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la prima messa di don carlo

raccontare le barzellette è una cosa che proprio non mi riesce di fare. sbaglio i tempi comici, mi scordo il finale, sovente mi metto a sghignazzare a metà. per quanto mi sforzi… niente. devo soltanto prenderne atto e ammettere la mia resa.
le barzellette, però, mi piacciono. le considero la forma più elementare di umorismo, la più immediata e, conseguentemente, di maggiore presa. come la torta in faccia, o pestare una merda.
ti fa ridere anche se non vuoi. soprattutto se non vuoi.
‘la prima messa di don carlo’ non è propriamente una barzelletta ma una mini-storia. la ricevetti via mail alcuni anni fa. da allora, ogni volta che la rileggo, rido fino alle lacrime. vorrei tanto averla pensata io, ma purtroppo non è così. io mi sono limitato a riscriverla in una forma che mi aggradasse.

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Quella sera, se ce ne fossero stati, i fedeli in preghiera avrebbero udito un rumore nervoso di passi echeggiare all’interno della piccola chiesa di Pontenovo. Don Carlo, il nuovo parroco, camminava solitario su e giù per la navata, deciso nel passo ma non sul da farsi.
Alla fine si risolvette a chiedere consiglio al saggio don Dionigi.
L’anziano vescovo sospirò e battè sulla spalla del giovane: “Figliolo caro, non immagini quanto mi ricordi me stesso quarant’anni fa! Ricordo il giorno della mia prima messa come se fosse oggi stesso. Ero nervosissimo. Allora la mia fede era tanta, e la mia determinazione persino di più. Ma né l’una né l’altra poterono sedare la mia agitazione. Mi sentivo vicino a Dio come mai lo ero stato nella mia (allora) breve vita, ma sembrava che neppure lui potesse fare alcunché per farmi passare la tremarella. Mi venne in mente quel vecchio adagio: ‘aiutati che il ciel t’aiuta’. Un poco pagano, forse, ma sicuramente veridico. Bene, è ciò che feci: mi aiutai. Misi di nascosto due gocce di vodka nell’acqua benedetta…”
Gli strizzò l’occhio.
“Ma don Dionigi… io, ecco… l’alcol è… è peccato, e io sarei astemio”.
“Figliolo, due gocce non ti faranno certo finire all’inferno, dammi retta”.
Il giovane prete ringraziò e si ritirò in canonica. Il giorno successivo seguì il consiglio del vescovo.
Funzionò. Don Carlo si sentiva così intrepido che avrebbe potuto fare la predica in mezzo a mille guerrieri saraceni.
Venuta la sera, Don Carlo fece ritorno in canonica orgogliosissimo di sé. Sul tavolo c’era una lettera di don Dionigi. La aprì. Diceva:

“Caro don Carlo
sono molto felice di constatare che hai seguito il mio consiglio, ma, in relazione alla messa che hai celebrato quest’oggi, sono costretto a farti qualche piccolo appunto.
Innanzitutto io ti avevo detto ‘due gocce di vodka nell’acqua’ e non ‘due gocce d’acqua nella vodka’. E chi ha mai parlato di ‘offrire un secondo giro a tutti’? E soprattutto, cosa ti è venuto in mente di mettere limone e zucchero sul bordo del calice?
Inoltre:
– ci sono 10 comandamenti e non 12;
– ci sono 12 apostoli e non 10;
– non ci si riferisce a Gesù Cristo e ai suoi discepoli come ‘GC and the band’;
– non ci si riferisce a Giuda come ‘quel figlio di puttana’;
– il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono ‘il Vecchio, Junior e Colombo’;
– Berlusconi non è il Santo Padre;
– quella ‘casetta di legno tanto carina’ era il confessionale e non la toilette;
– le ostie vanno distribuite ai fedeli per la comunione e non servite come aperitivo;
– se decidi di non indossare mutande sotto la tonaca, fai pure, ma in tal caso, per favore, evita di rinfrescarsi tirando su il vestito;
– l’idea di chiamare il pubblico a battere le mani è stata lodevole, ma ballare la macarena e fare il trenino tra i banchi mi è parso un po’ esagerato;
– la messa deve durare circa un’ora e non due tempi da 45 minuti;
– quando muoiono, i peccatori finiscono all’inferno e non ‘a farsi fottere’;
– quello nella croce era Gesù Cristo e non ‘il Che’;
infine, ti faccio presente che quella ‘vecchia checca in gonna rossa’ che avevi seduto di fianco… ero io!
Un saluto cordiale
Don Dionigi”

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