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fuori dai coglioni – parte 2

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Driven to tears, Walking on the moon, Every little thing she does is magic.
Dentro sento crescere ora una certa rabbia. Sul palco, là in fondo, tre impeccabili professionisti ricchi sfondati snocciolano a un pubblico adorante il loro compitino da media inferiore. ‘Bravi, bravi!’ gridano entusiasti i settantamila attorno a me. Ma bravi a far che? Sono a un concerto: ho fatto trecento chilometri, ho freddo e sono seduto da due ore sui piedi del tizio qua dietro che per tutta risposta non fa che scenerarmi in testa. Avrei potuto starmene a casa in poltrona, davanti al camino, in mano un whiskino e nello stereo un CD dei Police a palla. Pretendo una buona ragione per essere qui, e la pretendo da loro. E sentire i Police che suonano esattamente come il Greatest hits dei Police, mi spiace, non è una ragione sufficientemente buona.
Le cose devono essere andate grosso modo così.
Membro dei Police #1: “Ragazzi e se facessimo un tour mondiale?”
Membro dei Police #2: “Ma pianta lì di sparar stronzate e ordina ’ste cazzo di pizze che ho una fame della porcamadosca”.
Membro dei Police #1: “Eddai pensateci bene: venti date in Europa, non una di più. Soltanto gli stadi più grandi. Creiamo l’atmosfera del grande evento, un farewell tour o qualche stronzata del genere. Quant’è che non si suona insieme, noi tre?”
Membro dei Police #3: “Ah, saranno almeno vent’anni”.
Membro dei Police #2: “Se non abbiamo suonato per vent’anni ci dev’essere una ragione, ci hai pensato? E fai portare pure della birra, che abbiamo finito anche quella”.
Membro dei Police #1: “IL FAREWELL TOUR DEI POLICE DOPO VENT’ANNI! Pensateci: è perfetto. Faremo i biglietti a un occhio della testa e diventeremo ricchi sfondati”.
Membro dei Police #3: “Noi siamo già ricchi sfondati”.
Membro dei Police #1: “E sai quante ragazzine adoranti? Quant’è che non ti scopi una groupie, eh, sentiamo: quanto?”
Membro dei Police #2: “Io c’ho sessant’anni e non mi tira più da quasi dieci. Che me ne faccio di una groupie secondo te? Io voglio una pizza, non una groupie”.
Membro dei Police #1: “Insomma, tagliamo corto: si fa o non si fa?”
Membro dei Police #2: “Mmmh, evabé, se proprio insisti”.
Membro dei Police #3: “E quando si farebbe?”
Membro dei Police #1: “Ah, anche subito”.
Membro dei Police #3: “Subito? E, scusa, quando proviamo?”
Membro dei Police #2: “Proviamo a far che?”
Membro dei Police #3: “Proviamo le canzoni. Si usa così, no, prima di andare in tour?”
Membro dei Police #1: “Provare, ha haaa! Ha ha ha HHAAAAAA! Ma sentilo: provare, dice!”
I membri dei Police #1 e #2 si sbellicano dalle risate per qualche minuto, dopodiché il membro dei Police #1 ordina finalmente tre pizze da asporto, una cassa di birra e un Nabucodonosor di champagne per festeggiare.

Don’t stand so close to me, un medley Voices inside my head / When the world is running down you make the best of what’s still around, De do do do de da da da.
Canzonette da hit parade diventate silenziosamente degli evergreen. Ma un po’ fa sorridere sentire ’sti tre sessantenni canticchiare “Du-du-du da-da-da è tutto ciò che voglio dirti, du-du-du da-da-da non ha senso ed è tutto vero”.
In scena emerge il carisma da performer consumato di Sting, cinquantasei anni giusto oggi. Sorrisini, mossette, ammiccamenti: le inquadrature nel maxischermo sono quasi tutte per lui. Gli altri due, a confronto, paiono idraulici capitati accidentalmente su un palco.

Continua (…)

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