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L’eterno ritorno del cazzo

La premessa è che io non capisco la politica. Non la capisco un po’ perché non sono portato, un po’ perché non mi interessa – e quindi non mi interessa nemmeno capire se è vero che non sono portato o semplicemente non mi interessa, ma sono comunque portato a credere di non essere portato al di là del disinteresse – e un po’ perché da due anni a questa parte in casa mia gli unici canali della televisione accesi, a turno, sono Rai YoYo e Cartoonito, che sono due canali di merda per tanti versi, soprattutto Cartoonito che più di Rai YoYo si pone l’obiettivo programmatico della completa sedazione del bambino, ma hanno entrambi l’indubbio vantaggio di non trasmettere a nessuna ora del giorno programmi di politica del cazzo.

Data la premessa, anche se non capisco e non mi interessa la politica, a volte accadono cose politiche che attirano la mia attenzione, e attirandola mi spingono all’analisi nell’unico modo in cui può analizzarle uno come me che non si appassiona alla politica e non la capisce, vale a dire – Gual mi scuserà se lo cito imprecisamente – un po’ a cazzo.

Un po’ a cazzo significa che non le analizzo veramente queste cose politiche, non sono in grado, mi limito a lasciarmi cullare da certe immagini o similitudini che passano nella mia testa e mi piace credere siano calzanti, oppure più che calzanti mi piace credere che siano suggestive, ed essendo suggestive – poniamo che lo siano per comodità – danno l’idea a chi le legge, me compreso, che per esempio su questa faccenda dell’ipotetica nuovo governo ho capito tutto anche se in realtà non ho capito quasi un cazzo.

G. e M. sono una coppia sposata da qualche anno, diciamo sei o sette. G. è la moglie. M. il marito. Meglio: G. è la mesta, anonima, ingobbita moglie, affascinante ormai solo nei bei levigati gomiti, esattamente come la moglie di Oblomov. M. è l’esuberante, carismatico, impettito marito a cui da tempo non basta più guardar quei bei levigati gomiti per non pensare d’avere sbagliato tutto. Alla sera, ogni sera, M. interrompe per un attimo la visione del film in prima serata per dare un’occhiata a G. girato di spalle, addossato al lavello, che lava i piatti con un docile movimento rotatorio. A quel punto, ogni sera, M. scuote la testa. Ma come ho fatto – si chiede –, come ho fatto a sposarmi con una così, cazzo?

Una sera che M. si trova ad essere meno incline del solito a tollerare l’asfittica tristezza della vita a cui l’ha a suo modo di vedere costretto G., e quel docile movimento rotatorio delle mani di G. genera un meno docile movimento rotatorio nella zona dei suoi testicoli testosteronici,  M. si decide ad affrontare G.: così non va, non può più andare, gli dice M. Cosa? Cos’è che non va? Chiede di rimando G. Io e te, non andiamo, non andiamo per niente. Precisa M. fissando con disgusto i bei levigati gomiti di G. Le cose non vanno male tra noi. Ribatte G. che senza voltarsi osserva l’orlo del bicchiere che sta sciacquando. No? Non andiamo male? Domanda M. con aria vagamente ebete. Siamo una coppia come tutte le altre, continua G. Alti e bassi. Dopo qualche anno è normale. No, risponde M. ritrovando la verve dei tempi migliori, non è normale neanche per il cazzo.

La verità è che G., la quale non manca di consapevolezza dei suoi limiti, sa che nel caso M. lo lasci per lei sarà dura trovare qualcun altro. Neppure lei forse è più innamorata, ci sono tante cose di M. che non le piacciono – quando dorme, M. scorreggia forte gonfiando il piumone, si masturba sotto la doccia pulendosi poi sulla tendina, mentre parla a volte gli si forma agli angoli della bocca una pastella bianca come quella di Forlani al processo Enimont -, ma non gliele fa notare per delicatezza, o perché teme la discussione che ne seguirebbe. In ogni caso, innamorata o non innamorata, pastella o non pastella, la prima reazione di G. all’exploit del marito è pensare che sarebbe da folli separarsi adesso. La seconda, invece – ma non è detto che ci arrivi, G., alla seconda reazione, che implicherebbe una volontà di approfondire la cosa che forse G. non ha e non avrà -, sarebbe capire che le possibilità di legarsi prima o poi a un altro uomo, uno che forse rispetterebbe lei e le tendine della doccia più del marito, non sarebbero proprio irrisorie. La terza – una volta arrivata alla seconda reazione arriverebbe anche alla certa, questo è certo, ma sul passaggio dalla prima alla seconda reazione, come si diceva, sussistono poche garanzie –, la terza sarebbe sentirsi libera come non le è mai accaduto, non che lei ricordi almeno, e da donna libera concedersi un catartico, urlato eccheccazzo!

Quello che ha mosso M. ad agire proprio adesso, così come capita spesso agli uomini come lui, è di una semplicità splendida e disarmante: in questo periodo si è accorto di piacere a tutte le donne del quartiere. La panettiera l’altro ieri gli ha fatto l’occhiolino e gli ha aggiunto un biscotto dei suoi preferiti nel sacchetto del pane. Ieri la biciclettaia si è affacciata alla bottega e col sorriso malizioso ha suggerito ‘serve una pompa?’. Oggi la farmacista come l’ha visto si è sbottonata un po’ il camice e si è appoggiata al bancone mettendo in mostra il seno. E’ il suo momento, sente di poter fare tutto, e stare solo con G. sarebbe – avverte qualcosa di eroico nel pensiero che sta formulando, percepisce la forza epocale e giustamente brutale che si porta dietro questa certezza, è pronto ad accogliere su di sé tutte le conseguenze, lo deve innanzitutto a se stesso, costi quel che costi – sarebbe come farsi un nodo al cazzo.

Forse non è normale, aggiunge G. dopo una pausa, ma proviamo ad andare avanti ancora un po’. E come? Domanda M. atteggiando la bocca a sardonico sussiego fiorentino. Farò un tentativo, mi ci metterò d’impegno, assicura G. Tu? Lo indica M. senza mutare espressione. Io, sì, un impegno per te e per noi. Conclude G. enfaticamente, girandosi alfine verso il marito. Dopodiché si toglie i guanti gialli, li appoggia ordinatamente al lavello, si avvicina un po’ meno gobba del solito a M., gli abbassa la lampo dei pantaloni e prende a ciucciargli il cazzo.

No, no, così è troppo facile, la interrompe dopo mezzo minuto M., anche se sulle prime si era concesso la libertà di accompagnare il docile movimento – in parte anche rotatorio – della testa di G. con la mano. Devo scegliere la strada meno battuta. Devo farlo. Devo. Detto questo spinge via G., si tira su la lampo, si alza, infila il giubbotto di pelle ed esce di casa. Dopo un attimo G. ritorna al lavello, si rimette i guanti gialli, riprende a lavare i piatti e con voce esilissima dice – non è chiaro se a se stessa o al marito – idiota, idiota, idiota del cazzo.

2 commenti

  1. La citazione corretta del Gual sarebbe “alla cazzo di cane”, che a sua volta cita un personaggio di una serie televisiva, il regista Renè di Boris, che a sua volta cita la direzione del PD.

  2. io ho capito chi è r. ma non sono sicuro di avere capito chi è g., perché secondo me g. in realtà dovrebbe chiamarsi e., ma forse tu intendevi proprio g., il cartapecoraceo zio di e., e se non ti sei sbagliato e non volevi scrivere e. ma volevi proprio scrivere g. allora, ragazzo mio, lasciati dire che sei un fottuto genio.

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