mi sbagliavo

Quando appresi che Neil Young avrebbe suonato a Correggio il 16 luglio 1993 fu pervaso da un giubilo tanto intenso quanto breve, che si esaurì nell’istante in cui realizzai che il mattino successivo al concerto avevo l’orale di uno degli esami più impegnativi. Ricordo che in quell’occasione esternai ad alta voce le mie opinioni sulle rocambolesche abitudini sessuali della solerte e generosa sorella del professore e della ancor più solerte e generosa figlia del rettore. Mi consolai pensando che dopotutto Neil Young è un iperattivo. Me lo sarei visto di sicuro l’anno successivo. Mi sbagliavo. L’attesa durò otto anni.
Haddaway, il grunge, la morte di Staley e Cobain, lo scioglimento dei Take that. Gli anni novanta scendevano a valle come un tronco in un fiume. Nel 1997 Neil Young portò in giro per l’Europa il tour Year of the horse. Avevo preso i biglietti qualcosa come sei mesi prima. Pensavo che ormai era fatta, che l’attesa era finalmente terminata. Mi sbagliavo. Pochi giorni prima del concerto Neil Young si tagliò un dito mentre faceva un panino e annullò tutte le date rimaste. Le mie esternazioni in quella circostanza riguardarono principalmente una celebre divinità monoteista e una sua creatura molto apprezzata, specialmente sotto forma di insaccati.
Spice girls, Britney spears, Band ohne namen. Gli incipienti anni duemila erano piacevolmente affollati di zoccolette in mutande. Nel 2001 mi procurai i biglietti del nuovo tour con un anticipo geologico. A quei tempi Ticketone ancora non c’era e l’unico negozio fornito di biglietti era il Botteghino di Bologna, dove mi recavo due volte l’anno in treno con un rotolo di banconote. Biglietti alla mano, giorno dopo giorno verificavo rassegnato le condizioni di salute del Nostro su internet. Un’infezione rarissima alle corde vocali causate da un rapanello transgenico, un malandato satellite spia sovietico improvvisamente precipitato in California proprio sul Broken arrow ranch. Mi aspettavo che accasse qualunque cosa. Mi sbagliavo. Non accadde nulla. Due ore prima del concerto Neil Young era proprio dove doveva essere, cioè a Brescia che si mangiava una pizza in strada assieme a Talbot, Molina e Sampedro.
White Stripes, Mars Volta, Dandy Wharols. L’importante è somigliare a qualcun altro. Nel 2003 Neil Young girava l’Europa con un solo tour. Mi aspettavo un concerto costruito su un repertorio prevalentemente folk. Harvest, Comes a time per dirne giusto un paio. Mi sbagliavo. Le prime due ore di concerto consistettero nella esecuzione integrale in chiave acustica di un concept album allora inedito intitolato Greendale.
Arcade Fire, Arctic Monkeys, primo album dei Fleet Foxes. Il rock scopre la noia. All’inizio del 2008 Neil Young suonò al Teatro degli Arcimboldi. Il suo ultimo album, Chrome dreams II riprendeva le sonorità di alcuni album classici come Zuma e Freedom tanto per dirne un altro paio. Mi aspettavo un concerto mid-tempo, semiacustico, con caute virate rock, magari sul finale. Mi sbagliavo. Neil Young arrivò sul palco e spaccò tutto. La scaletta includeva almeno tre pezzi che neppure conoscevo. Io, che millanto sempre di conoscere tutte le canzoni di Neil Young.
Quell’estate, mentre le zoccolette ormai maggiorenni si levavano le mutande e i tormentoni di Giusy Ferreri e Katy Perry imperversavano, Neil Young bissò all’Arena di Verona. Come potevo mancare? Mi aspettavo una replica della tournée teatrale. Mi sbagliavo. Neil Young spaccò tutto anche lì, sì, ma con una scaletta completamente diversa.
Fine anno, tempo di resoconti. Come da trent’anni a questa parte i più venduti del 2012 sono Ramazzotti, Zucchero, Battiato, Rolling stones. Neil Young ha da poco pubblicato Psychedelic pill, uno dei suoi album più ardui e, secondo i detrattori, autocompiaciuti. Ora scopro che sarà nuovamente in tour, assieme ai Crazy horse per la prima volta dopo dodici anni. Farà tappa a Roma il 26 luglio prossimo. Io ci sarò. Cosa mi aspetto? Semplice. Che faccia cagare.
La foto è stata scattata da Barbara a Verona nel 2008.