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Lo spariglio

Ieri mentre correvo attorno al cimitero di Bologna ho cominciato ad accusare un dolore al ginocchio, dapprima lieve, poi sempre più forte. Dopo venti minuti che correvo il dolore è diventato intollerabile, o almeno qualcosa di molto vicino al concetto di intollerabilità che può avere uno come me che se si dà un morso alla lingua non aspetta più di trenta secondi prima di aprire l’armadietto dei medicinali alla ricerca di un synflex.
Il problema è che dopo venti minuti che correvo ormai ero lontano da casa più o meno tre chilometri, e se avessi smesso di correre sarei comunque dovuto tornare indietro a piedi, impiegando più di mezz’ora e sforzando ancora il ginocchio malconcio, allora ho girato i tacchi, ho rallentato e ho continuato a correre facendo smorfie e emettendo versi disgustosi, col ginocchio serrato in una specie di garrota sempre più stretta.
Ero molto indeciso sulla velocità da tenere durante la corsa di ritorno, perché da un lato avevo voglia di arrivare a casa prima possibile, ma dall’altro la prospettiva di correre su un ginocchio messo male mi sembrava idiota. Vivevo in sostanza un conflitto simile a quello dell’uomo che deve cagare ma ancora è in viaggio verso casa: chi si trova in una condizione di questo tipo solitamente fatica a scegliere con decisione se andare pianissimo per evitare di farsela addosso a causa di una furiosa corsa peristaltica o se andare veloce per ridurre l’intervallo di tempo che lo separa dalla tazza del cesso. L’uomo che deve cagare ma è ancora in viaggio di solito alternerà fasi di corsa irrazionalmente veloce a pause assurdamente lunghe che gli serviranno per sincerarsi di non essersi cagato addosso e di avere la capacità sfinterica di continuare a tenere la merda dentro di sé ancora un po’.
Così io, che in certi momenti mentre tornavo verso casa quasi mi fermavo, seppur senza smettere di mugolare e fare smorfie, e in altri ripartivo con uno slancio sbilenco, e tutto questo senza perdere neppure per un attimo la consapevolezza che la mia tattica – alternanza di semipause e strappetti – era comunque peggiore sia della tattica della lentezza che della tattica della velocità, una consapevolezza che avrebbe dovuto indurmi a cambiare tattica ma non l’ha fatto, un po’ perché io non sono il tipo di persona che trae conclusioni intelligenti o anche solo sensate dalle proprie intuizioni, e un po’ perché in realtà più forte del dolore era l’allegria legata al ricordo di quella volta – era il 29 marzo del 2008, Agata sarebbe nata il giorno dopo – che facevo la doccia a casa d’altri, lo scarico della doccia era intasato di capelli, l’acqua non andava giù e mi si accumulava tra i calcagni, quell’acqua era ghiacciata ma andava scaldandosi anche se lentamente, ero indeciso se aspettare un po’ per avere acqua tiepida o chiuderla lì, con una doccia fredda che mi avrebbe tenuto sveglio in vista di una notte di travagli osservati e in qualche maniera vissuti, e dopo aver valutato la situazione con ponderazione ho deciso che avrei comunque preferito una doccia calda o semicalda, anche a costo di avere l’acqua fino alle ginocchia che allora non mi facevano affatto male, e quando ho capito di aver preso una posizione almeno una volta nella vita, vale a dire la posizione di chi preferisce fare docce calde anche se quella doccia calda contribuisce a intasare sempre più una doccia altrui, vuoi per il rilassamento dovuto alla presa di coscienza vuoi per chissà che altro motivo, ho cominciato a pisciare su quel piatto doccia inondato, e mentre guardavo l’acqua nel piatto doccia ingiallirsi e scaldarsi per l’azione sia del boiler che del piscio mi sono chiesto in quale modo questo nuovo evento sparigliasse le carte.

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