stieg larsson – la ragazza… + la regina…

Stieg Larsson – La ragazza che giocava con il fuoco + La regina dei castelli di carta
Non è l’indolenza estiva – perlomeno non soltanto quella – a farmi scrivere una sola recensione per due libri. Il fatto è che i due tomi sono in realtà un unico interminabile polpettone da milleseicento e passa pagine. Ricordo che al termine de La ragazza che giocava con il fuoco pensai “Embè? Sarà mica un finale, questo?” e buttai un occhio che per caso non m’avessero rifilato una copia difettosa. Con quello che costano. Poi cominciai La regina dei castelli di carta (che titoli scemi, nevvero?) e pensai “Ah, ecco”.
Il terzo romanzo della trilogia comincia esattamente dove (non) finisce il secondo.
E se Uomini che odiano le donne ha la classica struttura circolare del giallo, quel delitto + enigma tanto amato da Doyle o Christie, per dirne un paio, o da Hitchcock, l’intreccio (non troppo intrecciato, in verità) de La ragazza che giocava con i castelli di carta si sviluppa invece in linea retta, nei modi, per esempio, di uno sceneggiato americano. Poliziesco, prima, poi spy-story, infine legal thriller. Il tutto condito con una spruzzatina di hard-boiled che non stenterei a definire disneyana (chi si sbronza poi si ravvede subito; chi fuma sta cercando di smettere; i poliziotti corrotti ci sono, sì, ma agiscono al di fuori dell’Integerrima Istituzione).
Chi si aspettava una scialba scopiazzatura del primo volume, magari con un castello al posto dell’isola, un ponte levatoio invece del viadotto, che so, un fantasma che agita le catene, resterà (piacevolmente?) sorpreso. Ciò che qui resta (invero amplificato) è quel senso incombente (e alla lunga nauseante) di trionfo annunciato del bene che, a confronto, farebbe apparire problematica una puntata di Star trek. I buoni, qui, sono dappertutto (dal medico del pronto soccorso, ai poliziotti, su, su fino al primo ministro) e hanno le tasche piene di prove schiaccianti. Chi fa il doppio gioco viene subito beccato e cacciato fuori dal romanzo a calci in culo (perché rivelare subito al lettore il doppio gioco del tizio della Milton che lavora con la polizia?). I cattivoni moriranno, sì, ma non prima di aver sofferto un casino. Di aver pagato per per ogni malefatta, per ogni singola scoreggina puzzolente prodotta furtivamente nell’ascensore.
Alcune radure narrative e qualche leggerezza. Un esempio: per l’intero sviluppo di La ragazza che giocava con il fuoco la polizia non riesce a rintracciare la pluriomicida Lisbeth. Niente da fare. Inafferrabile. Dove sarà finita? Beh, ve lo dico io. Lisbeth abita a Stoccolma nel suo nuovo appartamento di quattrocento metri quadri appena acquistato (Lisbeth ha comperato anche un’automobile, di cui la polizia è a conoscenza. E non ha certo pagato in contanti. Perché nessuno indaga in questo senso?), se ne va in giro placida per la città, fa la spesa nel supermercato lì vicino con una vistosa parrucca bionda calcata sulla testa e due belle tette nuove. Già, le tette. Quale sarà la funzione narrativa di questo strano episodio, in realtà così in contrasto con la personalità della ragazza? Me lo sono domandato a lungo, sì. Per tutto lo sviluppo del bi-romanzo.
E che c’entrano, si può sapere?, quelle cento pagine iniziali sull’uragano ai Caraibi?
Lisbeth, la protagonista femminile, in realtà non è niente di nuovo ma risulta comunque un personaggio intrigante. E poi Mikael, il protagonista maschile. Il buono, il bello, il simpaticone, l’intelligentone. Va d’accordo con chiunque e finisce per scoparsi tutte le donne che gli passano sotto il naso. Tut-te. Detestabile.
I dialoghi sono spesso convincenti. Fanno eccezione quelli a sfondo sentimentale. L’estratto (impietoso) qui sotto proviene in realtà da Uomini che odiano le donne, pag. 580. Un gioco carino potrebbe consistere nel cercare di contare le tutte banalità che contiene.
