Per questo
Non è vero niente che delle cose difficili è difficile parlare. E’ facile, invece.
Dio, per esempio. Di Dio è facilissimo parlare. Io so benissimo come vede le cose Dio. Intendo dire che so perfettamente che progetti ha Dio riguardo a me. Mi spiego meglio.
Dio, che come è noto ha un’ottima memoria, si ricorda che quando ero piccolo credevo in Lui. Andavo in chiesa, mi facevo il segno della croce con le dita bagnate d’acqua benedetta, mi inginocchiavo nei momenti della Messa in cui era previsto inginocchiarsi. Niente da dire, ero bravissimo. La sera prima di dormire facevo un bilancio della giornata che aveva qualcosa di religioso. Mi rivolgevo a Lui, gli spiegavo il perché delle cose che avevo fatto o a cui avevo rinunciato. Lui comprendeva, ascoltava, non interrompeva mai.
Poi, più avanti, ho smesso di interessarmi all’argomento. Mi sono lasciato un po’ prendere dal razionalismo: questo il motivo principale. E il razionalismo e Dio non vanno d’accordissimo. Verrebbe da dire che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, se non fosse che in realtà diavolo e acqua santa vanno anche bene insieme, seppur con qualche conflitto, a modo loro, mentre razionalismo e Dio secondo me non tanto. Razionalità e Dio ancora ancora, ma razionalismo e Dio no.
Adesso sono in un’altra fase ancora. Dio ricomincia a interessarmi abbastanza, il razionalismo invece non mi appassiona più. Però non posso dire che ci credo. Né che non ci credo. Né a Dio né al razionalismo. O meglio, al razionalismo non ci credo più (quel che doveva fare con me, il razionalismo l’ha già fatto: adesso mi lascia stare, non ho più un conto aperto con lui), mentre a Dio non so se proprio credo, ma se non ci credo, se ancora non ci credo, credo che tra un po’ ci crederò. Neanche tra tantissimo, forse un anno o due.
Per essere un po’ più precisi – posso permettermelo, conosco Dio a sufficienza – le cose stanno in questo modo. Dio, che come è noto oltre alla memoria ha anche la pazienza, sta lì e aspetta. Sa che tra un po’ da Lui ci torno. E non lo sa solo da quando lo so io, cioè qualche tempo, pochi mesi, Lui lo sa da quando sono nato, anzi, da prima, da quando ha deciso che sarei nato – concetto quest’ultimo né razionalistico, né razionale, né biologico né in definitiva umano -, già da allora sa che tipo di percorso avrei fatto (prima fase – frequentazione della chiesa di sant’Agata di Imola con occhio basso e colorito grigiastro, preghiere diurne, riflessioni parareligiose notturne, dita bagnate d’acqua Santa, fioretti a go-go, ricerca del Bene Assoluto un po’ dove capita, attenzione semigiainista a non uccidere le formiche camminandoci sopra, rifiuto di dire le parolacce anche se solo parolacce del cazzo come idiota imbecille scemo etc etc – e seconda fase – convinzione hegeliana di poter spiegare tutto il reale col raziocinio, pensiero magico paradossal-naîf del tipo perdonami Dio ma tanto sappiamo tutti e due che tu non esisti, persino tu che non esisti sai che non esisti, lascia che frequenti il libero pensiero illuminista, non fare il Dio vendicativo del Vecchio Testamento che non ti si addice, etc etc), e sapendolo ha accettato i miei tempi, non ha forzato la mano, un po’ perché è sempre controproducente forzare la mano – Dio lo sa -, un po’ perché tanto non serviva, sapeva che sarei tornato.
E infatti, anche se ancora non sono tornato, è ormai sicuro che tornerò, coi miei tempi (diciamo miei, ma forse sono più Suoi che miei, o forse non sono di nessuno, sono solo tempi, giusti tempi), e così si chiuderà un cerchio o una parabola simile al cerchio o parabola che ha avvicinato me e Agata nei suoi quasi sei anni di vita (Agata da zero a un anno circa mi ha tenuto molto in considerazione, o almeno le servivo un po’ per tutto, dipendeva da me e da Camilla e accettava questa dipendenza senza ribellioni né preferenze. Poi, da un anno a pochi mesi fa è stata in una fase di allontanamento, espulsione, messa in discussione del papà e complementare certezza che le bastasse la mamma per qualsiasi cosa. Adesso, da qualche tempo – ma forse è presto per dirlo con certezza -, Agata si è riavvicinata).
Mi rendo conto che in realtà il parallelismo io/Dio e Agata/papà è sbagliato (io ho trattato Dio meglio di come Agata ha trattato me, soprattutto se ripenso all’orrendo 2009 e al fallimentare 2010), inoltre paragonarmi a Dio, oltre a essere fuorviante in quanto potenziale segnale di ego appena appena ipertrofico che non spiegherebbe perché la maggior parte del tempo io sono convinto di essere una merda, è fuori luogo perché io non ho la Sua memoria, né la Sua lungimiranza, né probabilmente la Sua pazienza (ma di questo non sono sicurissimo: se avessi l’opportunità di parlarne con Giobbe, per esempio, e gli dicessi che secondo me Dio è estremamente paziente, lui, seppure con l’aplomb che l’ha sempre contraddistinto, mi farebbe notare che tra loro due quello paziente non è Dio), ma non importa. Parallelismo giusto o sbagliato, il cerchio o parabola che lega me a Dio e Agata a me ha qualcosa di, come posso dire, perversamente ineccepibile.
E così, se non sbaglio, è dimostrato una volta di più che parlare delle cose difficili non è difficile, ma facile. E’ per questo che io non lo faccio quasi mai.