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anton cechov – racconti

Robi ha ragione. Cechov è fichissimo.
Prendi una situazione e immergici un protagonista. Ipotizza che per qualche ragione quella situazione sia significativa per lui, per il protagonista. Inventati qualcosa, insomma. E ora siediti con me nell’angolo a guardare che succede. Shhht, sta’ buono. Il tizio ci parlerà un po’ di sé, fumerà la pipa, riderà, avrà fortuna, soffrirà, diventerà pazzo, s’innamorerà di una cugina. C’intratterrà un po’.
Ma ora che succede? Da qui si vede molto bene.
Avviciniamoci, quindi. Ancora. Siamo a pochi metri da lui. Le case intorno sono sparite, e la piazza, e con essa le strade, e pure il cielo lassù. E’ rimasto lui, l’uomo. Figura intera. Piano americano. Avviciniamoci ancora. Primo piano. Primissimo piano. Dettaglio: l’occhio dell’uomo. Vicinissimo. Fino a cascarci dentro, all’uomo, attraverso la pupilla sgranata.
Perché sbattersi così?
Perché, come spesso accade nei racconti di Cechov, il nostro protagonista finirà coll’andarsene. Sì. Ma non prima di avere colto per sé, per un brevissimo, estremo istante, il senso della vita. La sua, naturalmente. Di aver lanciato un’occhiata al di là dell’abisso.
Hai sbirciato? Eccitante, vero? Ma ora ripigliati e domandati: che accidente ci fai intrappolato all’interno di un cadavere putrescente, egli pure intrappolato nel finale di racconto peraltro già terminato? C’è pieno di vermi, qui, li vedi? Sono i tuoi pensieri. Fuggi, animo! Non startene lì impalato. Vattene prima che sia troppo tardi.
Non leggerlo troppo, Cechov, dammi retta. Una volta o l’altra potresti non farcela, a uscire per tempo. Te lo dico io.

Robi ha ragione, Cechov è uno dei più grandi narratori americani del Novecento. Sorpreso? Ma no. Basta togliere le cugine e metterci al loro posto delle prostitute, sostituire la tisi con l’alcol. Ebbene? Signori, ecco a voi Sua Maestà Raymond Carver.
Carver è morto alcolizzato, Cechov, di tisi. Curioso, no?
Due aforismi a caso, da Internet: “L’arte non tollera la menzogna”; “L’uomo diventerà migliore soltanto quando gli avremo mostrato com’è”. No, dico, tu ci usciresti a farti una birra con un tipo del genere?
Invece Cechov sapeva essere anche un umorista sopraffino. Cinico, implacabile, spietato. Leggi, leggi: la descrizione del professore di liceo Belikov, qui sotto, è impareggiabile.
Di’ la verità: quanti ne conosci, di personaggi del genere? Conta pure, ti dò cinque minuti.
Come dici? Massì, certo, te compreso.

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Senza andar lontano, circa due mesi fa è morto nella nostra città un certo Belikov, insegnante di greco, mio collega. Ne ha senz’altro sentito parlare. Era famoso perché, anche col bel tempo, usciva sempre con l’ombrello, le galosce e un soprabito con imbottitura. L’ombrello aveva una fodera, il suo orologio da tasca aveva una fodera di pelle grigia, il temperino per far la punta alle matite aveva una fodera: pareva che anche il suo viso avesse una fodera, perché lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali scuri, un gilet di lana, metteva cotone nelle orecchie e, quando andava in carrozza, faceva tirar su il soffietto. Insomma, c’era in lui un irresistibile desiderio di rannicchiarsi il più possibile in un guscio, di infliarsi in una fodera che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo irritava, lo spaventava, lo angosciava costantemente; e, forse per giustificare il suo rifiuto della realta, esaltava sempre il passato, lodava ciò che non era mai esistito. Le lingue antiche, che insegnava, erano per lui come le galosce o l’ombrello, una difesa contro la vita reale.
“Oh, com’è melodiosa, com’è bella la lingua greca!”, diceva, intenerendosi, e, quasi a riprova della sua affermazione, diceva, chiudendo un occhio e alzando un dito: “Anthropos!”.
Anche i suoi pensieri cercava di avvolgerli in una fodera. Per lui erano chiare solo le circolari e gli articoli di giornale in cui si vietava qualcosa. Se una circolare vietava agli alunni di uscire per strada dopo le nove di sera, o un articolo condannava l’amore fisico, per lui era chiaro, indiscutibile: è proibito e basta. Invece nei permessi, nelle licenze, per lui c’era qualche cosa di sospetto, approssimato, incompleto. Quando in città veniva autorizzata l’apertura di una società filodrammatica, un circolo di lettura o una sala da tè, Belikov scuoteva il capo e diceva a bassa voce: “Certo, va bene, benissimo, purché poi non succeda qualcosa!”.
Le infrazioni di qualsiasi tipo, le violazioni delle regole lo gettavano nello sconforto, anche quando non lo riguardavano affatto. Se uno dei suoi colleghi arrivava in ritardo a una funzione religiosa, se gli giungeva voce di uno scherzo organizzato dai ginnasiali, se qualcuno vedeva una sorvegliante della scuola in giro la sera con un ufficiale, si agitava moltissimo e ripeteva: “purché poi non succeda qualcosa”. Alle nostre riunioni di scrutinio ci esasperava tutti con la sua circospezione, la sua diffidenza, le sue considerazioni da uomo nella fodera sulla cattiva condotta della gioventù nei ginnasi maschili e femminili. Sul chiasso che facevano in classe. “Purché non lo vengano a sapere i superiori! Purché non succeda qualcosa!”, e sosteneva che sarebbe stato un bellissimo esempio se avessimo escluso, per esempio, dalla seconda Perov e dalla quarta Egorov. Vuole che le dica la verità? Coi suoi sospiri, coi suoi mugugni e con i suoi occhiali scuri sulla faccia pallida, così simile al muso di una puzzola, Belikov ci stremava tutti e finivamo col cedere: a Petrov ed Egorov prima davamo un cattivo voto in condotta, poi li punivamo e come conclusione li espellevamo dal ginnasio. Veniva ogni tanto a farci visita, ma aveva un comportamento un po’ strano: arrivava, si sedeva e taceva, guardandosi in giro. Rimaneva così, seduto in silenzio, per un’ora o due, poi se ne andava. Queste visite servivano, secondo lui, “per mantenere buoni rapporti con i colleghi”: erano penose anche per lui ma insisteva nel farle perché le riteneva un doveroso obbligo tra colleghi. Noi colleghi avevamo paura di lui. Perfino il preside.

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