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segnora cicera’

Inti Illimani, 10 settembre 2013, Parco Ferrari, Parma

Io volevo leggere i nomi dei viadotti e delle gallerie ma se stavo seduto sul sedile come voleva la mamma i cartelli apparivano troppo tardi e schizzavano via prima ancora che io finissi di leggerli. Allora mi misi in piedi sul sedile e ora i cartelli li vedevo da lontano e ora sì che riuscivo a leggere i nomi delle gallerie e dei viadotti e in alcuni casi riuscivo anche a leggere la lunghezza. Ero molto contento, ma durò poco. La mamma mi disse che dovevo sedermi perché era pericoloso, e disse anche che ora leggevo lentamente, sì, ma dovevo avere pazienza, che più avavnti avrei letto molto veloce.
Mi sedetti composto e incrociai le braccia. “Ma io voglio leggere i nomi delle gallerie ora, mica più avanti” mugugnai.
Rimasi in silenzio per un po’.
Alla fine la mamma mi permise di stare in ginocchio sul sedile. Così vedevo i cartelli. Non riuscivo a leggere anche le lunghezze, ma riuscivo a leggere tutti i nomi dei viadotti e delle gallerie.
L’anno dopo non solo avrei letto più veloce ma avrei anche imparato a scrivere. Allora avrei fatto un elenco di tutti i viadotti e di tutte le gallerie della Cisa. Si potevano fare delle fotocopie e poi distribuirlo a tutti gli automobilisti che entravano in autostrada. L’idea mi eccitava tantissimo.
La mamma diceva che oltre alla Cisa c’erano tante altre autostrade in Italia. Almeno venti.
Mi girai a guardarla. Stava canticchiando una canzone degli Inti illimani che diceva continuamente segnora cicerà.
“Mamma pensi che un giorno faremo tutte le autosrade dell’Italia?” domandai.

Quando papà tornava, in casa c’era fermento già dal mattino. La mamma cucinava molta roba e spesso c’erano anche i nonni, e a volte gli zii. Io dicevo che non mi importava se tornava oppure no, tanto poi andava via di nuovo. Però la verità è che ero molto contento quando tornava, perché di solito mi portava dei regali belli come il gioco in scatola di Guerre stellari e a volte ci giocavamo anche insieme. Quella volta però sembrava tutto diverso. La mamma aveva cucinato tanta roba, sì, e c’erano i nonni e pure gli zii. Però erano tutti silenziosi e quando papà arrivò a casa invece di urlare “Eeeeeee!” come facevano sempre e stappare le bottiglie di spumante lo avevano abbracciato e basta. La mamma aveva gli occhi luccicanti e sembrava quasi che volesse piangere. Papà aveva portato a casa una radio portatile. Non era proprio un regalo per me, perché la radio era di tutti, però io potevo usarla come gli adulti. La radio era portatile e aveva pure una maniglia ma era pesantissima. Non riuscivo a portarla in giro ma mi piaceva lo stesso perché aveva il dolby, lo stereo, il tasto pausa e persino il tasto rec. “Con quello”, spiegò papà, “puoi registrare tutto quello che succede”.
“Anche le canzoni?” domandai.
“Anche le canzoni”.
Papà aveva portato a casa anche una cassetta musicale degli Inti illimani intitolata Hacia la libertad. Trascorsi tutta la sera ad ascoltarla.
Poi mi mandarono a letto.
Quando andai in sala a dire buonanotte erano tutti vicino alla radio. Papà aveva messo una cassetta però non si sentiva la musica, ma degli spari.
Era cominciata la guerra, diceva papà, ed era cominciata proprio lì dov’era lui.

Io ero rimasto sulla macchina e la mamma era andata a pagare la benzina. Giocherellai con la T e la L di metallo che si staccavano un po’ dal cruscotto. Il cruscotto era di plastica nera ed era formato da righe verticali di materiale più duro alternate a righe di materiale più gommoso che col caldo diventava un po’ appiccicaticcio. La nostra macchina si chiamava Erre cinque ma io non riuscivo a dirlo perché avevo la erre moscia e quindi dicevo qualcosa tipo Eae cinque. Era una Erre cinque della Renò e mi piaceva tantissimo perché era una macchina diversa da tutte le altre. Innanzitutto aveva i fanali di dietro in alto invece che in basso. E poi aveva la targa attaccata al baule e non in basso come le altre macchine. La targa era molto bella perché non era tutta bianca ma aveva RE scritto in arancione e 268636 scritto in bianco. La nostra Erre cinque era marrone ma quando lo dicevo alla gente la mamma mi correggeva sempre e diceva che era color tabacco.
La mamma aprì la portiera e salì in macchina. Aveva in mano una cassetta ottotrac nuova. Le ottotrac erano diverse dalle cassette della radio di papà perché avevano quattro canali invece di due lati ed erano più grandi. Però le ottotrac erano in mono e le cassette invece erano in stereo. Io avevo capito che mono voleva dire che si sentiva con un orecchio e basta, e stereo con due. Secondo me non aveva senso sentire una canzone con un orecchio e basta, quindi io preferivo le cassette alle ottotrac.
La mamma infilò la ottotrac nel mangianastri. “Sono canti andini degli Inti illimani come quella che abbiamo sentito l’altra volta”.
La mamma mise in moto e ripartì.
“Mamma di che colore è il tabacco?” domandai.
“Marrone, perché?”

Io ve lo giuro che quando gli Inti illimani sono saliti sul palco e hanno attaccato Señora Chicera sono caduto all’indietro, in fondo, ma così in fondo che sono arrivato dove nessuna seduta psicoanalitica avrebbe potuto condurmi e i ricordi si sono accesi come fari ed erano talmente vividi e potenti da stordirmi fino alla commozione. Per questa ragione, puramente personale lo riconosco, il concerto degli Inti illimani è stato pura emozione.
Gli altri non so, gli altri forse avranno pensato che le canzoni degli Inti illimani sono noiose proprio come sostiene quel cantautore che fa canzoni così divertenti. Bisognerebbe chiedere a loro.

2 commenti

  1. Me la ricordo l’ultima volta che hai parlato di pura emozione. Si parlava di tubi verniciati e caricati sulle navi, di slivoviza, di autoproduzioni, di guerra: cose del genere.

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