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jean-patrick manchette – piccolo blues

Davvero molto cinematografico, questo piccolo noir.
Scene nitide davanti agli occhi. Sagome scure, squarci di luce, pozzanghere. Le volute di nebbia davanti ai lampioni.
Stridere di copertoni, pallottole che esplodono, la benzina che arde. E il commento sonoro cresce, cresce fino a diventare assordante negli istanti di massima violenza.
Due sicari violenti, un malavitoso paranoico, un fuggiasco braccato. O due sicari sfortunati, un malavitoso sconfitto, un uomo in crisi d’identità. O due sicari pasticcioni, un malavitoso in crisi d’identità, un uomo violento e vendicativo. O…
I personaggi si affannano all’interno di questo piccolo mondo buio, di questo piccolo mondo blues. Si inseguono, si odiano, si finiscono. I loro volti sono ombre, così pure le loro anime. Perché anche noi siamo ombre, siamo sfuggenti ombre prive di anima. Perché anche noi siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri.
Coglioni.
Sentite come comincia il romanzo. Sentite come introduce Gerfaut, il protagonista. Sentite che roba.

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A volte succedeva quello che succede adesso: Georges Gerfaut sta guidando sulla circonvallazione esterna. E’ entrato dalla porta di Ivry. Sono le due e mezzo o forse le tre e un quarto del mattino. Un tratto della circonvallazione interna è chiuso per la pulizia della strada e sul resto del tragitto la circolazione è quasi inesistente. Sulla circonvallazione esterna ci sono due, tre, al massimo quattro veicoli per chilometro. Alcuni sono camion, spesso molto lenti. Gli altri veicoli sono auto private che viaggiano tutte a gran velocità, ben oltre i limiti consentiti. Tanti autisti sono ubriachi. Come Georges Gerfaut. Ha bevuto cinque bicchieri di Four Roses. E circa tre ore fa ha mandato giù anche due compresse di un barbiturico potente. Il miscuglio non gli ha fatto venire sonno, ma un’euforia inquieta che minaccia in ogni momento di trasformarsi in collera o anche in una specie di malinconia vagamente cecoviana e comunque amara, vale a dire un sentimento non molto valoroso né interessante. Georges Gerfaut viaggia a 145 km/h.
Georges Gerfaut è un uomo che ha meno di quarant’anni. La sua auto è una Mercedes grigio acciaio. La pelle dei sedili è color mogano , così come l’insieme dei rivestimenti interni della macchina. L’interno di Georges Gerfaut è ombroso e confuso. Vi si distinguono approssimativamente idee di sinistra. Sul cruscotto dell’auto, sopra i quadranti, c’è una targhetta metallica opaca con su inciso il nome di Georges, il suo indirizzo, il gruppo sanguigno e un’immagine merdosa di San Cristoforo. Tramite due altoparlanti – uno sotto il cruscotto, uno dietro al sedile posteriore – un mangiacassette spande a basso volume del jazz stile west coast. Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, Bud Shank, Chico Hamilton. So per esempio che fra un attimo partirà Truckin’, di Rude Broom e Ted Koeler, eseguita dal quintetto di Bob Brookmeyer.
Il motivo per il quale Georges corre così sulla circonvallazione, con i riflessi allentati e ascoltando quella musica, va soprattutto cercato nel ruolo di Georges all’interno dei rapporti di produzione. Il fatto che Georges ha ucciso almeno due persone nel corso dell’anno non va tenuto in conto. Quello che succede adesso succedeva a volte anche prima.

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