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in parole povere

Ricevetti una mail da Anna. Diceva: “E’ uscito il mio nuovo libro di poesie”.
Risposi: “Ah, bene”.
Un’altra mail. “Vorrei fare una presentazione”.
“Ah, bene”.
“Vorrei che fossi tu a presentarmi”.
“Ah, bene”.
Dopo un po’ scrissi una seconda mail. Diceva “Io che COSA?!?!?!?!?!?”.
“Sì, presenterai tu”.
“Io non ho mai letto poesie”.
“La poesia non si legge, si vive”.

Il dialogo qui sopra me lo sono inventato di sana pianta (annotazione: verificare l’etimologia dell’espressione di sana pianta) ma esprime bene il senso di inadeguatezza che ho sentito addosso.
Però, a conti fatti, sono molto contento di avere accettato. Ho rivisto un paio di amici, che non guasta mai, e poi le paste della sorella di Anna erano niente male, bella la performance delle Suggeritrici, e infine piacevole l’atmosfera calda e rilassata della serata intera. Che poi l’abbiamo spremuta per bene, io e Robirobi, la cara Anna, altroché! E ci ha saputo tenere testa, la fanciulla, e ci ha pure rifilato due lunghezze sul gran premio della montagna – che sarebbe, fuori metafora, la domanda trabocchetto di uno spettatore sulle analogie tra Parole povere e i crepuscolari (o era invece una stilettata al sottoscritto, che soltanto dieci minuti prima aveva definito Anna una futurista estirpata e collocata nel 2010?). Anche quando a un certo punto le domando qual è il processo di vinificazione delle sue poesie: prima sgrana gli occhi, poi risponde pronta. “Sono parole novelle”, dice, “approdate alla carta dopo un breve naufragio, sospinte da onde emotive.”
Parole povere è per l’autrice (ora scopiazzo da La provincia di Cremona) “Un blocco di appunti, stenografia della realtà. Segni di carta che vorrebbero essere poesia, ma che non sono niente senza l’azione poetica della vita. Il mio promemoria per ricordarmi di vivere”.
In questo momento fuori nevica, e sarà per questo che ripensando alle poesie di Anna me le immagino oggi come pupazzi di parole. C’è un un vecchio cappello qui, una carota là, e una scopa, dei bottoni. Oggetti comuni. Parole povere. E i fiocchi di parole compressi in poesia.

Nella foto sopra si possono vedere (o meglio, intuire) da sinistra, Marco Federzoni (chitarra), Marcella Pezzarossa (voce), Anna Martinenghi, Nevia Marten (voce).
Il testo sotto è Vie di fuga. La poesia che ho (indegnamente) letto durante la presentazione e per pura combinazione riproposto soltanto pochi giorni più tardi a un’adunanza poetica. Ma questa è un’altra storia.

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Ho percorsi di formiche nelle gambe
e ragnatele di rimmel fra le ciglia.

Un ragu’ di pensieri
cuoce a fuoco lento
nella mia mente,
mentre cerco
una fuga nelle piastrelle.

Fotocopie di giorni
si affastellano
sgranando
l’originale.

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