Se mi sbalio prendere suo posto voi me lo dicerete
Dal 2001 al 2002 lavorai in una comunità di tossicodipendenti. Era il secondo lavoro che facevo in vita mia. Il primo era stato in un centro giovanile, e avevo lavorato abbastanza male. I miei capi forse non se ne erano accorti più di tanto, ma io lo sapevo che avevo lavorato male. L’errore principale era stato di fare un po’ troppo l’amico degli adolescenti che frequentavano il centro e un po’ troppo poco l’educatore, raccontare loro i fatti miei, fare il simpatico a costo di essere sopra le righe, ubriacarmi o comunque bere abbastanza in loro presenza, e tutto questo, credo, per avere la loro ammirazione.
Quando cominciai a lavorare nella comunità di tossicodipendenti capii subito che non potevo fare gli stessi errori, perché sapevo che i tossici sono manipolatori e possono sfruttare il minimo dettaglio a loro vantaggio e a tuo svantaggio, gli basta un niente per prillarti sul dito e farti fare quel cazzo che vogliono loro, quindi io dovevo essere neutrale, uno specchio opaco, come mi avevano insegnato all’università, non lasciar trapelare nulla di me, avere la faccia di uno che non ha mai bevuto alcool, che non si è mai fatto una canna, che non ha mai frequentato nessuno che si fa le canne e che non sa nemmeno di preciso cosa siano, le canne. Chiaramente erano tutte stronzate, niente di più sbagliato che essere così rigidamente controllati in un posto come una comunità, ma allora non lo sapevo e volevo fare il mio lavoro meglio possibile anche a costo di non avere l’ammirazione di nessuno.
Il destino, se era il destino, volle che la mia assunzione fosse in sostituzione di un operatore che era stato appena licenziato perché scoperto a fare coi tossici più o meno quello che io avevo fatto con gli adolescenti, ma in maniera molto più pericolosa, costante e invischiata. Il sospetto, mi aveva detto la responsabile della comunità uno dei primi giorni, era che avesse portato della droga dentro la comunità.
Come si può intuire, un operatore che fa comunella coi tossici e porta della droga in comunità è visto da alcuni dei tossici – quelli più determinati a smettere di drogarsi, che sono pochissimi – come la minaccia che effettivamente è, ma da altri, quelli più fragili, più provocatori, più semplicemente stronzi, più ansiosi di idealizzare il primo minchione che ha la voglia e la capacità di essere idealizzato, è considerato più o meno come il professor Keating era considerato dagli alunni dell’attimo fuggente.
E così quando arrivai in comunità i fragili, i provocatori e gli stronzi mi videro come il coglione ordinario che non aveva i lampi di genialità trasgressiva e al tempo stesso empatica di chi mi aveva preceduto, e come tale ero da mettere in difficoltà, screditare e spingere sempre più vicino al baratro del burn out – cosa facilissima, considerando che la mia solidità lavorativa era quella di un ragazzino che si cagava addosso per qualsiasi cosa ma al tempo stesso aveva una voglia esplosiva di dimostrare di essere superiore all’altro operatore su qualsiasi campo da gioco l’altro operatore potesse scegliere, a parte il campo dello spaccio su cui effettivamente non avevo esperienza.
Il destino, se era il destino, volle che in quel periodo avessi appena cominciato a uscire con una ragazza che subito prima di uscire con me usciva con questo ex operatore spacciatore della comunità, anche se in realtà sarebbe più giusto dire che usciva contemporaneamente con tutti e due, con me e con lui, più o meno a sere alterne, e forse ancora più giusto sarebbe dire che in realtà con me non usciva, dal momento che il nostro rapporto consisteva più che altro nel mio andare a casa sua con scarse speranze di trovarla in casa e con scarsissime speranze di trovarla in casa senza l’operatore spacciatore e con residuali speranze, nel caso fossi riuscito a entrare in casa sua le sere che lui non era a casa di lei, di non essere cacciato da casa sua poco tempo dopo aver varcato la soglia e comunque dopo essermi sentito dire da quella ragazza quanto il mio pseudorivale fosse trasgressivo e geniale e giustamente idolatrato dai tossici e ingiustamente licenziato dai responsabili della comunità che poi si erano dovuti accontentare di assumere operatori banali e paurosi e infantili e rigidi e subdolamente narcisisti e a loro modo competitivi.
Tutte queste cose – la comunità, la ragazza, l’operatore spacciatore, i miei tremori e tutto il resto – le avevo dimenticate, ma poi quando in questi giorni ho pensato a Ratzinger che sono otto anni che gli frastagliano i coglioni perché Woytila aveva carisma, e Woytila sapeva sciare, e Woytila si piegava con elasticità e baciava l’asfalto degli aeroporti, e Woytila diceva le cose simpatiche in italiano approssimativo, e Woytila da giovane aveva fatto l’attore, e Woytila si era preso una pallottola in pancia e aveva perdonato quello che gli aveva sparato anche se quello aveva cambiato versione sul movente a una velocità poco compatibile con un perdono ponderato, e Woytila di qua e Woytila di là, mi sono tornate in mente tutte, tutte.