ian mcewan – bambini nel tempo

Scrivere bene è maledettamente difficile.
Sei lì che ti rigiri per la testa questa scena che di per sé non sarebbe neanche ’sto granché, ma tu hai pronti lì per abbellirla cinque, dieci, venti aggettivi limpidi e meravigliosi, maestosi, che sgorgano carsici dalle tue meningi e…
E invece no, c’è qualcosa dentro, una voce che insiste che ce ne vuole uno solo, di aggettivi, anzi, sai cosa? Niente aggettivi, che è meglio, neanche uno. Meglio una di quelle immagini asciutte, lapidarie, che rigano il cervello del lettore come una chiave su una portiera.
Sì, ma quale?
E quella frase così splendidamente compiuta, florida di immagini e stratificata di subordinate come un era geologica? Edita e sfronda, sfronda ed edita sono rimasti un predicato, due complementi e un cazzetto di pronome a far da soggetto.
Maledizione.
Scrivere bene significa che ogni parola che scriveresti è sbagliata, sì, sbagliata, e non ti resta altro che startene lì davanti come un coglione a spremerti e rispremerti finché non esce quella giusta.
Qualcuno sostiene che non sia così per tutti. Si dice che certi scrittori si limitino ad attaccare l’interruttore sinaptico e fffffshh, le parole fuoriescono da sole come molecole di scorreggia.
Mah.
Un allievo chiese un giorno a Proust. “Maestro, che ha fatto oggi?” Egli rispose, orgoglioso: “Oggi, mio caro, ho aggiunto una virgola”.
Ciascuno interpreti l’aneddoto come gli pare, sta di fatto che Proust non era certo uno che si rifugiava nelle scorciatoie.
Cosa sono le scorciatoie, dite? Sono quando decidi che va bene così, anche se sai che non è vero, perché non hai abbastanza tempo o voglia o fegato o talento per stare lì davanti come un coglione per tutto il tempo che ci vuole, siano minuti ore o giorni interi, finché non salta fuori la parola, l’unica giusta.
Ian McEwan, “Bambini nel tempo”, pag. 48, capitolo 3 (un capitolo, cambiando discorso, estremamente sbilanciato). L’uomo sta per incontrare nuovamente la ex moglie dopo una separazione oltremodo dolorosa. Ci sono pagine di descrizione, questo viaggio procede lento, così lento, e c’è la nebbia che cancella gli alberi oltre i finestrini del treno rigati di ragnatele, e c’è la pioggia sottile che inzuppa i vestiti e inumidisce i pensieri, e c’è il tempo che si contrae e si dilata e pulsa, quasi, mentre nel lettore si genera questa tensione sempre crescente finché, a un certo punto, l’uomo “superò un supermercato con un affollatissimo megaparcheggio”.
Un “affollatissimo megaparcheggio”?
Un AFFOLLATISSIMO MEGAPARCHEGGIO???
Lasciamo perdere la cacofonia di “superare un supermercato”, di cui McEwan è certo incolpevole. Lasciamo perdere il resto del libro, che avrei tanto “affollatissimo megaparcheggio” voluto recensire se non fosse che “affollatissimo megaparcheggio” ci sono queste parole “affollatissimo megaparcheggio” che continuano a rimbalzarmi “affollatissimo megaparcheggio” contro la corteccia “affollatissimo megaparcheggio” generando un “affollatissimo megaparcheggio” fastidioso “affollatissimo megaparcheggio” effetto flipper.
Un affollatissimo megaparcheggio.
“Lontano, uno scintillio di luci s’innalzava verso il cielo simile a un lapillo divino, cancellando l’orizzonte ormai bruno, mentre tutt’intorno, a perdita d’occhio, mandrie di metallo brucavano l’asfalto ronzante di silenzio”.
OK, è una scemeza, lo so. Io non sono Ian McEwan.
Io non sono uno che scrive bene.
Ma, con rispetto parlando, questa non è una scorciatoia.
Giusto ora mi viene in mente un post di Robirobi che dice più o meno la stessa cosa, ma con ben altra classe. Leggetelo. Eccolo qui