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sempre quelle facce – parte 1

barcellona, 27-29 marzo 2009. addio al celibato di filippo.

                                                                                                           a Davide

Guardo in basso attraverso il finestrino. Visto da qui, questo brandello di Catalogna non è che un Molise più verde. Perché il Molise, dite? Perché non c’è un cazzo, in Molise. E non c’è un cazzo neanche qui, a Girona, nel profondo nord Catalano.
In alto il cielo si fa gravido e minaccioso. “Azzardatevi a muovere un dito, figli di puttana, fate soltanto che uno di voi osi ficcare il naso fuori da quella cazzo di supposta volante e ne viene giù talmente tanta, ma talmente tanta che per andarvene in giro vi serviranno le branchie”.
L’aereo atterra puntuale, raccattiamo le nostre masserizie, scendiamo e c’incamminiamo alla volta del terminal fendendo un’aria secca e talmente dielettrica che pare sfrigolare. Mi sento come un elettrone che attraversa un condensatore. Scusate, tre elettroni: Mario e Filippo hanno viaggiato insieme a me.
“Io vi avevo avvisato, stronzetti”, tuona Qualcuno da lassù.
Lo ignoriamo. Abbiamo altro a cui pensare. Per esempio raccattare Marcello.

L’ultima volta che l’avevo visto, Marcello, giaceva disteso sul pavimento di casa Roncassaglia. Era dieci anni fa. Due occhi talmente gonfi che sembravano tre, la faccia del colore della cera sciolta, stracotto come una casöla. Aveva fumato qualcosa come cento canne poi s’era cercato un posto dove dormire. Non trovando un letto libero, aveva ripreso a fumare fino a dimenticarsi persino del fatto che stava fumando. Per quanto ne sapevo, Marcello era ancora là steso sul pavimento.
Scopro invece che Marcello oggi abita a Roma, si occupa di post-produzione cinematografica e… beh, il resto lo potete anche chiedere a lui, se proprio v’interessa.
Un autobus sferragliante e scomodo come uno scoglio ci conduce in un’oretta circa alla stazione dei bus. Da lì pigliamo un taxi fino all’appartamento. Volete sapere quanto costa un taxi in Spagna? Ve lo dico io. Cinque chilometri, dieci minuti, venti Euro. Un Euro ogni duecentocinquanta metri. Grosso modo il costo di una Formula 1. Però attenzione: non c’è solo la tariffa a chilometro. Eh, no. C’è ben altro. C’è la chiamata, poi c’è l’aggiunta per il bagaglio e infine il supplemento coglione che, essendo in quattro, va a incidere per l’80% sull’importo complessivo. Doveste mai pigliarvi un taxi a Barcellona, valutate bene con chi state viaggiando e tenete sempre a mente che, diceva Gaber, i coglioni sono molto più di due.
Prendere possesso degli appartamenti rappresenta un’attività relativamente breve nonché marginalmente gradevole. Ci sono dei ruoli e dei compiti ben precisi. Vado a enumerarli.
     1) Mario. Discutere telefonicamente sul prezzo, contratto alla mano, con la proprietaria della baracca per causa del bidone collettivo last-minute perpetrato da parte di una porzione di (non) compagni di viaggio. Qualcuno sostiene che i summenzionati abbiano segretamente presenziato al contro-addioalcelibato rigorosamente diurno a base di cappellini di carta, trombette e caldarroste organizzato da Davide Grisi in località Pizzighettone centro, provincia di Cremona (e successivamente spostato per maltempo in quel di Milano, zona Navigli);
     2) Tex. Sedersi sul divano, infilare una mano in tasca facendo finta di giocherellare col fazzoletto e furtivamente carezzare la criniera della bestia contropelo contemporaneamente figurandosi la locataria apparecchiata in una qualsiasi posizione gli permesse (al Tex) di mantenere buona parte della coccolatissima e (ormai) semiturgida bestia collocata per metà all’interno di uno dei suoi (della locataria) orifizi contigui, e per l’altra metà nelle immediate adiacenze.
     3) Alberto: contemplare l’espressione molto scarsamente intelligente del Tex, alacremente indaffarato nella succitata attività contemplativa, emettendo (Alberto) commenti pregevoli e di rara arguzia quali ‘Io glielo schiafferei direttamente nel culo senza passare dal via’ o ‘Dovesse anche solo avvicinarsi a un metro dal mio uccello farebbe bene a procurasi un ombrello’ e via discorrendo;
     4) Tutti gli altri. Gironzolare per le stanze con passo agile e le mani penzoloni lungo i fianchi simili a zombi incocainati, mugugnando uhmmm uhmm senza in realtà pensare a un cazzo di niente tranne, forse, a quanto gli aggraderebbe (a tutti gli altri) estrarre dalla locataria la coccolatissima e molto ipotetica bestia (del Tex) e, eventualmente, infilarci succedaneamente la propria.
Mezz’ora dopo siamo a Barceloneta a tracannare cerveza. Tre quarti d’ora dopo, sono sbronzo.

