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italo calvino – la giornata d’uno scrutatore

Ho modo di incontrare Robirobi troppo di rado.
In verità ci vediamo piuttosto spesso, ma il più delle volte c’è tempo soltanto per un saluto.
Quando si riesce a fare due chiacchiere prima o poi si finisce col parlare di libri.
Quando parliamo di libri prima o poi si finisce col parlare di Calvino.
A quel punto, io mi dileguo in fretta adducendo scuse del tipo “Ora vado a prendere una birra” o, se la birra ce l’ho già “Ora vado a pisciare”.
Il fatto è che Calvino, io, non l’ho mai letto. E non so come dirglielo. Mi vergogno troppo.
Veramente, a pensarci bene qualcosa forse emerge dalla nebbia dei ricordi. Sì. Avevamo letto qualcosa alle medie, sì. Degli estratti da “Il barone rampante”, mi pare, o forse da “Il visconte dimezzato”. Ma onestamente non ricordo un singolo rigo.
Ora ci ho messo una pezza, e non vedo l’ora di dirlo a Robirobi.
In realtà “La giornata d’uno scrutatore” non ha la forma del romanzo né la pretesa di raccontare una storia. Si tratta di una serie di riflessioni, sovente amare, sull’italietta spensierata degli anni sessanta e sui suoi discutibili costumi.
Di Calvino avevo l’opinione (riportata) come di un narratore dalla prosa semplice eppure straordinariamente evocativa. Uno scrittore estremamente profondo eppure capace di farsi capire, appunto, anche da un ragazzino delle medie.
Però non credo che alle medie qualcuno farà mai leggere “La giornata d’uno scrutatore”. Ma non per i contenuti, no. La frase qui sotto, per esempio. Io stesso l’ho dovuta leggere quattro o cinque volte. E non sono mica sicuro d’avere afferrato il concetto.
Sì, ho detto la frase. E’ una sola. Già.

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Anche nel suo dirsi “comunista” (e nel percorso che, per designazione del suo partito, egli compiva in quest’alba umida come una spugna) non si distingueva fin dove arrivasse un dovere tramandato di generazione in generazione (tra i muri di quegli edifici ecclesiastici Amerigo si vedeva – un po’ ironicamente e un po’ sul serio – dalla parte d’un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco – sia pur solo pep un esiguo resto di quell’eredità mai saputa far fruttare – nella città che tenne Giannone in ceppi) e fin dove lo sbocco in un’altra storia, vecchia appena d’un secolo ma già irta d’ostacoli e passi obbligati, l’avanzata del proletariato socialista (allora era attraverso le “contraddizioni interne della borghesia” o l’“autocoscienza della classe in crisi” che la lotta di classe era arrivata a smuovere anche l’ex borghese Amerigo), o meglio la più recente – d’una quarantina d’anni soltanto – incarnazione di quella lotta di classe, dacché il comunismo era diventato potenza internazionale e la rivoluzione s’era fatta disciplina, preparazione a dirigere, trattativa da potenza a potenza anche dove non si aveva il potere (attraeva dunque anche Amerigo questo gioco di cui molte regole parevano fissate e imperscrutabili e oscure ma molte si aveva il senso di partecipare a stabilirle), oppure, all’interno di questa partecipazione al comunismo, era una sfumatura di riserva sulle questioni generali, che spingeva Amerigo a scegliere i compiti di partito più limitati e modesti come riconoscendo in essi i più sicuramente utili, e anche in questi andando sempre preparato al peggio, cercando di serbarsi sereno pur nel suo (altro termine generico) pessimismo (in parte ereditario anche quello, la sospirosa aria di famiglia che contraddistingue gli italiani della minoranza laica, che ogni volta che vince s’accorge d’aver perso), ma sempre in linea subordinata a un ottimismo altrettanto e più forte, l’ottimismo senza il quale non sarebbe stato comunista (allora bisognava dire, prima: un ottimismo ereditario, della minoranza italiana che crede di aver vinto ogni volta che perde; cioè l’ottimismo e il pessimismo erano, se non la stessa cosa, le due facce della stessa foglia di carciofo), e, nello stesso tempo, al suo opposto, il vecchio scetticismo italiano, il senso del relativo, la facoltà di adattamento e attesa (cioè il nemico secolare di quella minoranza: e allora tutte le carte tornavano a imbrogliarsi perché chi parte in guerra contro lo scetticismo non può essere scettico sulla sua vittoria, non può rassegnarsi a perdere, altrimenti si identifica col suo nemico), e sopra tutto l’aver capito finalmente quel che non ci voleva poi tanto a capire: che questo è solo un angolo dell’immenso mondo e che le cose si decidono, non diciamo altrove perché altrove è dappertutto, ma su una scala più vasta (e anche in questo c’erano ragioni di pessimismo e ragioni di ottimismo, ma le prime venivano nella mente più spontanee).

Un commento

  1. “Dunque, quello che conta d’ogni cosa è solo il momento in cui si comincia, in cui tutte le energie sono tese, in cui non esiste che il futuro? Non viene per ogni organismo il momento in cui subentra la normale amministrazione, il tran-tran? (Anche per il comunismo – non poteva non domandarsi Amerigo – anche per il comunismo sarebbe avvenuto? O stava già avvenendo?)”.

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