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envy of none – envy of none (2022)

Envy of none – Envy of none (2022)

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Affatto derivativo di certi mainstreamizzati colossi multimediali anni ventiventi, sussuranti, vintage, synthetici e forzosamente off, Billie Eilish, Lana del Rey, quella roba lì da giovinastri insomma, il suono è fattivamente testurizzato e stratificato, anche quando proprio non si direbbe, cfr. l’irresistibile ultrapop di Never said I love you, così straordinariamente poco Lifeson-niana che si arriva, sì, dalle parti di Signals o Grace under pressure, ma solo dopo aver fatto, come si dice, tutto il giro – sentite qualcosa degli ultimi Riverside? I synth si fanno sovente più cupi (l’altro singolo Look inside – Björk ai tempi di di Homogenic, i Porcupine tree inizio00?), subacquei (Spy house – gli Apollo 440 di Elektro-glide in blue, i Massive attack di Blue line, Björk, di nuovo lei?), abissali (la eccellente Dog’s life – Depeche mode anni00, i Nine inch nails più scanzonati), fuzzosi (Liar – A perfect circle?). Kabul blues è una elettrificazione psichedelica e rarefatta – Badalamenti, i Mazzy star di She hangs birghtly? e, oppostamente, il lentone ottantiamo Old strings, esibisce a tratti certa vellutata eleganza alla Sade. Dumb, ipnotica – i Portishead più antinomici, quelli di Third, e una eccellente bonus track a metà strada tra David Gilmour e Lykke Li, sempre che esista qualcosa che collega David GIlmour e Lykke Li. La celebrata Western sunset, strumentale, appassionato omaggio da parte di Alex Lifeson all’amico di una vita Neal Peart, duole dirlo, è l’unica caduta di stile in un disco altrimenti straordinarimante ispirato e eccellentemente prodotto.

Highlights: Never said I love you / That was then

Label: Kscope

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