insetti
quando scrissi 'insetti' sara era là fuori da qualche parte, irraggiungibile, impossibile. l'elementare simbolismo di questa storiella riflette la sensazione di allora, la persistente consapevolezza che nonostante l'evidenza dei fatti i conti con lei ancora non erano del utto chiusi.
oggigiorno non ci sarebbe motivo, se non fosse che mettendo online questo post mi levo un sassolino dalla scarpa. un sassolino parecchio piccolo, in verità. a dire il vero più che un sassolino piccolo lo definirei un granello di sabbia grosso.
'insetti' è in realtà l'incipit di una storiella autobiografica (ma che cosa, in realtà, non lo è?) intitolata 'satiriasi'. una di quelle storie che non darò mai a nessuno, nemmeno sotto tortura.
i nomi sono fittizi, naturalmente.
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Incedo a fatica sull’acciottolato reso scivoloso dalla bruma e dagli insetti morti. Ce ne sono a milioni. La casa è lì davanti a me. Tutt’attorno non c’è nient’altro, a parte la notte. Mi avvicino e silenziosamente schiudo una persiana. Intravedo la sagoma di Sara nel letto. Sta dormendo.
“Ti aspettavo, entra”.
Sobbalzo. No, non sta dormendo.
Apre la finestra e mi lascia entrare. Il suo corpo nudo di fronte a me è bianco come latte, a meno di un piccolo triangolo sull’inguine e un ombrello nero di capelli arruffati.
“Devi proprio farlo?”
Estraggo la pistola. “Mi spiace. Perdonami”.
BLAMMMM!
Sara si accascia sul pavimento. Nella pozzanghera scura galleggiano pezzi di intestino e organi interni.
E’ giorno, ora, e io corro lungo il selciato. Corro disperatamente per lasciarmi alle spalle la colpa.
“Stronzo! Stronzo! Sei uno stronzo! STRONZO!” grida una voce dentro.
“STRONZOOOOOOOOOOO!” La voce non viene da dentro. Viene da…
Mi arresto e guardo di fianco. Una testa. La testa di Valentina, soltanto quella, saltella in mezzo alle erbacce come un vivace nanetto da giardino. “Stronzo, stronzo, STRONZO!” continua a ripetere. Mi avvicino, alzo lo stivale e la spiaccico come una lattina vuota.
La guardo, saturo di soddisfazione. Floscia così sembra una di quelle maschere in lattice che usano i ragazzini per carnevale, o i rapinatori nei film polizieschi. Fletto la gamba per calciarla lontano.
“Mavvaffanculo!” esclamo e…
…e mi sveglio, lo sguardo fisso sul soffitto rigato dal sole. S’è aperto un minuscolo buco lassù. Un lungo filo sottile di fine sabbia color ambra cade a formare sul pavimento una piccola duna domestica che s’ingrossa pian piano. Nel silenzio della stanza ne percepisco il tenue fruscio.
Mi guardo intorno: nessuna traccia di insetti, per fortuna.
così è stato, ti aspettavo.. un bacio.
a volte mi preoccupi