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luca cantarelli – siamo virgole

Siamo virgole, l’ultimo romanzo di Luca Cantarelli, si sviluppa attraverso quattro differenti voci narranti. I quattro protagonisti si raccontano in prima persona alternandosi, mentre convergono, più o meno consapevolmente, verso un evento delittuoso che si compie all’interno di un supermercato. Un meccanismo che, unitamente a certe anticipazioni, diciamo, suggerite, mi fa pensare, con le dovute distanze, a certa letteratura di genere. I primi che mi vengono in mente, che poi sono anche gli ultimi che ho letto, sono l’hard boiled di Ellroy e l’horror di Stephen King. Ma va detto che per tematiche e stile Luca è sicuramente distante da entrambi. Secondo me, più che lo sviluppo narrativo, originale ma fino a un certo punto, è lo sviluppo dei personaggi a incuriosire il lettore e a indurlo a non desistere dalla lettura, anche se è tardi. I quattro protagonisti si raccontano a tutto tondo. In comune hanno una opprimente insoddisfazione professionale (la parola fallimento sarebbe troppo forte e riconducibile direttamente a uno solo dei quattro), in primo luogo, e personale, in secondo luogo. Non hanno relazioni sociali o sentimentali spontanee e paritarie; si sentono professionalmente inferiori ai loro conoscenti (un amico che ha fatto carriera, una professoressa del liceo, un fidanzato-capo indeciso e pusillanime ); sono, ciascuno a suo modo, dei sognatori. Fa eccezione, ma fino a un certo punto, Rebecca, la smorfiosa, la bellona, la superficiale, capace però più degli altri di lucide analisi sociali e interiori. Rebecca vive di sogni, come gli altri tre. Solo, ne è consapevole.
Luca è emiliano. Se nasci in Emilia devi fare i conti con Guccini, Dalla, i Nomadi e Ligabue. Nel corso della presentazione di domenica scorsa ho chiesto a Luca se lui sta dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando. La risposta non ve la dico, la capirete da soli leggendo il libro. La canzone cui facevo riferimento è di De Gregori, sì, e sì, De Gregori non è emiliano. Sarà per questo che è così antipatico?
Chiudo con i doverosi ringraziamenti a Luca per avermi coinvolto nella presentazione del suo romanzo. La sera prima, alle quattro del mattino, quando sono andato a letto, gli ho tirato due o tre accidenti in vista della levataccia che mi aspettava. Ma a conti fatti sono contento della chiacchierata che abbiamo fatto in pubblico, e spero che ci siano altre occasioni.
Rebecca è il personaggio più interessante del libro. Nel culmine della scena più drammatica, di cui è involontariamente protagonista assieme agli altri tre, in quel momento i suoi pensieri vanno inspiegabilmente al suo pesce Pallino. Forse è per questo che Rebecca e che noi tutti siamo virgole? L’estratto qui sotto è il “sogno di Rebecca”. Non ho potuto leggerlo alla presentazione per questioni di tempo. E’ stato un peccato, un vero peccato. Lo pubblico qui, come sempre, senza autorizzazione dell’autore.

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Forse, e sottolineo forse, potrei aver mentito sulla mia prima volta e sul momento in cui ho capito che gli uomini pensano ad una cosa sola e che per quella farebbero di tutto, anche ciò che non si dovrebbe, fingendo quel che non sono, e che di contro le donne possono avere qualcosa in cambio, anche quando non vorrebbero, ma a quel punto, se devi farlo, capite quel che intendo, tanto vale guadagnarci sopra, giusto? E allora potrei raccontare una storia alternativa di Rebecca, magari vera come le marche delle borsette che i vucumprà ti rifilano in riva al mare o sotto i portici di città prestando attenzione all’arrivo dei vigili, o magari vera per davvero, non sia mai, una storia in cui Rebecca è bambina e in cui uno zio, metti il fratello di tuo padre, si offre di badare a te, qualche
volta, quando c’è bisogno, e ti mostra dei regali, tutti luccicanti di pietre che brillano o pieni di rumori che suonano, ti dice che sono tuoi, sono tutti per te se li vuoi, per niente, anzi no, ci sarebbe una cosuccia, tanto per ridere, gli piacerebbe sbirciare sotto la gonnellina a balze, una specie di scherzo, e “ti dispiace se tocco un po’ qui e un po’ là”, sempre per gioco, tanto per passare il tempo, e il gioco diviene un’abitudine che ti infastidisce, nonostante i regali, che ti fa tremare all’idea e ti procura il mal di pancia, ma non sai come dirlo, non sai a chi dirlo, perché mamma e papà sostengono che tu racconti tante bugie, monella, e poi come si dicono certe cose che ti vergogni solo a pensarle e finisce che ti sgridano di brutto perché é tutta colpa tua, e quando a tavola i tuoi genitori ti annunciano che domani stai con lo zio, “sei contenta vero, ti diverti con lo zio, vero?” il tuo cuore inizia a salire di ritmo, fiori di ghiaccio germogliano sulla pelle e scivolano via, e la notte non dormi, riposi sempre poco da qualche mese a questa parte mentre in precedenza dormivi profondamente, senza neppure la coscienza del tuo riposo, basta che lo nominino, pensa a sentirne i passi che salgono i gradini, la destra che scorre sul corrimano e il dito che pigia il campanello, din
don, “chi è?”, “sono io”, “corri tesoro che c’è lo zio”, baci baci, anzi tre baci perché due portano male, “grazie per essere venuto”, “per me è un piacere occuparmi di Rebecca, le ho portato anche un pensierino”, “ma così tu la vizi”, “è una sciocchezzuola”, “però la vizi lo stesso”, “è tanto carina”, e quando siete soli, tu e lo zio carissimo, lui propone un gioco nuovo, invertendo le parti, e adesso è la tua volta di sbirciare dentro i suoi slip e toccare e via discorrendo, “non così però, devi metterci impegno” dice.

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