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una specie di unplugged

questa recensione, già online su tapirelax da qualche tempo, è dedicata a barbara, fida compagna di concerti per – santocielo – sono ormai diciassette anni.
mi domando: ma si potrà dedicare a qualcuno una recensione? avrà senso?
bah, io lo faccio lo stesso e…
e dato che ci siamo ti auguro pure, da qui, un felice trenta***esimo compleanno.

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Jean-Michel Jarre 6/11/2008 – Milano, Teatro degli Arcimboldi

Perlomeno l’altra volta c’erano raggi laser, luci stroboscopiche, ologrammi e faretti colorati di ogni genere e specie. Rumori, borborigmi, campionamenti, fuochi d’artificio. Fiamme che uscivano dalle tastiere. Perlomeno c’era stato del casino sul palco. Perlomeno per due orette buone, il Nostro, aveva ripercorso le tappe di una carriera lunga e a modo suo luminosa. Perlomeno il biglietto era costato soltanto trentamila lire, effettivamente tante, allora, per le mie tasche smunte, ma tutto sommato oneste.
Perlomeno.

Alle nove e cinque minuti, mentre prendo posto nell’ultimo seggiolino dell’ultima fila dell’Arcimboldi, su in piccionaia, le luci si spengono e Jean-Michel Jarre fa il suo trionfale ingresso sul palco. Capelli lunghi, tinti, un po’ unti – o sarà il riflessante? – cappotto nero e una forma invero invidiabile per i suoi sessant’anni.
Prende un microfono.
Uh? Ma che ci fa Jarre con un microfono in mano?
Che ci fa? Ecco: chiacchiera.
Dice che questa sarà una serata speciale, che farà un concerto speciale per un posto davvero speciale. Guardate, e fa un ampio gesto col braccio, guardate: nessun computer sul palco, niente effettacci luminosi. Un concerto, diciamo, ‘intimista’. A modo suo, una specie di unplugged. Questa sera JMJ suonerà soltanto strumenti originali, esattamente gli stessi coi quali incise Oxygène qualcosa come trenta e passa anni addietro.
Un fragore di applausi.
«Questi strumenti sono delicati e bizzosi come vecchie signore. Devo fare attenzione con loro – sorride – dovrò sfiorarli in punta di dita».
Attorno a lui, in cerchio, una decina di sintetizzatori di ogni tipo. Begli attrezzi, non c’è che dire. Ce ne sono almeno un paio che sembrano trafugati dal set di Spazio: 1999. JMJ li accende uno dopo l’altro e li prova con grande prosopopea, ottenendo applausi a ogni strumento. Poi esegue per intero l’album Oxygène. Poi esegue due estratti da Oxygène 7-13 – il dignitoso sequel uscito nel 1997. Poi se ne va. Un’ora e cinque minuti, compreso il solito andirivieni pre-bis. Quarantacinque Euro. Settanta centesimi al minuto. Grosso modo, il prezzo di una telefonata intercontinentale. «Halo? Oui? Je parle avec Jean-Michel Jarre? Oui? Bien. VA-FAN-CU’» . Clic.

Ché per tutto il tempo, quello, non ha fatto altro che ruotare in tondo come un faro per navi, plin-plin-plin, schiacciando un tasto qua e uno là, annuendo, alzando i pugni e spargendo forfora intorno.
Sfiorando in punta di dita le sue vecchie bizzose elettrobaldracche.
Cielo, a vederlo sembra proprio che stia facendo tutto lui.
Poi, a un certo punto, abbandona la postazione e si piazza davanti al theremin. Ah, che figata il theremin. Io l’ho suonato, sapete? L’ho suonato una sera che ero al Calamita per vedere i Dwomo. Apriva il concerto la band di un mio amico. Lui era il cantante e tastierista. Alla fine dell’esibizione quello fa al tecnico: “Spegni tutto”. Ma no! Balzo sul palco e urlo verso il mixer: “Non t’azzardare!”, e prima che qualcuno possa dire qualcosa o fare alcunché io sono lì davanti, sul palco, che mi sbraccio davanti al theremin di Rivara come assalito da uno sciame di api. Ueeeeouw mmweoouww wowowow wooooauh. Che figata, il theremin. Dovreste provare.
Beh, insomma, JMJ ha abbandonato le elettrobaldracche al loro elettrodestino è se ne sta lì davanti a fare il farfallone col theremin. Moriranno di dolore, penso, le e-baldracche, senza il loro stronz-ex-machina. E invece no. I suoni sintetici vanno avanti esattamente come prima. E allora mi viene da domandarmi: che cosa faceva, di preciso, JMJ, fino a pochi istanti fa?
Ecco che cosa faceva: non faceva niente. Perché, signori, il concerto è unplugged per davvero. I fili sono tutti staccati, le vecchie tastiere sono spente e anche se le carcasse giacciono indecorosamente ammonticchiate su un palco, le loro anime sonore fluttuano da qualche parte all’interno di un paradisiaco cosmo elettromagnetico. JMJ schiaccia salme di tasti e muove cadaveri di rotelle, ma i suoni sono tutti generati dai tre figuri supercomputerizzati e circumtastierizzati ammassati al buio in fondo al palco.
Sono incazzatissimo.
Certo, da un concerto di musica elettronica non potevo aspettarmi sangue&sudore, strumenti sfasciati e reggiseni sul palco. No. Per questo ci sono i Mötley crue. Diciamo che mi sarei forse accontentato di sentire qualche suono, qualcuno soltanto, che fosse generato sul palco per davvero. Chiedevo troppo?
Sapete, alle volte penso che con l’età sto diventando, mio malgrado, un fottuto vecchio perbenista del cazzo.

Setlist
Oxygène 1
Oxygène 2
Oxygène 3
Oxygène 4
Oxygène 5
Oxygène 6
Oxygène 7
Oxygène 13 (bis)

Un commento

  1. vado pazzo per i calcoli sui consumi, e il costo della telefonata intercontinentale è la cosa che ammiro della tua recensione.
    Qualche volta portami con te (che se non sbaglio è anche una canzone di – o con – French, tipo portami con te sulla giostra…), portami con te, che questo vecchietto che passa le mani sulla cute immaginando campi di capelli si vuole divertire ancora un po’.

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