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quintessenza

Lordi 26/2/2009 – Milano, Rolling stone

Siamo al sesto, settimo pezzo, o giù di lì. Mr. Lordi somiglia più a un elemento scenografico a basso budget che al frontman di una metal-band. Ma c’è da capirlo. La temperatura del Rolling stone è nell’ordine di grandezza della caldera di un vulcano. E Mr. L., oltre al resto, indossa una pelle d’orso che ha tutta l’aria di essere parecchio esoentropica, le fauci spalancate della bestia a mo’ di copricapo, un cinturone di contenimento che Hulk Hogan a confronto pare un paninaro con la sua El Charro.
Una forza della natura, eh, Mr. L., intendiamoci. Un portento. Quello lì ha la voce di chi nei polmoni ha spazio soltanto per il catarro. Si sgola che pare cantare in una marmitta, invece che nel microfono.
Parte l’assolo del chitarrista. Un certo Amen Ra. Niente più di tre o quattro scale accompagnate da una frondosa gestualità metal-ortodossa di movimenti pelvico-fallici. I padiglioni auricolari rabbrividiscono. Il Nostro ci sta dando dentro, non c’è dubbio, ostentando invero un’imperizia, a dir tanto, canina. Arriccio il naso e incrocio lo sguardo di Gualandri. Gli faccio: “Oh, per dire, io non sarei capace, eh. Mai preso in mano una chitarra. Ma secondo me in una settimana…”
Annuisce: “Sì, certo. Ma appunto. Tu infatti sei qui nel pubblico. E’ lui che è là sul palco”.
“Il che rende la cosa un pochino paradossale, se consideri che per essere qui ho cacciato 22 banane e mi sono sparato 200 km.. E tu anche, mio caro”.
“Doppiamente paradossale, se aggiungi che ci stiamo pure divertendo un casino”.
Taccio.
Gualandri ha ragione.
Mi sto divertendo un casino.
Il mio professore di filosofia un giorno ebbe l’ardire di tentare una definizione del concetto di arte. L’arte – disse – è la facoltà di trasmettere sensazioni altrimenti ineffabili. All’epoca, i Lordi, andavano ancora all’asilo.
Sul palco, la band prosegue per la sua strada. A suon di cadaveri, bava, organi interni, motoseghe che sputano fiamme. Braccia mozzate usate per grattarsi i maroni. Giuro.
Le canzoni? Tanto per inquadrare. Gli stessi arrangiamenti dell’album metal più venduto di sempre: Hysteria dei Def leppard. E le stesse melodie della miglior band palindromica del pianeta: gli Abba.
Tra tutte, mi permetto di segnalare l’attacco di Girls go chopping e il ritornello strappa-reggiseni di Haunted town. E, naturalmente, il bis Hard rock hallelujah, canzone feticcio della band, trionfatrice dell’Eurofestival 2006 – si dice col miglior punteggio di sempre. L’Eurofestival, sì. La medesima competizione canora che sancì il successo di Toto Cutugno con Insieme 1992 e, in pieni anni settanta, degli stessi Abba.
Rivolgo la mia attenzione nuovamente verso il chitarrista. Anubi, doveva chiamarsi, altro che Ra, visto come suona.
E di nuovo mi domando: com’è che mi sto divertendo così?
E penso che forse una vera ragione non c’è. Che la differenza tra arte e intrattenimento sta tutta qui, nel sudore della gente che mi salta attorno e fa le corna con le mani, nel bambinetto di tre anni che non si leva d’in mezzo ai coglioni e agita il culo tutto il tempo convinto di ballare, nelle teste mozzate appese sul palco, nei fumi di scena horror-giallognoli, nei plasticoni, nelle catene, nella vernice rossa che gocciola dalle tastiere, nell’orripilante assolo di un cazzo di finlandese con appiccicato il nome di una divinità egizia travestito da zombi che maneggia la chitarra come fosse una ramazza da cortile.
Concludo che se l’arte è la facoltà di trasmettere sensazioni ineffabili, allora l’intrattenimento non è che una forma di arte in seconda visione.
Qualcuno molto fico una volta disse che il rock non è altro che la banalizzazione del blues, che a sua volta è la banalizzazione del jazz
Il tizio molto fico non sbaglia.
Pensateci.
Il rock, tutto quanto il rock, si basa su un principio di fondo.
La ripetizione.
Ripetizione nei costrutti musicali, negli atteggiamenti macho-rutto-sessuali, nella ciclicità (20-ennale) degli orientamenti sonori e soprattutto nel look.
Quello stesso senso di ripetizione che induce mia nonna, novant’anni suonati, a pianificare l’intera giornata attorno alla puntata quotidiana di Beautiful, e i figli del Sacco a non staccarsi dai Teletubbies per cinque ore di fila senza far fermate, neanche per pisciare.
Signori, ecco il punto. E’ questo che vogliamo. Esattamente questo.
Telenovele, sòpopere, serial, grandi fratelli, sequel, alicicooper, kiss, mani-nel-pacco, are-you-readyyyyy?
Ci affezioniamo.
In questo senso i Lordi rappresentano la quintessenza del rock. I Lordi sono i Teletubbies del metal.

Saluto Gualandri, saluto gli altri. Sono quasi le due e ho addosso un metro cubo di sonno. Risalgo in auto e riparto. Maledetti, penso. Tirano giù il miglior live club di Milano. L’unico in zona con un’acustica un po’ più che decente.
Bah.
Stronzi.
Spengo lo stereo. Mi metto a cantare Armageddon it a squarciagola. Saranno stati vent’anni che non mi veniva in mente quel pezzo. Cazzo quanto mi piaceva.

[grazie a Elena per la bella foto]

2 commenti

  1. Caro! Finalmente ho capito che cazzzo è il Rock… (forse). Beh, comunque la definizione mi è piaciuta, però sto ancora pensando al Sig. Lordi a merenda coi teleTubbies, uno insegna a parlare ai fiori e l’altro a ruttare nelle orecchie ai nani(De Andrè ne sarebbe andato fiero). Rimango sempre del parere che se quello che scrivi ti metti a proporlo a qualcuno, magari ci troviamo a intasarti il blog di complimenti e cazzate.
    Grazie di tutto e soprattutto di aver citato Mrs.Cutugno(il nostro Dee Dee Snider) alzo a palla “vado a vivere in campagna” e mi si trasforma la giornata. Respect again

  2. …un divertimento del tutto inaspettato anche x me…!!!
    …la mia curiosità sul “che tipo di personaggio” in realtà si celi al di sotto di quei pesantissimi costumi di scena..è sempre + viva!!
    PS:..ti ricordo che non sono io la causa della futura perdita del migliore live club di Milano!!!!!

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