Tenera è la Gina
Sto leggendo un libro che ha scritto un mio amico, ma non è di questo che voglio parlare. Non esattamente.
La cosa migliore del libro del mio amico, o una delle cose migliori, è che i racconti che lo compongono, che non sono esattamente racconti ma più saggi cazzoni (lo dico nel senso migliore del termine, anzi di entrambi i termini: ‘saggi’ e ‘cazzoni’), i racconti, dicevo, riescono a scampare al doppio pericolo cui erano esposti in quanto saggi cazzoni: di essere noiosi, come buona parte dei saggi, e di essere scritti di merda, come di solito sono i racconti cazzoni. In definitiva, il libro del mio amico è divertente e scritto benissimo, e questo non è poco. Ma lo ripeto, non è di questo che voglio parlare.
In uno dei racconti che non sono racconti ma saggi cazzoni il mio amico scrive quello che tutti noi gente intelligente e abituata all’incontrollabilità delle cose del mondo (abituata alla bellezza dell’incontrollabilità delle cose del mondo, più precisamente) sappiamo, e cioè che non possiamo scegliere cosa ricorderemo tra qualche tempo del libro che stiamo leggendo oggi, il meccanismo è automatico e involontario, e quindi può capitare che di Guerra e Pace, per esempio, ci resti impresso soprattutto il fatto che da un paio di segnali risulta evidente che a Tolstoj piacevano le donne coi baffi.
Dopo aver letto quel racconto che non è un racconto ma un saggio cazzone ho continuato a chiedermi cosa ricorderò tra un anno del libro del mio amico, e mi sono risposto che mi succederà in un certo senso la stessa cosa che è successa con Tolstoj al mio amico. Ricorderò quel racconto, che oltre a non essere un racconto non è neppure il racconto migliore del libro, almeno secondo me, così come l’attrazione tolstoiana per le donne baffute tutto sommato per la maggioranza dei critici letterari esperti di romanzi russi dell’Ottocento, Bachtin tanto per dirne uno (e tanto per fare il figo lasciando intendere che ho letto i libri di Bachtin, che invece non ho letto e credo che non leggerò, anche perché sono sicuro che i saggi di Bachtin siano troppo poco cazzoni per i miei gusti raffinati), l’attrazione tolstoiana per le donne baffute, dicevo, è leggermente meno rilevante della tolstoiana filosofia della storia. Ci saranno quindi affinità tra i miei ricordi a proposito del libro del mio amico e i ricordi del mio amico a proposito di Guerra e Pace, anche se il mio meccanismo mnestico sarà diverso dal suo, essendo il suo meccanismo più casuale, incontrollabile, mentre il mio più indirizzato, o inevitabile, del genere ‘provate adesso a comprare un altro yogurt’, quel celebre slogan di una pubblicità anni ottanta recitata dall’ex comico prestato – con un po’ di fortuna senza diritto di riscatto – alla politica italiana. Ma neppure di questo voglio parlare.
Venerdì pomeriggio scorso, saranno state le cinque meno dieci, ero con Agata in via Bergami, a Bologna, quando lei mi ha detto ‘ ti ricordi, papà, quella volta d’estate che eravamo al ristorante con Gwenny e Darko?’. Io le ho detto ‘no, bimba, mi sa che io non c’ero, eri con la mamma’. Lei ha continuato dicendo ‘quella volta, papà, ero al ristorante con Gwenny e Darko, che mi parlavano, e mi sono innamorata’. Io le ho detto ‘di chi, ti sei innamorata? Di Gwenny o di Darko?’. Lei ha detto ‘di tutti e due, di Gwenny e di Darko’.
Subito dopo mi sono ricordato che alla fine del primo capitolo di Tenera è la notte di Fitzgerald, o alla fine di uno dei primi capitoli, l’io narrante, una ragazza, dopo aver visto nuotare nella baia un uomo insieme a sua moglie (l’uomo e sua moglie sono in qualche modo lo stesso Fitzgerald e sua moglie Zelda), torna a casa da sua mamma, ma forse non era a casa ma era in albergo, comunque non importa molto, e le dice di essersi innamorata sia dell’uomo che della moglie.
Questo volevo dire. Questo, e che di quel libro non ricordo nient’altro. Nè la filosofia della storia fitzgeraldiana, né l’eventuale presenza di baffi sopra le labbra di una qualsiasi delle donne: io narrante, mamma dell’io narrante, Zelda o pseudoZelda. Niente.