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outlanders – outlanders (2023)

Outlanders – Outlanders (2023)

Outlanders, l’apertura di questo lungo e prolisso e dilavato e scialbo e eccessivamente sinonimico album (musicalmente parlando), blandamente Ottmar-Liebert-iana e featurizzante l’ospitata di un davidgilmourosissimo Walter Giardino, storico chitarrista dei Rata blanca, epigoni del neomelodic metal argentino back in 86 (ascoltateli), risulta smaccatamente e fulgidamente priva di idee oltre che prodromica del fluviale e smaccatamente p.d.i. prosieguo dell’album. L’arpeggio di piano su cui si affloscia la successiva Closer to the sky, vagamente EDM, non spiega la presenza di Trevor-Of-A-Lonely-Rabin; lessa la fusion (he he) di Al Di Meola in The cruelest goodbye, mentre è da subito chiaro che Steve Rotherty in Mystique voyage non sta suonando Grendel, mettiamola così. Land of sea and sun è la cosa più prosaicamente affine a qualcosina dei Nightwish, nonostante la presenza di un innecessario Marty Friedman, ma occorre dire che Tarja in costume da bagno, abbronzata con l’AI, intenta a pagaiare nei mari di Antigua (andate al secondo minuto del video) non può non riportare alla mente i momenti migliori di Norwegian reggaetton. Il rap, i suoni marcatamente Enigma-tici e un sardonico Joe Satriani che gigioneggia deridono The sleeping indian ma la rendono uno dei due brani da sentire. Nell’altro, World in my eyes, cover di depeche-mod/aiola memoria, addomesticamenti new romantic, un lavoro ovviamente straordinario di Vernon Reid e una Tarja stranamente sinead-o-connor/esca capace, una volta tanto, di conferire pathos a quello che accidenti sta cantando. Nessun sussulto per i vanallenismi latineggianti di Jennifer Batten in coda a Echoes, né per le evoluzioni di Ron Thai fortemente legate al quel genere che prende il nome di progressive latin folk metal, altrimenti detto flamenco. L’ambient come pretesto per giustificare il nulla creativo. Irritante. Peccato, gli ospiti erano vavùm.

Highlights: World in my eyes / The sleeping indian

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