il paradosso di olbers

per quanto maledettamente potente fosse la roba che si fumava olbers, non è niente in paragone a ciò che si sparano questi tizi.
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Non riuscivo a prendere sonno per via di alcune cose che insistevano nell’essere pensate. Decisi pertanto di giocherellare un po’ col paradosso di Olbers, così da distrarmi un po’.
Secondo Olbers, presupponendo che l’universo sia infinito nelle dimensioni e così pure, nel numero, le stelle, allora il cielo notturno dovrebbe essere tutto bianco invece che nero. Perché basterebbe tirare un’ipotetica linea da un punto qualunque della volta celeste verso fuori e prima o poi si finirebbe coll’intercettare una stella. Una stella messa lì di proposito, per illuminare esattamente quel punto. Una teoria indubbiamente affascinante, sì. Ma anche un poco presuntuosa. Come dire che il cosmo è un immenso lampadario acceso messo lì a uso e consumo di noialtri.
Per qualche ragione fui sbalzato indietro di quasi vent’anni: ritornai con la mente a quel 10 agosto. Io e Marika avevamo trascorso tutta la sera a guardare le stelle sdraiati in un prato, su a Guardasone. Il cielo era terso e le stelle scintillavano come aculei d’argento. Marika mi indicava le costellazioni una a una e mi spiegava l’origine del loro nome. Io ascoltavo e non dicevo nulla. Avevo il cuore che prendeva a calci le costole per uscire, boom, booom, cataboooom! Ero terrorizzato che a un certo punto quell’affare potesse schizzare fuori dal torace e finirle dritto addosso sbrodolando sangue. Pensa che figuraccia. Contavamo le stelle cadenti. Facevamo a gara a chi ne vedeva di più. Lei era arrivata in breve tempo a dieci. Io ero rimasto a tre, e se la memoria non m’inganna avevo barato su una. Eravamo rimasti così tutta la sera, testa contro testa a contemplare le stelle, finché a un certo punto Marika mi aveva chiesto se potevamo rincasare. Immediatamente, il cuore aveva smesso di scalciare. Aveva smesso di battere. Aveva smesso di fare tutto, insomma. Certamente, avevo risposto, facciamo come desideri. La accontentai, ma mi sentivo molto triste. Possibile che lassù in quel casino di puntini non ci fossero più costellazioni da guardare? Neanche una? Possibile che avessimo già visto tutto? Ma faceva freddo, effettivamente, e il cielo si stava rannuvolando. Lo maledissi.
Raccogliemmo i nostri teli e facemmo ritorno a casa. Prima di scendere dall’auto Marika mi baciò una guancia e mi guardò negli occhi. I suoi occhi erano più neri di un intero universo, e brillavano più di mille costellazioni. Brillavano più di quanto avrebbe brillato il cielo medesimo se pure avesse dato retta a Olbers e si fosse fatto tutto bianco di stelle.
La settimana successiva Marika aveva un nuovo fidanzato. Un certo Alberto. Un tizio che faceva il terzo anno di Fisica, appassionato di stelle e di fantascienza. No, non ero io. Io ero matricola di Ingengeria e di stelle io… ah, maledizione.
E’ un dato di fatto che il paradosso di Olbers in realtà fu formulato da Keplero. Mi addormentai domandandomi quante volte nella vita le cose che dovrebbero essere tue finiscono in realtà nelle mani di qualcun altro. E perché, poi.