile da leggere e dotato di una fantasia pressoché illimitata. E poi c’era Theodore Sturgeon, che non mancava di corredare i suoi romanzi con belle ragazze procaci. O Bradbury: il suo ‘Fahrenheit 451’ mi lasciò di stucco. Una fantascienza che parlava di un presente alternativo invece che di un futuro remoto. Ma com’era possibile? Gesta di uomini che si ribellano a un potere tirannico e ottuso invece che astronavi che scoprono/sconfiggono razze aliene. Una fantascienza che non era per niente fantascienza. Grandioso. E poi Arthur Clarke, col suo corredo di archetipi fantascientifici che non mancava di esplorare con scrupolo, attenzione e rigore. Infine c’era Philip Dick. Leggevo i suoi libri e non li capivo. Ogni volta mi pareva di aver afferrato ma poi, no, mi rendevo conto che m’era sfuggito qualcosa. Lo abbandonai in fretta.
A distanza di una ventina d’anni ho ripreso in mano alcuni di quei romanzi. Ripresi in mano e addirittura riletti.
Ecco: ‘Fahrenheit 451’ ha rappresentato la delusione più cocente. Un romanzo scritto male, invecchiato male, pervaso di ideologie elementari raccontate con un lirismo spesso fastidioso (ma avevo tra le mani una traduzione raccapricciante: un tizio capace di tradurre con ‘avere una doccia’ ciò che in originale immagino suonasse come ‘have a shower’!). ‘1984’ di Orwell è tutt'altra storia. Su Sturgeon bene o male confermo la mia impressione adolescenziale: una manciata di racconti piacevolmente bizzarri e originali, fatta eccezione per le (non ricordavo così) frequenti virate fantasy. Clarke è noioso oltrechè fastidiosamente didascalico. Faccio un esempio: supponiamo che a un’astronave si spezzi un’ala. Succede spesso qualcosa del genere, nella fantascienza. Clarke impiegherà mezzo capitolo a spiegarci per bene che a quella velocità, in presenza di quel tipo di corpi celesti il campo elettrostaminchia diventa talmente intenso che, signori, l’ala non poteva fare altro che rompersi esattamente nel modo in cui è successo. Niente pathos. Nessun colpo di scena. Niente che suoni come: “Ci fu un esplosione fragorosa. Chakotay si precipitò sul ponte 14. Chakotay correva e il cuore palpitava ma egli già conosceva le dimensioni della tragedia. Al di là del campo di contenimento c’erano una dozzina di corpi inermi che fluttuavano simili a bottiglie nel mare. Tra essi, scorse la sagoma familiare di Aileen. D’improvviso, nulla ebbe più senso per lui”.
E poi Dick. Dick lo strano.
Di Dick mi sono letto due romanzi scritti grosso modo nello stesso periodo: ‘Noi marziani’, del 1964, e ‘La svastica sul sole’, del 1961.

Nel primo le premesse apparivano più che buone: le avventure di un manipolo di coloni spediti su Marte con grandi promesse e poi velocemente dimenticati dalla madrepatria, i quali cercano di tirare avanti lottando contro mille avversità. La ricerca spaziale si è rivelata un fallimento e le colonie sugli altri pianeti sono diventate una sorta di far west del terzo millennio. Un’intuizione non da poco, considerando che negli anni sessanta era in atto un vero e proprio assalto allo spazio.
Avanzando nella lettura, però, mi accorgevo che qualcosa non quadrava. I personaggi compivano gesti sempre più bizzarri. Di primo acchito pensai che fosse per via del fatto che tutto il romanzo è costruito attorno al tema della follia – o meglio, della schizofrenia (sic). Poi c’erano questi incontri/scontri accidentali tra i vari comprimari, che assumevano un ruolo sempre più rilevante nell’intreccio. Alla fine realizzai che ogni rigo del romanzo asseconda una sorta disegno divino. Quello nella testa di Dick. In ‘Noi marziani’ tutto è sforzato, ferraginoso, fasullo. Gli episodi si susseguono fluenti come bubboni.
Un romanzo che non vedevo l’ora di terminare. Sì. Ma per sbarazzarmene.

(… continua)

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