Sulla bellezza
“La bellezza di solito è un dono ma non per la 33enne Laura Fernee. L’attraente ragazza di Notting Hill, centro di Londra, si è infatti licenziata rinunciando a un posto di ricercatrice scientifica perchè il suo aspetto fisico non le permetteva più di lavorare: i colleghi maschi non le toglievano gli occhi di dosso e le colleghe la odiavano. Laura ha scelto così di lasciare un salario annuale di 30 mila sterline. “Non sono pigra, non sono una bambocciona – ha spiegato al Daily Mail – La verità è che il mio aspetto fisico mi ha danneggiato moltissimo nell’ambito lavorativo”. I genitori sono ora costretti a mantenere il suo costosissimo stile di vita. Ogni mese circa 2mila sterline vengono spese per l’affitto di Laura a Notting Hill, altre 1500 per il suo vestiario e circa mille per la vita sociale.”
C’era scritto così oggi sul sito di Repubblica. Non solo sul sito di Repubblica. Ho provato a mettere il nome e cognome di Laura Fernee su un motore di ricerca stamattina, e tutte le volte ho trovato solo quelle nove righe che cominciano con la bella frase ‘la bellezza di solito è un dono’ e finiscono con la non meno bella frase ‘circa mille [euro] per la vita sociale’.
Questo non riuscire ad avere altre notizie su Laura Fernee, se non quelle contenute in queste nove righe, mi è spiaciuto molto, perché io sono il tipo di persona che non accetta di essere definita un tipo di persona, ma se lo accettasse ammetterebbe di essere il tipo di persona che vuole sapere per esempio se proprio tutte le colleghe la odiavano o se invece Misha Tryher, una ragazza pallida, dai polsi sottili e lo sguardo sfuggente, ama Laura alla follia ma non ha il coraggio di dirlo a nessuno per paura che succeda quello che le è successo quando ancora lavorava alla Tecnobet.inc – le cosiddette anziane del terzo piano, vale a dire Fanny Charck e Vivienne Sklopinsky, le hanno fatto trovare due dita di sperma rancido nella tazza di terracotta che le ha regalato uncle Bob quando ha compiuto quindici anni e sulla tazza per soprammercato hanno scritto con un pennarello arancione e uno stampatello un po’ obliquo ‘beviti questo brutta leccafighe’.
In ogni caso, Misha o non Misha, io capisco benissimo i patimenti di quella ragazza per niente pigra e ancor meno bambocciona che è Laura Fernee – di questo volevo parlare più che di sperma rancido -, perché adesso che lavoro in una cooperativa no, adesso le mie colleghe femmine riescono a togliermi gli occhi di dosso e i colleghi maschi non mi odiano (ma se per caso mi dicessero che una sola delle due cose è vera, io scommetterei sul fatto che le colleghe riescono a togliermi gli occhi di dosso, sul non odio dei colleghi maschi non garantisco), ma quando avevo undici anni, nel 1985, l’anno che Boris Becker vinse il suo primo Wimbledon, io partecipai a una vacanza tennis insieme a mio fratello e il secondo o terzo giorno di questa vacanza, una volta salito sull’autobus che ci portava dall’albergo ai campi da tennis, mentre procedevo dall’entrata dell’autobus verso l’ultima fila, una ragazzina di nome Valentina mi disse con aria vagamente impositiva di sedermi accanto a lei e poco dopo – l’autobus era appena partito – mi chiese una cosa che non sentii molto bene ma doveva essere qualcosa come ‘allora ti vuoi mettere con me?’, e io ricordo quel momento, quei dieci minuti passati accanto a Valentina di Roma, di anni 10 o forse 9, come uno dei due o tre momenti più importanti della mia vita, un po’ perché quello fu il momento esatto in cui scoprii che le femmine sono femmine e non sono una specie di maschi con gli orecchini e i capelli lunghi – persone che ti fanno domande a cui non sai rispondere, domande che ti inquietano, domande a cui sarebbe semplice e per questo impossibile rispondere -, un po’ perché in quei dieci minuti, balbettando arrossendo e ostinandomi a non guardarla in faccia, dimostrai per la prima volta di essere un coglione come tante altre volte e con meno attenuanti avrei fatto in seguito, un po’ – ecco perché capisco Laura Fernee – perché quella estate io consideravo il tennis come un lavoro e se non fosse stato per Valentina, le sue domande e soprattutto il mio aspetto fisico che evidentemente mi stava danneggiando moltissimo in senso lavorativo o pseudolavorativo sarei stato molto più bravo a giocare a tennis, forse riuscendo addirittura nell’impresa di passare dalla categoria dei tennisti undicenni di merda a quella di tennisti undicenni che fanno cagare.
Ma neppure di Valentina D.P., abitante in via della Camilluccia a Roma – ricordo che verso i quindici anni le scrissi una lettera, mi rispose quasi subito, fu molto gentile, non le scrissi più anche se ci pensai per almeno un altro paio d’anni, col ritmo di circa una volta ogni due settimane -, neppure di lei volevo parlare, ma di Laura Fernee, che a causa della sua avvenenza si è fatta odiare dalle colleghe – tutte tranne Misha, che patisce guardandola con la coda dell’occhio dalla sua scrivania vicino alla finestra che si chiude male, quella con la maniglia arrugginita, patisce e annusa la tazza compulsivamente per sincerarsi che tre lavaggi di candeggina giornalieri da due mesi e mezzo a questa parte abbiano cancellato ogni traccia di quell’odore così maschile, putrido e per così dire proteinico -, anzi, neppure di Laura Fernee, ma dei prezzi stratosferici della città di Londra, nello specifico del quartiere di Notting Hill, e ancora più nello specifico dei prezzi dei sacchi di juta che vendono a Jameson Strett, nel quartiere appunto di Nottig Hill, perché è evidente che i 1.500 euro che Laura spende per il vestiario – ottava e nona riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee -, quei 1.500 euro che spende al mese Laura per il vestiario si riferiscono ai sacchi di juta che indossa Laura al lavoro, quei sacchi di juta senza nemmeno una cinturina a sottolineare il punto vita che le fanno venire il prurito sulle scapole e che non bastano per togliersi di dosso le occhiate vogliose dei colleghi maschi e rancorose delle colleghe femmine, di tutte tranne Misha, che la guarda, sospira e si chiede se mai anche solo diciotto dei mille euro mensili che Laura spende per la sua vita sociale – ultima riga delle nove righe di belle frasi che contengono tutto ciò che so di Laura Fernee – saranno dedicati a un cocktail serale insieme, loro due in quel bel localino di Clarendon Road che Misha ha visto solo da fuori, mentre il sole tramonta dietro i faggi di Avondale Park e l’igiene intima dentro gli slip candeggiati di fresco comincia la sua parabola discendente.
tra le tante bellezze che cerco di immaginare non vedo la bellezza di chi spende millecinquecento sterline per rincorrere la bellezza ma vedo chiaramente la bellezza di chi guarda la bellezza e sospira.