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Stamattina mentre facevo la doccia ho cominciato a cantare la canzone Fra Martino Campanaro. Non ho cantato la versione ufficiale. Ho cantato una mia versione improvvisata, con testo cambiato, e quando è arrivato il momento di dire ‘suonan le campane, suonan le campane’ io ho detto ‘tu sei una merda, tu sei una merda’. Subito dopo aver detto così mi è venuta un’allegria eccezionale, un’allegria non spiegabile solamente col fatto che avevo ideato una versione alternativa della celebre canzone rispettando la metrica alla perfezione e intonandola meravigliosamente nonostante le insidie melodiche. L’allegria era dovuta, così ho pensato mentre ero sotto la doccia, alla forza di quelle quattro parole tutte vicine: tu sei una merda. E come mai sono così forti quelle quattro parole? Mi sono anche chiesto. Forse perché nessuno le hai mai dette in quell’ordine senza aggiungere altro. Prova a pensarci: hai mai sentito qualcuno dire ‘tu sei una merda’? Mi sono chiesto. Sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘sei una merda’, sicuramente hai sentito qualcuno dire ‘tu sei una gran merda di cacca’ o qualcosa del genere, e forse anche ‘tu sei una merda schiacciata da un trattore scarburato con due ruote nel fosso’. Ma non hai mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’ e basta. A furia di ripetermi questa cosa me ne sono convinto: non ho mai sentito nessuno dire ‘tu sei una merda’. Non solo, mi sono convinto che tutte le volte che una frase di un grande autore mi aveva colpito era perché nessuno prima aveva avuto l’idea di assemblare nello stesso modo le parole scelte dall’autore. Così si spiegava la potenza evocativa di Dostoevskij, o Kafka, o Stendhal, o Hrabal.

Mentre pulivo i vetri del box doccia con un prodotto apposito subito dopo essermi sciacquato via il sapone di dosso e mi facevo i complimenti per l’intuizione straordinaria mi è tornata in mente una cosa forse collegata alla faccenda del ‘tu sei una merda’, e cioè che qualche settimana fa mentre ero sull’autobus numero 11C ho sentito un arabo parlare con un altro arabo, e avendo prestato la massima attenzione al loro discorso sono sicuro che una delle prime parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Insciallah, mentre sono un po’ meno sicuro che un’altra delle parole che il primo arabo ha detto al secondo è stata Balotelli, e dopo aver sentito quel discorso, che a suo modo mi aveva rallegrato seppur con l’inquietudine tipica delle occasioni per così dire sincretiche, ero stato un sacco di tempo a chiedermi come fosse possibile inserire nello stesso discorso le parole Insciallah e Balotelli, senza trovare nessuna risposta e con l’insensata speranza di continuare a non saperlo.  

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