fratelli

un articolo che scrissi all’indomani del concerto dei blackfield a milano.
l’avevo preparata per tapirelax ma rileggendolo mi rendo conto che non è un granché. tutt’altro, anzi.
d’altro canto mi mi spiace pure tenerlo inedito per un paio di motivi. in primo luogo il concerto dei blackfield mi ha trasmesso emozioni molto intense – emozioni che dubito di essere riucito a trasferire nell’articolo. in secondo luogo perché ho visto il concerto in compagnia di due amici di lunga data che non vedevo da un bel pezzo.
eccolo qui, l’articolo. piano con le uova marce…
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Blackfield – DNA tour 19/04/2011 – Milano, Magazzini generali
“Uuuu, ma che gran figo”, commenta Sara con una strana luce negli occhi.
“Quello lì sarebbe un gran figo?”, ribatto io.
“Eccome!”
Poi mentre la gente sfolla e si spintona sbatto contro un tizio.
Gli chiedo scusa.
“E questo ti piace?” dico a Sara, indicandoglielo,
Il tizio ha i capelli a tendina, castano-biondicci, un po’ unti, schiacciati sulla testa e annodati in cordine verso il fondo. Ha il mento a punta, il naso a punta, la faccia a punta costellata di foruncoli e bianca come un foglio di carta. Ha degli occhiali con montatura dorata, una t-shirt dei Queensryche, la corporatura esile e l’andatura dinoccolata nonostante la statura decisamente non imponente.
Sara fa una smorfia. “E secondo te dovrebbe piacermi un affare del genere?”
“Be’, quell’affare è identico a Steve Wilson”.
Sara ci pensa un po’.
“Sì ma Steve Wilson è una rockstar”.
“Una rockstar? Scusa ma tu hai mai visto una rockstar con gli occhiali?”
Sara ci pensa un altro po’.
“John Lennon” dice.
Touché.
“Anche Lucio Dalla”, ribatto, tanto per dire qualcosa anch’io.
Comunque, se volete farvi un’idea dei gusti di Sara in termini di uomini sappiate per esempio che le piacciono, tra gli altri, Giovanni Lindo Ferretti e Manuel Agnelli. Ma soprattutto, si dichiara innamorata del sottoscritto. Se proprio volete sentire la mia, di opinioni, secondo me Steve Wilson è uno di quelli a cui è andata di lusso, ma molto di lusso. Gente come Come Nick Cave, per esempio, o Thom Yorke. Personaggi che se non fossero diventati rockstar probabilmente non avrebbero fatto sesso neanche con appresso una valigia di bigliettoni.
Steve Wilson però è il leader non di una ma di ben due band, entrambe, a loro modo, di culto. E la seconda, i Blackfield, è appena salita sul palco.
Conobbi i Blackfield due anni dopo il loro album d’esordio, nel 2007. Ero nel mio negozio di musica prediletto – il Music Mille di Parma – per acquistare Fear of blank planet. L’album era esaurito, però il negozio era vuoto. Iniziai a chiacchierare col commesso, anch’egli – appresi – appassionato dei Porcupine tree.
“Ma tu li hai mai sentiti i Blackfield?”, disse a un certo punto.
Io detesto quando qualcuno mi nomina una band che non conosco. Mi stizzisco subito.
“Lo credo anch’io, ma credo che difficilmente possano ambire a somigliare ai Porcupine tree. I Porcupine tree sono inimitabili”, chiosai.
“Vero, ma i Blackfield non cercano affatto di imitare i Porcupine tree, anzi, secondo me procedono in direzione decisamente opposta. Sono un side-project di Steve Wilson. Ora te li faccio sentire”.
Uscii dal negozio stringendo in mano la mia copia di Blackfield.
Non vedevo l’ora di farli sentire a qualcuno. E così feci, dico bene Cesare?
La fascinazione non è stata effimera, dal momento che quattro anni più tardi siamo qui davanti in attesa che cominci il loro show.
Wilson entra in scena con una t-shirt nera e degli occhiali attaccati al naso con l’Uhu. Aviv veste un giubbotto luminescente come un’insegna da bar, ha dei brillantini in faccia, un trucco attorno agli occhi piuttosto vistoso e delle movenze da supercheccona. Impossibile immaginarsi due personaggi più diversi. Eppure le dichiarazioni di stima reciproca sono molteplici nelle interviste e anche stasera, sul palco, i due si abbracciano spesso e si chiamano “brothers”.
Lo show – per ciò che ho potuto intuire, vista l’acustica da mercato del pesce che da sempre affligge i Magazzini generali – è ben congegnato e molto ben suonato. Nessun virtuosismo nelle esecuzioni, ma una grande attenzione alla melodia e alla funzionalità degli arrangiamenti. Il minimalismo maestoso di Wilson e Aviv acquista, pure in questa latrina di locale, una profondità e un calore straordinari.
Una ventina di canzoni selezionate dai tre album pubblicati dalla band in sei anni. Quasi due ore di concerto. Date un’occhiata a youtube. Magari End of the world, Hello o Where is my love?. Ma qualunque altra va bene. Poi mi direte.
Mi congedo in fretta dai miei compagni di concerto. Io e Sara siamo a Milano per il secondo concerto consecutivo e questa doppietta lunedì-martedì ci ha un po’ segnato le occhiaie. Per rimediare, permettetemi – per una volta – di chiudere questo articoletto con dei saluti. Vi spiace? No, vero? Allora ecco che saluto Cesare e Monica, che non vedevo da un bel pezzo (a dir la verità dalla sera prima, ma prima della sera prima era un bel pezzo…) e Sara, che anche stavolta mi taccerà di Godanismo. O meglio (e fa differenza) di tardo-Godanismo.
(Per chi desideri saperne di più sul tardo-Godanismo suggerisco di leggersi il testo, per esempio, di Oasi, ma qualunque canzone di Ricoveri virtuali e sexy solitudini dei Marlene kuntz può andare altrettanto bene).
Avevo fatto delle foto, ma proprio non riesco a capire dove siano finite. Questa qui sopra è scaricata dalla rete.
Setlist:
Blood
Blackfield
Glass House
Go to Hell
On the Plane
Pain
DNA
Waving
Rising of the Tide
Once
The Hole in Me
1,000 People
Miss U
Zigota
Epidemic
Oxygen
Where Is My Love?
Dissolving with the Night
Encores:
Hello
End of the World
Cloudy Now
Non ti ho mai ringraziato abbastanza per avermeli fatti conoscere e non potevo chiedere niente di meglio che vederli dal vivo in tua compagnia.
P.S. Grazie anche per gli Anathema… è da due mesi che non ascolto altro.
A breve l’avvento del nu-Godanismo, soltanto HowieB ne sarà immune. Tu non la scampi, sicuro.
Nel frattempo, ci penso un po’ su.