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C’è stato un referendum a Bologna. All’inizio avevo capito solo una cosa. Che bisognava votare A. Un po’ come Benigni nel Piccolo Diavolo quando gioca a chemin de fer. Non capisce un cazzo del gioco, ma gli dicono che bisogna fare nove. E lui si regola di conseguenza. Continua a fare nove finché non vince tutto e la Braschi gli si concede dopo aver scommesso e perso il suo corpo per una notte, a letto ignuda con il piccolo diavolo in quel di Taormina. Bisogna far nove, bisogna votare A. A per assicurare i soldi alle scuole materne pubbliche e non alle private. Giustissimo, giustissimo. A per far sì che nelle nostre scuole ci sia la carta igienica, i pennarelli, i soldi per andare in gita. Sacrosanto. A per non arricchire la casta ecclesiastica che è già ricchissima. Cristallino. Ho cominciato a vacillare in questa mia convinzione quando ho visto che i più convinti nel votare A erano quei genitori dei bimbi della materna che a me stanno più sui coglioni. Papà tristi col borsello, le mani in tasca, una tessera dei sindacati di base che gli garantisce un fancazzismo lavorativo senza rogne e la tendenza a ideologizzare anche le scorregge. Mamme pelose con l’aria battagliera, l’amore incondizionato per il tè verde che addolcirà un po’ i pomeriggi segnati dalla depressione a cui tra qualche anno non riusciranno a sfuggire e la tendenza a ideologizzare anche il mestruo. La convinzione vacillava, ma si accompagnava alla consapevolezza che togliere il pane di bocca alle creature delle materne pubbliche, Agata compresa, quando i piccoli lord delle scuole private mangiano su sedie Luigi XV con tanto di tovaglie di tela d’Olanda, era una cosa intollerabile. Ero indeciso: era giusto farsi influenzare da queste mie idiosincrasie o avrei dovuto fissare l’attenzione su quello che a seconda dei punti di vista può essere considerato come il focus oppure un semplice slogan, vale a dire giù le mani dalla scuola pubblica
Il tempo passava, il 26 maggio si avvicinava, e io contraddicendo la mia natura di uomo che se ne frega di informarsi sulle faccende civiche e politiche ho cercato di capire meglio questa questione del referendum. Ovviamente non ci sono riuscito perfettamente, perché sono pur sempre uno che se ne frega, uno che se ha un po’ di tempo libero preferisce scrivere un episodio delle Idioziadi piuttosto che entrare o anche solo avvicinarsi alla torbida galassia del comitato promotore del referendum, ma qualcosa qua e là ho letto, e quello che mi è sembrato di aver capito è che in realtà le cosiddette scuole paritarie, svolgendo un servizio di fatto pubblico, un servizio che le scuole materne pubbliche non riuscirebbero ad accollarsi per intero, fanno in un certo senso un piacere anche alle scuole pubbliche, che pure non hanno i broccati nella sala mensa né gli arazzi di Goya alle pareti, e se non lo facessero sarebbe un problema non solo dei parroci e di coloro che mandano i figli alle scuole private, categoria a cui non appartengo e non apparterrò comunque mai, credo, ma della cosiddetta collettività. Ma non ne ero proprio sicuro, anche perché tutti o quasi tutti intorno a me, e tutte le celebrità intervistate in materia, dicevano che bisognava votare A, persino il celebre e avvenente esperto di istruzione primaria con master in economia chiamato Riccardo Scamarcio, persino il pluridecorato e barbuto psicopedagogista specializzato in fundraising chiamato Francesco Guccini. Quindi quando con gli altri genitori capitava di parlare dell’argomento io stavo zitto, cosa che come ho già detto altre volte mi riesce sempre benissimo, oppure da mezze frasi lasciavo intendere che ero anch’io dell’idea di votare A, perché le scuole pubbliche vanno difese, giù le mani dalla scuola pubblica, difendiamo la scuola pubblica e organizziamo una notte bianca per dare un segno tangibile del nostro attaccamento alla scuola pubblica e, tangenzialmente, ai borselli, al tè verde, alle mani in tasca e alle basette pelose di lei ritardanti per lui. 
Alla fine è arrivato il 26 maggio, e senza sapere di preciso se avrei votato A o B, perché la lusinga del ragionamento “più carta da culetto per i bambini della scuola pubblica” non nego che solleticava anche me, sono andato al seggio. Come prima cosa, giunto nella cabina, ho fatto una cosa che più o meno avevo già fatto i giorni precedenti, anche se con meno attenzione. Ho letto per bene la domanda, e non solo le due opzioni A e B, e nella domanda ho visto che c’era un errore. C’era scritto “scuole dell’infanzia paritaria”, anziché “scuole dell’infanzia paritarie”, e a quel punto ho cominciato a pensare meno a quale delle due opzioni scegliere e più a un’altra cosa, e cioè che se mai avessi detto a qualcuno che c’era un errore, magari qualcuno che era per l’opzione A, quel qualcuno, slacciandosi con foga l’eskimo e chiudendo con stizza i libretti rossi mi avrebbe detto che non era quello il punto, che quella era solo una scusa per evitare di assumersi le proprie responsabilità di cittadino che deve difendere il pubblico ed evitare di finanziare quei pedofili dei preti, che tra l’altro gestiscono le loro scuole chic con la logica diabolica e antiproletaria della gerarchia e del terrore, e se quel qualcuno poi gettando a terra il colbacco mi avesse detto effettivamente questo io probabilmente avrei taciuto, evitando di dirgli quel che penso, e cioè che quelli del comitato referendario sarebbe meglio che imparassero prima l’italiano, se non altro perché un quesito referendario sulla scuola sarebbe carino che fosse scritto bene, che bevessero meno tè verde e leggessero più abbecedari, e che comunque anche se uno vuole votare B non significa esattamente che lo faccia per permettere al vescovo di Bologna di comprarsi un altro anello d’oro da far baciare agli stolti che credono in dio, categoria anch’essa a cui non appartengo e non apparterò comunque mai, credo, e che magari c’entra poco ma per raggranellare qualche soldo pubblico si potrebbe scegliere l’opzione C, vale a dire controllare che quelli che pagano zero euro per la retta del nido perché non dichiarano un cazzo di niente, che non è escluso che siano gli stessi che votano A al referendum per le materne, siano effettivamente poverissimi o se invece in casa hanno più argenteria del famoso e proverbiale arcivescovo di Costantinopoli, Bartolomeo I.

2 commenti

  1. Ho votato B, ha vinto A. Ma era un referendum consultivo, che è più o meno l’equivalente referendario di un sondaggio telefonico. Credo.

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