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Sul gozzovigliar nel dionisiaco

Di David Foster Wallace qui si è già parlato. Non starò a ripetere le cose che ho scritto in un altro post, anche perché non le ricordo e non ho voglia di andare a controllare.
Quello che mi preme dire adesso, e non escludo di averlo già detto o scritto altrove, è che anche se suona come una delle cose più presuntuose che si possano immaginare, talmente presuntuose che smettono di essere presuntuose diventando tenere, o magari restano presuntuose ma acquisendo una patina tenera che in parte le giustifica ma forse in parte le rende stucchevoli e come tali ancora più insopportabili, quello che voglio dire ora è che io a quest’uomo penso di dovere molto.
Lascio da parte tutto il discorso su come scrivo, su come scrivevo dieci anni fa e su come scriverei se non avessi letto nulla di David Foster Wallace. Lo lascio da parte perché quello sì sarebbe presuntuoso ridicolo e stucchevole, senza scampo e senza nessuna cazzo di tenerezza.
Dico solo che gli devo molto come lettore, perché come dice Paolo Nori – altro scrittore cui devo molto -, alcuni nella loro vita si trovano a essere governati non tanto da Berlusconi, Monti e Letta, ma da Dostoevskij, Balzac e Saramago, o Faulkner, Hamsun e Schnitzler, o Hrabal, Strindberg e Cervantes, o altri trittici di autori.
David Foster Wallace aveva la capacità di scrivere solo cose giuste, e di scriverle nel modo più giusto. E oltre a questo un’umiltà, una semplicità e una capacità di autoanalisi che per me non hanno avuto precedenti o quasi. Troppo spesso è stato ridotto a semplice mente migliore della sua generazione, ma questo ricordo di averlo già scritto quindi non mi ripeto.

Allego la parte finale di un’intervista che rilasciò negli anni ’90, prima del successo che sarebbe poi derivato da Infinite Jest. L’argomento è la letteratura postmoderna. Non farò commenti. Vi invito solo a chiedervi come se la sarebbe cavata sull’argomento un altro autore. Uno qualsiasi.

‘Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ d’ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c’è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.’

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