sempre quelle facce – parte 2

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.
(…)
La prima serata è sempre quella dell’entusiasmo. Quella dove solitamente la gente si perde di vista e succedono le cose bizzarre.
Questa, naturalmente, non fa eccezione. La prima tappa è un locale affollato, con musica alta, tapas tutto sommato edibili e vino di sconfortante qualità. Bisogna tenere in tasca gli stecchini dei tapas e poi consegnarli diligentemente alla cassa e pagare in proporzione. Potete immaginare noi italiani. Nel locale, un caldo rancido di aliti e sigarette che c’è da stare in apnea. Restiamo lì, in piedi, mangiamo, ci scrutiamo gli uni cogli altri, gettiamo in terra gli stecchini, annuiamo e ammicchiamo alla serata che sta per cominciare. Un’attitudine, questa, socialmente identica agli sbadigli, epperò opposta nei contenuti, se ci pensate.
Esco dal locale e faccio quattro respiri profondi. Lì c’è Marcello, che ansima pure lui. Facciamo quattro chiacchiere in attesa che giunga il momento di cambiare zona.
Il secondo locale è molto più piccolo, molto più caldo e molto più affollato del primo. Sulla porta c’è un buttadentro che ti proibisce di bere in strada. Un bresciano con la faccia a forma di cazzo e simpatico più o meno quanto un bresciano. La faccia spiaccicata contro il muro e il culo sul naso di una tizia poco tranquilla seduta lì sul divanetto, trangugio il mio mojito nei primi trenta secondi di permanenza. Nei successivi trenta, lo butto fuori attraverso le ascelle. Anche qui non restiamo a lungo. Potete figurarvi il motivo.
Il terzo locale è da un’altra parte. Ci vogliono i taxi. Entriamo: una discoteca vera e propria, a due piani. Lì dentro un po’ ci disperdiamo. Qualcuno balla, qualcuno è già stanco e si annichilisce sui divanetti. Qualcuno preferirebbe rincasare. Ma… dove diamine s’è cacciato Mario?
Mario… MARIOOOOO!
No, qui non c’è. Qui neanche. Qui nemmeno. Fuori, forse?
Di là dalla strada c’è uno scooter. Nuovo di pacca. Di quelli piccoli, da cinquanta cc.. Tipo lo Zip di una quindicina d’anni fa, presente? Sopra, abbarbicato come un’edera, verde come un’edera, Mario sonnecchia e di tanto in tanto emette borborigmi ovattati.
Alza la testa e mi guarda. “Behutohroppho”, biascica. Poi si accascia di nuovo faccia sul manubrio. Lo scooter ondeggia. Filippo e io incrociamo mentalmente le dita. Lo scooter si stabilizza.
Filippo tace. Io aspetto. Mentre aspetto decido di fumare. Mentre fumo, solitamente penso.
Penso che quando hai diciotto o vent’anni bevi e strabevi finché non stai male. Poi tiri su, e poi ricominci oppure ti addormenti. A trentacinque il risultato assomiglia ma l’approccio è opposto: che starai male è assodato, lo sai già in partenza. Così l’unica cosa che ti resta da fare è cercare di trincare più roba possibile nel periodo compreso tra quei due luoghi temporali che prendono il nome di ‘proprio adesso’ e ‘belli, ci vediamo dall’altra parte’. Riuscite a immaginare una metafora della vita più azzeccata di questa?
Broooosshhh!
BROOOOOOOOOOASSHHHHHH!!!!
Improvvisamente Mario produce due getti fluidodinamici color tramonto e poi guarda in basso sghignazzando di soddisfazione. Il filo che gli cola dal naso si ricongiunge con quello che gli penzola dalla bocca giusto in prossimità delle scarpe. “Huarda. Sololihuido. Mansjatouncasso”. E chiede di portargli un bocadillo.
Lo scooter, si diceva più su, sarà mondato nottetempo per mano della onnipotente pietà del Capo Lassù.
Di lì a poco siamo tutti fuori dal locale. Qualcuno si occupa di recapitare Mario nel letto. Noialtri decidiamo di cambiare aria.
