bloguli rossi
conobbi robirobi meno di un anno fa. l’occasione era la presentazione di cyclette (oh, non vi ho mai parlato di cyclette?). robirobi era uno degli autori pubblicati nel libro. arrivò prima di tutti gli altri, quando ancora fervevano i preparativi, e diede una mano. robirobi ama la conversazione, ma usa poche parole quando parla. ti guarda con occhi lontani, diversi. occhi che non propriamente osservano il mondo, più precisamente lo leggono. e sognano.
presentazione di star (oh, non vi ho mai parlato di star?), aula di filosofi, università degli studi di parma, metà dicembre. un freddo della malora. robirobi è tra gli autori segnalati dalla giuria. il prof. briganti ha da poco terminato di leggere il suo componimento. stiamo intirizzendo nel vicolo, ora. io fumo, robirobi ha autografato una copia di star per sara, la mia fidanzata. lo sto canzonando, gli sto dicendo che grazie a lui diventeremo ricchi perché conserveremo quella copia e la rivenderemo fra dieci anni, quando lui sarà diventato il più importante scrittore del pianeta e sfornerà un polpettone da millequattrocento pagine ogni sei mesi, proprio come ken follet oggigiorno. ma sappiamo entrambi che non sarà così. perché robirobi non intreccia storie per professione, per diletto, o per qualsivoglia altra ragione. robirobi ci illustra il mondo che gli gocciola dentro. deve farlo: si tratta della sua terapia, perché ‘la coscienza genera infelicità’.
“allora, a quando il tuo primo romanzo?” insisto. robirobi accenna un sorriso e risponde che se bukowski ha esordito a quarantanove anni, beh, allora…
repentinamente smette di parlare. gli occhi s’accendono come fanali. dimentica bukowski, la nostra conversazione, la nostra stessa esistenza nel mondo di adesso. mi fissa come se semplicemente non fossi più lì. mi giro a guardare. alle mie spalle una vecchia signora intabarrata incede lentamente, ricurva, come una parentesi controvento. in mano ha un guinzaglio, all’altro capo c’è un cagnetto non più grande di un ratto da chiavica. attaccato al culo del cagnetto c’è un enorme pannolone bianco uguale quello dei neonati. robirobi lo osserva rapito per qualche secondo, dopodiché riprende a parlare come se niente fosse.
robirobi parla poco di sé, e soltanto per caso ho scoperto che ha un suo blog (qui). si chiama bloguli rossi. il testo qui sotto proviene da lì. vi raccomando di farci un giro, nel blog, se avete un minuto. mi ringrazierete. di tanto in tanto ci faccio un salto pure io. per estraniarmi dal mondo di adesso; per scoprire, un giorno o quell’altro, che ne sarà, nel mondo di robirobi, del cagnetto col pannolone.
robirobi è articolista di tapirelax, inoltre è presente nelle sezioni racconti e poesia, oltre che su entrambe le nostre pubblicazioni cartacee ‘cyclette’ e ‘star’.
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L’eccesso di bloguli rossi è la causa principale dell’apertura del presente blog.
Come tutti sanno il blog è una terapia. Il blog è una sostanza psicotropa e antidolorifica, anche se per ora con un blog nessuno è finito dietro le sbarre.
Così il mio medico mi ha consigliato un post dopo cena, a stomaco pieno, perché l’eccesso di bloguli porta troppo ossigeno, e troppo ossigeno troppi pensieri, e troppi pensieri troppa coscienza, e troppa coscienza troppa infelicità. E invece come il blog mi scarico, proprio come se fosse un buon lassativo.
“Ma il blog, me lo passa il servizio sanitario nazionale?”.
Il dottore, brav’uomo e sant’uomo, mi ha mollato un paterno buffetto sulla guancia, anche se nessuno mi leverà dalla testa che volesse stendermi con un gancio. “Dove sei vissuto, amico mio?”.
Ho guardato il mio casco rivestito di pelo di coniglio e provvisto di orecchie di coniglio. L’ho guardato con tristezza, perché non si fanno certe domande. Perché non è importante il dove, ma il come.
Se uno vive sul water, a stretto contatto con lo sciacquone, e si becca i reumatismi, è un dove o un come?
Il dilemma origina sempre dall’eccesso di bloguli. Ti fanno vedere cose, troppe cose in ogni dove e in ogni come, ma di risposte nemmeno una traccia.
Il prossimo anno i miei bloguli ed io abbiamo intenzione di passare le vacanze al mare. Ma al mare ci vado da semplice marinaio, non da uomo di terra, perché il mio cervello è un posto di mare, non un posto di terra. Prova a tirare una riga nel mare, se ci riesci. Prova a segnare un inizio o una fine, come fai sulla sabbia, che notoriamente appartiene alle cose di terra. Prova a giocare a tennis nell’acqua, e a gridare all’avversario: “era sulla riga!”.
Nel mare non ci sono i presupposti e le conseguenze, né doppi sensi, né segnali di precedenza. E’ l’omogeneità che detta legge, non ti puoi sbagliare.
Amo e odio il mare, so anche il perché. Lo odio perché ho passato un’infanzia eritematica.
Lo amo perché mette in discussione i principi. Lo amo perché i miei bloguli vanno a sguazzare nell’acqua ed io rimango solo sotto l’ombrellone, con parrucca e tricorno, intabarrato come un africano sull’Everest, ed eleggo microcosmo dei miei istanti decenti l’ombra limitata e mobile.
E’ lì che i pensieri se ne vanno, e se ci sono rimangono sotto il brusio della risacca, o sotto le palpebre pesanti, al giro di boa di una ventilata giornata agostana.
Splendido il tuo (meritato) omaggio a Robirobi, e splendido anche il trafiletto che citi: divertente e profondo, due aggettivi che spesso si fa fatica ad accostare e che Robirobi coniuga con molta meno fatica…
siete dei miti!!!
è un piacere conoscere gente come voi 🙂
Robertoroberto merita doppio rispetto!