alberto grossi – il cane lupo alla pompa di benzin

Leggevo e intanto mi domandavo che cos’era esattamente questo libro. Un romanzo? No, certamente no. Una silloge di racconti? Può darsi, sì. Ma non proprio. Che altro? Uno zibaldone di pensieri o, in termini più consoni a questo nuovo millennio, un blog però cartaceo? Qualunque cosa fosse, di certo sortiva il suo effetto, perché divorai il libro in un paio d’ore.
Non sapevo come introdurre il discorso.
Poi pensai: se questo era il primo interrogativo che mi ero posto io, probabilmente sarebbe stata la prima risposta che avrebbe voluto sentire il pubblico. Decisi quindi di aprire così la presentazione de “Il cane lupo alla pompa di benzina” di Alberto Grossi: semplicemente domandandogli che cos’era il suo libro. Mi rispose che una trama non c’è, certo, è evidente. Ma c’è un ordito, c’è un filo invisibile che tiene unite queste cento microstorie e appunti di vita a comporre quella che, rubacchiando un po’ dalla quarta di copertina, si potrebbero definire una sorta di anti-epica personale. E soprattutto c’è il linguaggio: gergale, paratattico, molto gradevole. Come se il libro, anziché farsi leggere, stesse chiacchierando con te.
Nei contenuti, “Il cane lupo alla pompa di benzina”, è una sorta di riflessione su certe piccole cose che non ci sono più, sui locali da ballo di una volta, su certi tic moderni. Riflessioni scanzonate, ironiche a volte amare.
Il miniracconto qui sotto forse è poco rappresentativo dei contenuti del libro, ma in fin dei conti è quello che mi è piaciuto di più. Nel corso della presentazione l’ho letto e l’ho abbinato a una domanda piuttosto tosta. La domanda era: “Secondo te, che cos’è il male?” Purtroppo però eravamo in chiusura. L’autore mi è venuto dietro per un po’, ma poi ci siamo accorti che il pubblico rumoreggiava e adocchiava impaziente le bottiglie di vino e gli snack del rinfresco. Nei giorni successivi il dibattito è proseguito in forma privata. Roberto, imprescindibile co-autore delle nostre presentazioni, ha scritto una bellissima e-mail in cui porta la sua opinione sull’argomento. Mi piacerebbe che Roberto mi autorizzasse a incollarla qui sotto come commento. Ne sarei onorato. Quanto all’estratto, eccolo. Questo, naturalmente, senza autorizzazione da parte dell’autore.
I ringraziamenti. A Roberto, ad Alberto, al pubblico inaspettatamente numeroso. Grazie a Michele che ci saluta così.
È stata una bella serata. Peccato essere dovuto scappare così di corsa.
Maria nella bottega d’un falegname di De André racconta di un falegname rinchiuso nel silenzio della sua officina a produrre stampelle, protesi, arti finti. Un dovere sociale ingrato, che riparare in fondo è occultare. La retorica ufficiale dello stato che nega e negherà sempre. Lo scempio va fermato, pensa il falegname, solo croci farò da oggi, croci per disertori, croci per chi insegna a disertare. Quando ascolto questa canzone penso al potere, all’organizzazione del potere, mi viene alla mente Adolf Eichmann, quello del processo, quel piccolo funzionario nazista che lavorava con zelo e che cercava il compiacimento dei superiori, quello che in Argentina osannava il terzo reich e si lasciò scovare e catturare, quello che inorridì quando gli mostrarono i morti le cui schiere contribuiva a ingrossare. E’ banale riflettere su quella banalità del male, lo è meno se quei concetti li trasportiamo sulla società di oggi. Magari la mia è una riflessione semplicistica, perà penso che come lui siamo anche noi, siamo degli Eichmann che vogliono vivere tranquilli, senza troppe rotture, adulando in segreto chi sta sopra di noi. In fondo, quella normalità lì siamo noi.