Saranno le tre passate. Le quattro, forse. Siamo rimasti in pochi: il festeggiato, il Tex, Marcello e il sottoscritto. E Richi. Già, c’è pure Richi. Ci guardiamo negli occhi. Decidiamo di cercare il Bagdad, uno dei locali più loschi e gnoccamente generosi della città, nell’opinione autorevole di Gnoccatravel. Il capo chino per la stanchezza, ci addentriamo nel Barrio Chino. La buona notizia è che riusciamo a raggiungere il Bagdad senza finire tramutati in succulenti doner kebap, ma la cattiva è che il biglietto d’ingresso costa quanto una coperta calda in un night di lusso. E poi, diciamo la verità: nessuno ne ha realmente voglia. E poi comincia di nuovo a piovere. Si torna indietro.
Lungo la Rambla ci sono soltanto spacciatori di stupefacenti e di lattine calde di Estrella. Cammino di passo lesto, gli occhi bassi, zuppo fino al prepuzio. Le mignotte sono dappertutto e mi s’incollano addosso come magneti di carne. Le smarrisco tutte, una dopo l’altra.
Sono le cinque passate, sono sfinito e ho un’emicrania fastidiosa come un’aureola stretta. Siamo tutti attorno al tavolo del soggiorno che fumiamo, sbevazziamo e attendiamo che il mattino ormai prossimo a giungere ci porti consiglio assieme al meritato sopore.
Della sera successiva serberemo tutti imperitura memoria del Casbah, un buco di cinque per cinque situato in prossimità del porto. A dirla tutta il locale non è che un Le Morin senza panche, strabordante gente. Siamo stretti come viti, lì dentro, e tutt’intorno c’è più sudore che in uno spogliatoio di rugby . Per di più l’unica birra che servono è la Budweiser a cinque cucuzze la bottiglietta da trentatré. Per non dire della musica, un dozzinale tunzetetunz antiquato e strappatesticoli.
Il fatto è che nelle vicinanze, per qualche ragione invero di scarsa importanza, qualcuno deve aver scaricato un container di figa. E sono tutte lì dentro, schiacciate le une contro le altre e soprattutto contro di noi. Bionde, alte, culi duri che dondolano, tette grosse come poponi sballonzolanti a tempo di musica. Non sai dove guardare. Dimentichi dei trentacinque anni suonati, del mal di schiena e della digestione ancora in corso cominciamo tutti a saltare all’unisono così da sfregarci un po’ contro cotanto ben di Dio. La figa, a una certa età, si assume soprattutto per osmosi.
Domenica qualcuno riparte presto, qualcun altro gironzola per una Barcellona imbibita di acqua piovana, trascinandosi smadonnando i pesanti trolley oltre ad alcuni organi interni in odor di secessione.
Alla fine il sole tramonta. Si ritorna.
I saluti al casello di Parma con Mario e Filippo sono forzatamente frettolosi per causa del clima e dell’ora più che tarda. “Statemi bene”, dico, e li bacio entrambi.
Salgo in auto e riparto.
Sbadiglio. Mi faccio coraggio: dài, è l’ultimissimo tratto di strada. Ancora pochi chilometri e poi finalmente il cuscino. Nell’autoradio, Guccini a palla in modo da non ammucchiarmi contro un lampione.
Ripenso a questi tre giorni insieme.
Filippo, Magnum, Cesare, Gio, Richi, Lupo, Mario, Tex. Vent’anni. Mezze vite accanto, già. E ancora sento nitide le vostre voci. In un modo o nell’altro siamo ancora tutti qui. Beh, quasi tutti.
Chi l’avrebbe mai detto?
Vent’anni.
Guardatevi un po’. Vent’anni e ancora avete addosso quelle facce.
Dio scannabés.
la cosa bella dei racconti di Alberto è che ti fanno rivivere perfettamente le situazioni….quasi tutti….
ahahahahahahahahahahahahah
Stupendo!!!!
Baci a tutti…
LEGGENDO TRA LE RIGHE MI SEMBRA DI ESSERCI