daniel pennac – la fata carabina

Se faccio mente locale, mi viene da pensare che forse il secondo è un giallo un po’ più strutturato del primo della serie, dove l’inghippo altro non era che un mero pretesto per permettere all’azione di turbinare attorno al protagonista. E se questo indulgeva nel grottesco da un punto di vista linguistico, al punto che talvolta era persino difficile capire cosa stesse accadendo, quello, al contrario, ha la tendenza a eccedere nelle situazioni. Un linguaggio quindi, quello del secondo romanzo, più misurato, più aderente alla situazione. Più maturo, se vogliamo.
Ah, scusate. Sto tentando di confrontare ‘Il paradiso degli orchi’ e ‘La fata Carabina’, rispettivamente primo e secondo romanzo della strafamosa saga di Benjamin Malaussène, scritta da Daniel Pennac.
I romanzi vanno giù come pinte di Pils nella burella dell’inferno, uno in treno mentre attendevo di raggiungere il Conero per le ‘Cantine aperte’, l’altro a letto col piede per aria, mentre attendevo che venisse sera. Di Pennac non posso che apprezzare uno stile spumeggiante nonché una invidiabile capacità di confezionare un’ottima torta a partire da pochi consunti ingredienti. L’humour nerissimo, unitamente a certi momenti davvero irresistibili ne fanno una di quelle letture dalle quali è davvero difficile staccare il naso prima di avere terminato.
Un’eccellente lettura da ombrellone, insomma.
Siamo a Belleville, sobborgo di Parigi. Fa un freddo cane ma l’atmosfera è molto calda per causa di una inspiegabile e ferocissima sequenza di delitti. Questo è l’inizio del primo esplosivo capitolo del romanzo.
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Era inverno a Belleville e c’erano cinque personaggi. Sei, contando la lastra di ghiaccio. Sette, anzi, con il cane che aveva accompagnato il Piccolo dal panettiere. Un cane epilettico, con la lingua che gli penzolava da un lato.
La lastra di ghiaccio somigliava a una cartina dell’Africa e copriva l’intera superficie dell’incrocio che la vecchia signora si accingeva ad attraversare. Sì, sulla lastra di ghiaccio c’era una donna, molto vecchia, malferma sulle gambe, che trascinava con millimetrica prudenza una pantofola davanti all’altra. Reggeva una sporta dai cui spuntava un porro d’occasione, portava un vecchio scialle sulle spalle e un apparecchio acustico nella piega dell’orecchio. Con il loro avanzare strisciante, le pantofole l’avevano condotta, diciamo, fino al centro del Sahara, sulla lastra a forma di Africa. Doveva ancora farsi tutto il sud, i paesi dell’apartheid e via dicendo. A meno che non tagliasse per l’Eritrea o la Somalia, ma nel canaletto di scolo il mar Rosso era terribilmente gelato. Queste considerazioni zampettavano sotto i capelli a spazzola del biondino dal loden verde che osservava la vecchia dal marciapiede e trovava, il biondino, di avere una gran fantasia, per l’occasione. D’un tratto, lo scialle della vecchia si piegò come l’ala di un pipistrello e tutto si immobilizzò. La donna era stata quasi sul punto di perdere l’equilibrio. Il biondino, deluso, bestemmiò fra i denti. Aveva sempre trovato divertente vedere qualcuno rompersi il cranio. Faceva parte del disordine della sua testa bionda. Peraltro impeccabile, vista da fuori, la testolina. Non un capello più alto dell’altro, sulla superficie ispida e folta del taglio a spazzola. Ma non gli piacevano tanto i vecchi. Li trovava vagamente sporchi. Li immaginava ‘da sotto’, se così si può dire. Stava dunque chiedendosi si la vecchia sarebbe ruzzolata oppure no sulla banchisa africana quando scorse altri due personaggi sul marciapiede di fronte, peraltro non senza rapporti con l’Africa: degli arabi. Due. Nordafricani, insomma, o maghrebini, dipende. Il biondino si domandava sempre come chiamarli per non passare per razzista. Con opinioni come le sue, era molto importante non passare per razzista. Lui era Frontalmente Nazionale e non lo nascondeva. Ma appunto per questo non voleva sentirsi dire che lo era perché era razzista. No, no. Come aveva imparato molto tempo fa in grammatica, non si trattava di un rapporto di causa, ma di conseguenza. Era Frontalmente Nazionale, il biondino, cosicché aveva avuto modo di riflettere oggettivamente sui pericoli dell’immigrazione selvaggia ed era giunto alla ragionevole conclusione che bisognava sbatterli fuori subito, quei selvaggi, primo per la purezza della razza francese, secondo per la disoccupazione, e poi per il discorso della pubblica sicurezza. Quando si hanno tante buone ragioni per avere un’opinione giusta, non bisogna lasciarsela macchiare da accuse di razzismo.
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