carlo lucarelli – almost blue

Tre protagonisti, (quasi) tre voci narranti e noi spettatori delle loro ossessioni. Spara alto, altissimo, Lucarelli. “Voglio vedere”, dicevo dopo cinquanta pagine, “voglio proprio vedere adesso come se la sbriga”.
“Voglio proprio vedere la torta finita”.
Mi sbagliavo. Nessuna torta, niente ricetta, niente di niente. “Almost blue” è una ciotola pisichica con dentro non più di tre o quattro ingredienti. Cucinare? No. Al limite stare lì a vedere che succede.
Una reazione chimica. Altro che torta.
Una reazione che scalda, che fa schiuma, che fischia e fa fumo. Una reazione cui è impossibile sfuggire, che evolve in verticale fino al botto finale.
Botto finale che non c’è.
Lucarelli scrive dannatamente bene e l’idea è dannatamente buona. Viene da dire geniale. Ho ingoiato questo romanzo leggendo le righe a due a due per arrivare in fondo prima che mi venisse sonno. Poi ho chiuso il libro e spento la luce. Del sonno, neanche l’ombra.
Ombre, sì, tante. Inquietudine.
Mi sono addormentato a un certo punto, ma ho dormito male. Sentivo dei suoni. Come delle campane. Inevitabili. Un sogno? Suonavano per me, lo sapevo, ma non volevo che succedesse.
“Almost blue” è così. Un romanzo che non vuoi che succeda, ma sai che è inevitabile.
Il mattino dopo ho riposto il libro sullo scaffale.
Impeccabile, “Almost blue”.
Solo, avrei una domanda.
Prendo il cellulare. “Pronto? Sono Alberto, sì, bene, bene. E tu? Senti, ho una domanda per te. Mi chiedevo la ragione di quell’happy ending piazzato lì, appicciato in coda. Come dici? L’editore? Eh, già. Lo sospettavo”.
Altri difetti: qualche nodo dipanato in modo un po’ frettoloso; la conflittualità del rapprto di Simone coi genitori viene meno nel corso del romanzo; il modo brusco e secondo me immotivato in cui Grazia sostituisce Vittorio a Simone. La stessa femminilità problematica di Grazia sarebbe stato terreno fertile da approfondire. Difettucci davvero minori, se messi a confronto con la bellezza di pagine come questa.
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Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po’ di polvere. Quello del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso della finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost blue.
A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima a di almost, così chiusa e modulata da sembrare una lunga o. Al-most-blue… con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi.
Per questo mi piace, Almost blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi.
Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore, un movimento.
Ascolto.
Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l’etere a caccia di suoni e di voci e si sintonizzano automaticamente sulle frequenze occupate. So usarli benissimo, gli scanner, quello che ho dentro la testa da venticinque anni, fin da quando sono nato, e quello che tengo in camera mia, accanto al giradischi. Se avessi degli amici, se ne avessi, di sicuro mi chiamerebbero Scanner. Mi piacerebbe.
Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perché non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardano. Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile. Come in quella favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire, in cui c’era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro.
Per me significava che le dita ci potevano passare attraverso.
Anche i colori per me hanno un altro significato. Hanno una voce, i colori, un suono, come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere. E capire. L’azzurro, per esempio, con quella zeta in mezzo è il colore dello zucchero, delle zebre e delle zanzare. I vasi, i viali e le volpi sono viola e gliallo è il colore acuto di uno strillo. E il nero io non riesco a immaginarmelo ma so che è il colore del nulla, del niente, del vuoto.. Però non è solo una questione di assonanza. Ci sono colori che per me significano qualcosa per l’idea che contengono. Per il rumore dell’idea che contengono. Il verde, per esempio, con quella erre raschiante, che grata in mezzo e prude e scortica la pelle, è il colore di una cosa che brucia, come il sole. Tutti i colori che iniziano con la b, invece, sono belli. Come il bianco o il biondo. O il blu, che è bellissimo.
Ecco, ad esempio per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli biondi.
Ma se fosse veramente bella, allora avrebbe i capelli blu.
Ci sono anche colori che hanno una forma. Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano, non le conosco. Per conoscerle bisogna toccarle, e a me toccare non piace, non mi piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano. Preferisco i rumori.