Propessene Marilù
Incontro l’autrice de “le persone che muoiono” nella stanza bianca rossa e arancione nella quale si è relegata dopo l’imprevisto successo della suddetta pièce. Mi apre la porta con stizza educata e mi conduce alla scrivania sulla quale ha prodotto le cose migliori: racconti, disegni e sperimentazioni eterogenee.
– Buongiorno.
– Questo lo dice lei.
L’artista è sulle sue. Posso capirla. L’ho interrotta mentre era all’opera. Lo si intuisce dal pennarello viola senza tappo appoggiato sul bordo di un foglio.
– La disturbo? Vuole che vada via?
– Faccia quello che si sente.
– E se sento di non sentire niente?
– Pochi sofismi. Cominciamo quest’intervista. Ma che sia breve.
L’artista ha carattere. Mi piace. Mi piace così tanto che evito di dirle che tecnicamente l’intervista è già iniziata.
– Si aspettava questo successo?
– No.
– Perché no?
– Non ero certa che il mondo fosse pronto a qualcosa di così dirompente.
– Cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”?
– Se me lo chiede non merita di sapere la risposta.
Confermo: l’artista ha carattere.
– In realtà credo di saperlo: il titolo. Un titolo, me lo lasci dire, faulkneriano.
– Il suo è un commento falsamente dotto. Cosa ci trova di faulkneriano nel titolo?
– Beh, ha presente “mentre morivo”?
– Seguendo il suo ragionamento allora dovrebbe essere un titolo anche Manniano. Ha presente “la morte a Venezia”? Oppure Rowlingiano. Ha presente “Harry Potter e i doni della morte”?
Dolente di ripetermi, ma non posso che ribadirlo: l’artista ha carattere.
– Non mi ha ancora detto cosa c’è di dirompente ne “le persone che muoiono”.
– Non il titolo. Questo è certo. E neppure quelle due parole.
– Quali due parole?
– Lo sa, quali.
– Quali due parole?
– Non me lo faccia dire.
– Lo dica, lo dica. Quali due parole?
– Non insista.
– Insisto, invece. Quali due parole?
– Le sue, caro il mio coautore dei miei coglioni. Le sue.
Ancora più dolente di correggere il tiro: l’autrice ha troppo carattere.
– Scusa, pa…
– Non importa, non importa.
– Ma lo vedi che tipo sei? Pur di mantenere questa sorta di alone di mistero da quattro soldi sulla mia identità, rinunci a rimproverarmi per la parolaccia.
– Non è per questo.
– Ah, no? E per cosa allora?
– E’ perché neanch’io sono innocente. Ho scritto quelle due parole. Belle, perfette, ma volgari. Non avrei dovuto. Non riesco a perdonarmi.
– Bugiardo. Sei riuscito benissimo a perdonarti, ti conosco.
– Ti conosco? Ma quand’è che abbiamo cominciato a darci del tu?
– Io, sei battute fa. Tu, tecnicamente, non ancora. A proposito…
– Di cosa?
– Di tecnica. Le tue due parole di cui vai tanto fiero pur fingendo di vergognartene fanno schifo.
– Schifo, addirittura.
– Forse non schifo, ma non sono nulla di speciale. Al posto di quelle due parole avresti potuto scriverne altre due qualsiasi, ottenendo lo stesso effetto.
– Per esempio?
– Cialtroni puzzolenti. Vita grama. Chicco Belva. Juventus Inter. Maurizio Seymandi. Propessene Marilù. Due qualsiasi.
– Anche due qualsiasi?
– Anche. E adesso scusa, ma ti prego di accomodarti fuori. Devo cominciare il sequel de “le persone che muoiono”.
– Qualche anticipazione?
– Solo il titolo. “Unicorni contro Robot”.
– Ti servono per caso due parole?
– Eventualmente mi faccio viva io.
Giro i tacchi mentre l’artista impugna il pennarello viola. Ho appena il tempo di notare l’abbozzo di quello che potrebbe essere lo zoccolo di un pegaso pony di terza generazione. Faccio per aprire la porta della stanza bianca rossa e arancione.
– Papà.
– Dimmi, bimba.
– Niente.
Felice di correggermi ancora una volta: l’artista ha esattamente il carattere che deve avere. Né più né meno.