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fretta

Periodicamente mi capita di andare a Torino in riunione con i miei clienti.
C'è chi sostiene che lavorare sia altro.
E forse, dopotutto, ha anche ragione.

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Una giornata di afa. Sono sudato, stanco e incazzato. Ritorno da Torino: tre ore di auto. Lavori in corso, autostrada, camionisti assassini, sorpassi da destra, code, vigili, traffico intenso. Autoradio spenta. Vivavoce inarrestabile: clienti, richieste, cinesi, lamentele, prezzi troppo alti, scarsa competitività, siamo i fornitori peggiori.
Afa-lavori-cinesi-code-clienti-camionisti-ancoralavori-siamoifornitoripeggiori.
I fornitori peggiori.
Ho fretta.
Otto e mezzo di sera, la cravatta come un cappio, la camicia una vergine di ferro, l’emicrania una garrotta che preme, preme. Non ne posso più.
Ancora pochi chilometri.
Lì davanti un paio di ragazzini in bici, affiancati, chiacchierano e, senza fretta, pedalano. Uno dei due tiene sottobraccio il pallone, l’altro ha uno zaino sulle spalle. Stanno occupando l’intera corsia.
Levo la mano dal cambio e la appoggio al centro del volante.
Per un istante il ricordo di quei pomeriggi di niente, ai tempi del liceo, a bighellonare per il centro, in bici a due a due, scambiandosi parole futili finalizzate solamente a tirare sera, ché bastava una panchina e una birra per sentirsi il mondo tra le mani, l’effimera sensazione di essere onnipotenti. Più o meno vent’anni fa.
Premo. Hoonk, hoooooonk! “E LEVATEVI DI TORNO, TESTEDIMINCHIA!”
Contemporaneamente la sensazione, insinuante e crudele, di qualcosa irrimediabilmente perduto.

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