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(…)
“Lisbeth, mi puoi dare una definizione della parola ‘amicizia’?”
“Che qualcuno ci piace.”
“Certo, ma che cos’è che fa sì che qualcuno ci piaccia?”
Lei alzò le spalle.
“L’amicizia – definizione mia – si fonda su due cose” disse lui d’improvviso. “Rispetto e fiducia. Entrambi i fattori devono essere presenti. E deve esserci reciprocità. Si può avere rispetto per qualcuno, ma se non c’è la fiducia, la confidenza, l’amicizia si guasta.”
Lei continuava a tacere.
“Ho capito che non vuoi parlarmi di te. Ma un giorno o l’altro dovrai decidere se ti fidi di me oppure no. Io voglio che siamo amici, ma non posso esserlo in maniera unilaterale.”
“A me piace fare sesso con te.”
“Il sesso non ha niente a che fare con l’amicizia. E’ vero che gli amici possono fare sesso, ma Lisbeth, se devo scegliere fra sesso e amicizia quando si tratta di te, non ho dubbi su cosa sceglierei.”
“Non capisco. Vuoi fare sesso con me oppure no?”
Mikael si morse il labbro. Alla fine sospirò.
“Non si dovrebbe fare sesso con gente con cui si lavora” borbottò. “Porta solo complicazioni.”
“Mi sono persa qualcosa o tu ed Erika Berger finite a letto non appena ne avete l’occasione? E lei inoltre è sposata.”
Mikael rimase un momento in silenzio.
“Io ed Erika… abbiamo una storia iniziata molto tempo prima che cominciassimo a lavorare insieme. Il fatto che sia sposata non ti riguarda”
“Ah, ecco. Tutto d’un tratto sei tu che non vuoi parlare di te. L’amicizia non era una questione di fiducia e confidenza?”
“Sì, ma ciò che voglio dire è che non discuto di una persona amica alle sue spalle. Perché allora tradirei la sua fiducia. Non discuterei nemmeno di te con Erika alle sue spalle.” Lisbeth Salander riflettè sulle sue parole. Era diventata una conversazione un po’ complicata. E a lei le conversazioni complicate non piacevano.
“A me piace fare sesso con te”, ripetè.
“Come a me con te… ma sono comunque abbastanza vecchio da essere tuo padre.”
“Me ne infischio della tua età.”
“Non puoi infischiartene della nostra differenza di età. Non è una buona premessa per un rapporto duraturo.”
“E chi ha parlato di durata?” disse Libeth. “Abbiamo appena portato a termine un caso dove uomini dalla sessualità orrendamente perversa hanno giocato un ruolo primario. Se dipendesse da me, uomini del genere andrebbero sterminati, tutti quanti.”
“In ogni caso non scendi a compromessi.”
“No”, disse lei, producendosi nel suo non-sorriso storto. “Ma tu in effetti non sei uno di loro”.
Si alzò.
“Ora vado a farmi una doccia e poi ho intenzione di stendermi nuda nel tuo letto. Se pensi di essere troppo vecchio puoi andare a coricarti nella branda da campeggio.”
(…)
Caspita, che dialogo. Scuola di Ken Follett. E non è un complimento.
bello il blog… anche le recensioni sono divertenti e pertinenti… ma il mio amore per la millennium trilogy è totale e incondizionato, mi sono lasciata prendere completamente dalla storia e dai personaggi, perciò faccio fatica ad accettare qualsiasi minima critica sul mio povero stieg… ho terminato la regina proprio stamattina e sono già in lutto, non so più che fare.. vorrei tanto poter leggere ancora di mikael e di lisbeth- lei è in assoluto il mio mito, gliene fanno di cotte ma soprattuttto di stracrude (il film deve essere piuttosto peso in certi punti..) ma niente, alla fine ce la fa, sempre, e alla grande!!! mitica.
‘non esistono innocenti. esistono solo diversi gradi di responsabilità.’