Gironzolare per Barcellona è come gironzolare in una qualunque altra città, ma un po’ meglio.
Una buona ragione per passeggiare lungo le viuzze di Barcellona invece che, ad esempio, per Dublino, consiste nel clima perennemente primaverile barcellonese. Esso consente agli uomini, tra le altre cose, di deambulare senza necessariamente pezzarsi come vacche della Milka e odorare come grizzly in letargo dopo soli duecento metri di scarpa, e alle donne di ostentare con mignottesca voluttà cosce, scollature, polpacci, tatuaggi, vitebasse, righedelculo, pirsingnellombelico e via discorrendo.
A meno che non siate con dei milanesi.
Il miglior consiglio che posso fornirvi qualora intendiate andare via con dei milanesi è quello di lasciarli a casa. Se proprio non vi è possibile, procuratevi ombrelli e pantaloni da bufera. Vi torneranno utili. I milanesi amano la loro città al punto che quando partono ficcano nel trolley un brandello del clima di casa. Fateci caso. Mentre scendono dalla scaletta dell’aereo, tutti i milanesi a un certo punto fanno finta di scoreggiare e ridacchiano come quel cane dei cartoni, Muttley mi pare si chiamasse. Poi con un gesto veloce aprono due dentelli della cerniera e dal trolley PFFFF, ecco le nuvole e la pioggia e l’umidità e la nebbia.
Una volta conobbi una milanese. Mi piaceva abbastanza. Dopo un po’ di insistenze stava quasi per darmela, poi a un certo punto le dissi: “Guardo i tuoi occhi e vedo il sole”. Mi mollò un ceffone e scese in fretta dall’auto. Non la rividi mai più.
E’ per questo quindi, perché c’erano dei milanesi, che di giorno abbiamo combinato molto meno di un cazzo, trascinandoci da un bar a quell’altro, trangugiando chimicissime fette di torta marchiate Novartis, caffè saporiti quanto sciacquature di caffettiere invero leggermente aromatizzati al gusto Mastro Lindo, birre sgasate e succhi di frutta all’arancio che dell’arancio avevano soltanto il fatto di essere prodotti in stabilimenti costruiti su terreni una volta coltivati ad agrumeti. Quel che si dice il DOCG.
Per questo, eh, perché pioveva. Mica perché franavamo in branda alle sette di mattino pieni come vecchi barriques, fumati, doloranti come catapecchie.
Sì, di giorno l’acqua tamburellava e lavava via le merde di gabbiano dalle strade e i pezzetti di vomito dagli scooter, ineluttabile, necessaria come un’umida catarsi. E, se mai ce ne fosse stato bisogno, raffreddava ulteriormente i nostri già tiepidi ardori turistici. Estraggo dalla memoria, così, alla rinfusa: un’estemporanea incursione nel mercato coperto del Barrio Chino, un transito più o meno casuale davanti a un paio di edifici progettati da Gaudì, un affrettato giro del parco costruito dal Medesimo, un giro della Cattedrale durato non più a lungo di un segno della croce ben fatto, di quelli con genuflessione per intenderci. Insomma: quello che un turista assennato riesce a fare grosso modo in un’ora e tre quarti.

(continua)

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