jean-claude izzo – solea

Recentemente ho conosciuto non una ma ben due persone, tra l’altro di sesso opposto, entrambe convinte che ‘Solea’ sia il più bel romanzo che abbiano mai letto.
La cosa mi ha incuriosito.
“Izzo è un bravissimo scrittore”, ha aggiunto Sara, “ma non devi essere troppo depresso quando lo leggi, mi spiego?”
Mi sono pure ricordato di una tizia che ci aveva scritto su un racconto. Una certa Monique Pistolato, se non ricordo male.
Sembrava davvero che tutto il mondo avesse letto questo straordinario romanzo, al di fuori del sottoscritto.
Potete immaginare la sorpresa di scoprire che ‘Solea’ faceva parte della catasta di libri che mi aveva prestato il Maffo.
Lo cominciai subito.
E subito capii.
‘Solea’ è un gialletto semplice e ingenuotto, la cui trama è tenuta insieme quasi esclusivamente dalla benevolenza del lettore. Un esempio tra i tanti. Una giornalista ha fatto una scoperta sconvolgente e ora è braccata dalla cupola della mafia mondiale. Si è rifugiata a casa di un amico, in un posto sicuro, sui monti, tra le capre. Il protagonista del romanzo, un suo ex-amante anch’egli tenuto d’occhio dalla mafia e dalla polizia, a un certo punto decide di contattarla. Ebbene: si procura il numero di telefono in due – dico esattamente due – righe di romanzo.
‘Solea’, nelle intenzioni dell’autore, è anche una sorta di manifesto ideologico, irto com’è di ramanzine. Tirate sulla cattiveria dell’uomo, sulla malvagità dei mafiosi e sulla fascisteria del Fronte Nazionale che hanno lo spessore narrativo di paternali per bambini disubbidienti e la pertinenza di uno stronzo dentro a un minestrone.
Ma la scrittura di Izzo riesce in qualche modo a essere viscerale, a emozionare. Sara si sbagliava. Al contrario: bisogna essere un tantinello depressi per apprezzare al meglio il romanzo in questione. Ma compresi comunque: ‘Solea’, voleva dirmi, è un eccellente esaltatore di sapidità emotiva.
C’è la figura di questo lupacchiotto solitario mezzo alcolizzato, ma dal cuore grande così, costretto a portare dentro il dolore di una ferita che mai si rimarginerà, questo anti-anti-eroe capace di buttare per aria una vita intera (di fallimenti?) soltanto per inseguire il palpito di un singolo istante; ecco, spetta proprio a lui il (relativamente) facile compito di traghettare dalla sua parte del fiume l’animo sbatacchiato di qualunque lettore si sia sentito, una volta nella vita oppure spesso, artefice o prigioniero di una analoga situazione.
Vita e morte, pesi opposti di una medesima leva, insomma, e il destino a fare da fulcro. Niente di esageratamente originale, dopotutto. E poi, parliamoci chiaro. A chi in realtà non è mai capitato? Chi di noi non ha mai afferrato i lembi della tovaglia coi pugni così stretti da fare bianche le nocche, strizzato i denti e il buco del culo e desiderato con tutto se stesso di dare quello stramaledetto strattone e fare volare tutto per aria? Chi?
E allora, a mio modo di vedere, Fabio Montale, il protagonista di ‘Solea’, non è che un altro mezzo fighetto ruffiano e qualunquisticamente sinistrorso, capace di apprezzare le cose piccole della vita e al contempo di magnificare l’eccellenza del Lagavulin per via di “quel leggero aroma di torba”. Uno di quei personaggi da aperitivo simpatici, che raccontano sempre le stesse storie strambe, che saluti volentieri, con i quali scambi anche quattro chiacchiere mentre sei lì al bancone del Dulcamara. Mentre aspetti che ti arrivi la birra che hai ordinato; mentre attendi l’arrivo della tua fidanzata per dirle che l’ami; mentre soppesi i pro e i contro di una decisione importante che devi prendere. Negli iati tra un momento di vita vera e il successivo.
Ma, d’altronde, un romanzo non è niente di più, niente di meno di questo.
Chi mi conosce sa che passaggi come questo qui sotto non m’impressionano più di tanto. E chi conosce il Lagavulin sa che il Lagavulin, al limite, è torba con un leggero aroma di whisky.
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Non avevo sputato sulle stelle. Non avevo potuto.
Al largo delle isole Riou avevo spento il motore e lasciato vagare la barca. Più o meno nel posto dove mio padre, tenendomi sotto le ascelle, mi aveva per la prima volta immerso nel mare. Avevo otto anni. L’età di Enzo.”Non avere paura”, diceva. “Non avere paura”. Non avevo avuto altri battesimi. E quando la vita mi faceva male era sempre in questo luogo che tornavo. Come per tentare, lì, tra il mare e il cielo, di riconciliarmi con il resto del mondo.
C’ero venuto anche dopo la partenza di Lole. Fino a qui. per un’intera notte.
Un’intera notte trascorsa a elencare tutto ciò che mi rimproveravo. Perché dovevo dirlo. Almeno una volta. Anche al nulla. Era il 16 dicembre. Il freddo mi congelava le ossa. Malgrado il Lagavulin che mandavo giù piangendo. Tornando, all’alba, avevo avuto la sensazione di tornare dal paese dei morti.
Solo. E nel silenzio. Ero avvolto da ghirlande di stelle. Dalla volta che disegnavano nel cielo nero. E dal riflesso sul mare. Unico movimento, quello della mia barca che galleggiava sull’acqua.
Restai così senza muovermi, Con gli occhi chiusi. Fino a quando, finalmente, sentii sciogliersi quel groppo di disgusto e tristezza che mi opprimeva. Qui, l’aria fresca restituiva al mio respiro il suo ritmo umano. Libero dalla sua lunga angoscia di vivere e di morire.
– non tutti sono disincantati, cinici e conoscono la vita come te; lasciaci le nostre “storielle” da borghesucci e non rompere il cazzo (ps Izzo viveva a Marsiglia, non a Fidenza). è una storia, un racconto (di genere) ed è onesto; per ora è tutto quello che chiedo a chi mi vuole raccontare qualcosa
– di whisky non capisci un cazzo; solo perché ora ti puoi permettere quelli da un centone la bottiglia, non ti fa diventare un esperto
hai ragione, Ufi, di un whisky non si può scrivere simili oscenità. Si dice, se è il caso, che si beve e basta.
Altrimenti è come dire di una donna che ha le labbra molto morbide, o di un formaggio coi buchi che ha un buon sapore di emmenthal svizzero.
Sono quella tizia che tu citi. Non ti conosco e non ho mai scritto un racconto ispirato a Solea. Fatte queste precisazioni, ritengo Izzo un autore di noir mediterraneo bravo… forse dovresti leggere qualche altro libro suo e prendere un po’ di fosforo per la memoria soprattutto quando si fanno nomi e cognomi a sproposito.
cara monique, credo che seguirò il tuo consiglio e leggerò qualcos’altro di j.c. izzo un giorno o l’altro. e prenderò pure un po’ di fosforo che mi farà certo bene, vista l’età ormai non più tanto fresca. solo una precisazione: il racconto s’intitola ‘meglio suonare’ ed è stato pubblicato il 30/9/2007 sul quotidiano l’informazione di parma (non ho detto che è ispirato a solea, ho soltanto inteso che parla di solea). che dici? magari dovresti assumere un cicinino di fosforo pure tu.
con affetto e pure stima (il racconto non m’era dispiaciuto…)