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tommaso labranca – 78.08

per il protagonista antonio maniero, la quasi omonimia con il tony manero de ‘la febbre del sabato sera’ costituisce l’opportunità per una serie di considerazioni dall’aroma marcatamente generazionale. l’esile trama altro non è che una traballante quinta nelle mani dell’autore per introdurci in un microcosmo grottesco costituito da una umanità tanto stereotipale quanto, ahimè, reale e contingente. il protagonista si confronta ripetutamente con un mondo, il 2008, talmente diverso dal 1978 dei suoi vent’anni da suggerire, in numerosi momenti, sinistre analogie.
una prosa fresca e frizzante punteggiata da un gradevole humour nero. un libro che si legge con un certo piacere e tutto d’un fiato.
peccato per quel reiterato senso di superiorità ostentato dal protagonista, che ce lo rende ben presto antipatico. possibile che nelle quasi trecento pagine del romanzo egli non impari nulla di nulla? e l’autore, così determinato e puntiglioso nel demolire questo arido e vuoto 2008, possibile, dico, che non sia in grado di proporci qualcosa di alternativo, di costruire per noi un piccolo castello di sabbia, conchiglie e stecchini di ghiacciolo?
la descrizione del ‘barracuda’, uno dei comprimari della storia, è esemplificativa di tutti i pregi e dei molti limiti del nostro.

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(…)

Mi è piombato in casa con un trolley. La visione congiunta Barracuda + trolley mi ha quasi procurato le convulsioni.
“Ti ho aspettato per un’ora alla stazione di Rogoredo! Al cellulare non rispondevi!” ha urlato mentre ancora era in ascensore.

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Il Barracuda è figlio della recente immigrazione interna di lusso. Nel .78 ogni immigrato interno era ancora un kinema tratto da Rocco e i suoi fratelli. Timidi lucani, disposti a fare qualsiasi lavoro pur di cercare una vita con meno miseria al Nord. Nello .08 gli immigrati interni sono spocchiosi figli di possidenti veneti, siciliani, molisani che vengono a Milano a giocare alle studente bohemien, prima della laurea, e al Piccolo Piersilvio, dopo la laurea.
Il Barracuda è l’incarnazione perfetta di tutto ciò. Ventotto anni, calabrese di Locri. Si è laureato in Economia alla SDA Bocconi, probabilmente con una raccomandazione pontificia. E quindi ora è in fase Piersilvio. Non trova alcun lavoro nel suo ramo, data la plateale incapacità. Passa un terzo delle giornate chiamando gli amici della Locride ai quali racconta come ha passato il secondo terzo della giornata, ovvero presentandosi con un abito blu stazzonato, accoppiato a una cravatta con Speedy Gonzales, a colloqui di lavoro presso multinazionali. Colloqui che vanno sempre male. In alcuni casi lo bloccano già alla reception.

(…)

Stoltamente dissi: “Se ti va, vieni a dormire da me. Abito a cinque chilometri dall’aeroporto e non dovrai alzarti alle 4 del mattino e buttare via 50 Euro di taxi…”.
Una persona normale avrebbe detto ‘non voglio disturbare’ oppure ‘be’ grazie’. Il Barracuda no.
“OK, passami a prendere a Rogoredo alle sette stasera”.
Da quella volta, la cosa si è ripetuta almeno otto volte. Il Barracuda torna alla casa paterna a caccia di soldi troppo spesso e per farlo vola irrazionalmente fino a Brindisi. Da lì a Locri usa poi una complessa rete di passaggi in auto e in moto, sfruttando antiche conoscenze, amicizie non corrisposte, lontane parentele. Pare che in questo modo riesca a risparmiare circa 15 Euro. D’altronde, quando si è in possesso di una laurea in economia targata SDA Bocconi…
La realtà è che il Barracuda non sa stare solo. Deve muoversi in banchi numerosi, proprio come il pesce cui mi sono ispirato per ribattezzarlo. L’idea di prendere un taxi antelucano, con il tassista assonnato che apre bocca solo per domandare la destinazione, di volare a fianco di un altezzoso uomo d’affari, di aspettare da solo in aeroporto cinque ore prima che qualcuno abbia il tempo e la voglia di venirlo a prendere da Locri a Lamezia Terme sono tutte cose che lo riempiono di angoscia. Con quell’assurdo giro jonico di oltre seicento chilometri riesce a praticare il suo hobby: dar fastidio al prossimo credendosi espansivo e simpatico.

(…)

La realtà è che quando è a Milano, il Barracuda non ha molto tempo a disposizione. Soffre infatti della stessa smania riscontrata in Stephanie Mangano o nella Donna Due. Come se la sola presenza fosse sufficiente ad acquisire per osmosi la conoscenza. Gente che non riesce a stare a casa nemmeno una sera, che odia farlo, perché forse ha case così brutte che preferisce non vederle. Forse ha esistenze così brutte che preferisce non pensarci.

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