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in cinque

In molti ascrivono – erroneamente – la nascita delle boy-band a quel periodo di crepuscolo musicale che intercorre tra lo scioglimento degli Hong-Kong syndikat e la formazione dei Nirvana. L’opaco firmamento musicale di quei tempi era attraversato da sberluccicanti meteore che prendevano il nome di Bros., ve li ricordate?, e di New kids on the block.
Sorprendendo tutti, i Nirvana si spensero quasi subito, nel modo tragico e insensato che tutti conosciamo. Fu così che le boy-band ebbero modo di imperversare per tutti gli anni novanta a suon di decine di milioni di copie vendute. Backstreet boys, Spice girls, Take that, Boyzone. Fu un florilegio.
A onor del vero le boy-band esistevano già da un pezzo. Almeno dagli anni sessanta. Un nome su tutti: i Beatles. I quali, neanche maggiorenni, eruppero nel mondo intero nel modo più semplice e scontato: ripetendo tre volte a voce alta la frase “She loves you ye ye yeee”. O i Genesis, che alla medesima età pubblicavano un album del calibro di Trespass. O i Jackson 5, per dirne un’altra.
E se io, quindicenne, non riuscivo a smettere di canticchiare pezzi come Cat among the pigeons o Hangin’ tough, mia madre, a sessant’anni suonati, ancora si commuove quando alla radio passano Love me do o Hard day’s night.
Qualcuno dice che è dal sessantotto sessantotto che non si fanno più rivoluzioni. Chiuso. Stop. Visto com’è andata a finire posso anche capire. Ciò che rimane sono due mollicce generazioni cresciute a base di soap-opere e boy-band.
Solo due?
Qualche annetto fa ero a cena da mia nonna.
Mia nonna fa novant’anni a settembre, non ha un capello bianco in testa ed è imbattibile a Trivial pursuit. Se non si cena alle sette spaccate sono cazzacci per tutti quanti. All’epoca, di anni, ne avrà avuti ottantaquattro, ottantacinque. A un certo punto salta su e fa “I’en pran brèv chi ragàs a canter”.
Non mi scomposi. Sono abituato alle sue stranezze.
“Chi, nonna? Che ragazzi?”
“Quii che canten alla tivì. I’en sinc”.
“Sono in cinque?” domandai.
“Sì, en sinc. Li conosci?”
“Nonna, praticamente tutte le boy band del mondo sono composte da cinque elementi. E’ una complicata questione che intreccia marketing e sociologia: Non credo che…”
“I’en sinc! I’en sinc!” Mia nonna insisté.
“HO CAPITO CHE SONO IN CINQUE! – sbraitai – però adesso calmati che poi ti va su la pressione, okay?”
“I’en sinc”, disse lei ancora una volta, indicando il televisore col dito nodoso.
Mi voltai. Al centro dello schermo, davanti al microfono, c’era un Justin Timberlake insolitamente ben vestito e impomatato.
Fu così che scoprii che mia nonna era una fan sfegatata degli N’sync.

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