vacamadona

fatto lo zaino, comprato i biglietti, prenotato l'ostello. tutto a posto insomma. ora ho solo voglia di farmi una doccia e sbattermi a letto.
occcazzarola, le sigarette!
devo ancora comperare le sigarette per il viaggio…
la foto proviene dal bellissimo blog 'umarells' (qui); buttateci un occhio.
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Intravedo l’insegna del ‘24 ore’. Tiro un frenone e accosto sgommando. Scendo. Davanti a me, a cavallo di una Graziella molto più simile a un mucchio di tubi che a un velocipede, un tizio di mezz’età in canottiera e ciabatte, le guance rubizze, la pinguedine di tutt’una vita di dedizione alla birra, sulla testa una manciata di ricci radi come lapidi dentro un cimitero, della stessa sinistra colorazione merdadipiccione.
Una di quelle persone che commentano tutto quello che fanno, presente?
Scende dalla bicicletta, poggia una mano sui lombi: “L’a m’lèsa stèr brisa c’la schina d’merda, vacamadóna”.
Ha in mano un triangolino di carta unto e stropicciato quanto una pagina di giornale con dentro un culatello. Sono cinque euro. “M’i a dé al p’chèr ierdlà, vacamadóna”. Li infila nella fessura. Pochi istanti e la macchinetta, naturalmente, li sputa. “Co’ gh’ani che vàn mia bén, vacamadóna” e sferra un calcione alla macchinetta. “Adésa t’vèd che t’ia ciàp, vacamadóna”. Infila nuovamente la banconota. Stesso risultato. “Vacamadóna”. Infila la mano in tasca per cercare degli spiccioli. “E guardi sa g’ho dal monédi, vacamadóna”. Li trova. “I’ én chi, vacamadóna”. Li infila nella macchinetta, uno per uno. “Von, du tri e quater, vacamadóna”.
Schiaccia maldestramente il bottone delle Marlboro rosse. “Chi bagai chi a son pù picén dal me dii, vacamadóna”. Si allunga verso la fessura per afferrare il pacchetto ma il salvagente di adipe fa da spessore. “E fèrla pù in élta, vacamadóna”. Inspira profondamente. Scende dalla bici e si china nuovamente. “Pòvra pòvra la me schina, vacamadóna”. Infila la mano nella fessura, ma non trova il pacchetto. “Mo’ ’ndo él andè, vacamadóna”. Finalmente lo trova. “A l’o catè, vacamadóna”.
Sempre dettagliando, si risiede sulla bicicletta, apre il pacchetto, getta in terra la stagnola, afferra una sigaretta coi denti, gli cade, scende dalla bici a raccattarla, la infila i bocca arrovescio, la gira, infila la mano in tasca alla ricerca dell’accendino.
Si arresta.
Si guarda intorno spaesato. Ci siamo soltanto io, un rave di zanzare attorno al lampione e qualche chilometro cubo di umidità.
“Gh’et da pièr?”, chiede.
“T’al po’ dir, vacamadóna”, e gli allungo l’accendino.
Sorride a labbra strette per non far cadere la sigaretta. La accende e mi restituisce l’accendino. Soffia fuori una densa nuvola di fumo. Mi appoggia una pacca sulla spalla. “Adésa e stàg mèi”, dice. Sale in sella e faticosamente riparte. Qualche metro e si gira verso di me. “CHE CHÈLD, VACAMADÓNA”, sbraita, e mi fa l’occhiolino.
beleza
ma pinguedine è italiano?
tiro un frenone e mi accosto sgommando….ricordi qualcuno di mia conoscenza in età giovanile…..