Zumba•Blog

Una foto, millecentosette parole

 

La prima volta che l’ho vista non me ne sono accorto, nemmeno la seconda, ma la terza o la quarta volta che ho guardato per bene la faccia di Agata ho capito che le somiglio. Quando mi sono accorto che le somiglio (non me ne sono accorto solo io, se n’è accorta anche la mia innamorata, e se se n’è accorta la mia innamorata, che è anche la mamma di Agata, allora deve essere proprio vero che le somiglio, perché la mamma di Agata mi ama, ama la mia faccia e via dicendo, ma come è normale ama più la sua faccia che la mia e vorrebbe assomigliarle più di me) mi sono detto che è una cosa buona assomigliare a una figlia; prima di tutto perché è una prova di paternità certa – messa in dubbio solamente dall’eventuale esistenza di un mio sosia che comunque non ho ragione di temere che esista -, e poi perché assomigliare alla propria figlia è come avere un altro te stesso che ti tiene d’occhio e che controlla che tu non faccia scherzi di nessun tipo a lui che è quasi te, ma piccolo e femmina (quindi somigliante sì, ma con alcune grandi differenze). Un’altra cosa che ho fatto quando mi sono accorto di assomigliare ad Agata è stata guardare un vecchio album di fotografie per vedere se le assomigliavo anche quando ero un neonato come lei. Ho guardato e ho visto che le assomigliavo molto anche da neonato, ma forse le assomiglio un po’ di più ora che sono adulto. Questa cosa mi ha in parte stupito, perché pensavo che fosse più probabile che i neonati si assomigliassero tra loro più di quanto assomigliassero agli adulti, soprattutto in questo caso che è un caso di parentela stretta, ma quello che mi ha stupito senz’altro di più è stato il pensiero successivo. Il pensiero successivo è stato: se assomiglio ad Agata più da adulto che da neonato, allora forse sarebbe stato meglio se da neonato fossi stato più simile a lei che a me.
A questo avrei potuto benissimo smettere di pensare, ma non l’ho fatto; ho pensato un’altra cosa e precisamente questa: se Agata e io ci assomigliamo così tanto adesso, quanto ci assomiglieremo tra qualche anno, quando lei sarà adulta e io non ancora vecchio? L’unica risposta che mi è venuta in mente è che quel giorno ci assomiglieremo ancora più di quanto io oggi assomigli a me stesso. Dopo essermi dato questa risposta mi sono detto: bravo, complimenti, bella risposta stuzzicante, peccato solo che non voglia dire niente, perché nessuno è uguale a un altro più di quanto quell’altro sia uguale a se stesso. Allora a questa affermazione ho ribattuto: questo lo dici tu, vedrai che mia figlia, che poi è anche tua figlia, visto che tu che hai affermato quello che hai affermato altro non sei che un’altra parte di me – un po’ come mia figlia, ma più adulto e meno femmina di lei -, vedrai che nostra figlia, che sarà di certo eccezionale, riuscirà in questa cosa apparentemente impossibile: nostra figlia da adulta sarà più uguale a noi di quanto noi siamo uguali a noi stessi. Questa ribattuta ha per un attimo lasciato di sasso la parte di me che aveva affermato quello che aveva affermato riguardo alla risposta stuzzicante, ma poi questa parte si è riscossa e ha detto a quell’altra: è giusto e tutto sommato apprezzabile che ami così tanto tua figlia da ritenerla in grado di fare cose che a me sembrano impossibili, ma se non vuoi giocarti la tua credibilità è il caso che spieghi come farà Agata da adulta ad assomigliare a noi più di quanto ci assomigliamo noi. Subito dopo quell’altra parte, che evidentemente ci teneva a fare bella figura con la sua antagonista, con il sorriso trionfante di chi pensa di avere in tasca la battuta che porrà fine alla questione, ha detto una cosa che non ha posto in realtà nessuna fine, ma anzi ha stimolato la continuazione della discussione con l’altra parte di me.
Ti spiegherò con un’immagine. Provaci. Guglielmo Tell. Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell. La freccia di Guglielmo Tell cosa? La freccia di Guglielmo Tell dentro l’altra freccia. Non era dentro la mela, la freccia di Guglielmo Tell? Dici che era dentro la mela? Mi sembra di sì, e la mela era sulla testa di suo figlio. E allora chi tirava la freccia con grande precisione dentro l’altra freccia? Non so, forse Robin Hood. Robin Hood non era quello che deviava il corso delle frecce colpendole con altre frecce? Non saprei dirti, può darsi. Che fosse il figlio di Guglielmo Tell, che tirava la freccia dentro la freccia dentro la mela che era stata poco prima sulla sua testa, per non essere da meno del padre? Per quello che so poteva anche essere il figlio di Robin Hood che deviava le frecce tirando altre frecce dentro le frecce, per non essere da meno né di suo padre né di Guglielmo Tell né del figlio di Guglielmo Tell. Ma Guglielmo Tell secondo te assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata? Difficile dirlo, forse sì; in questo caso c’è da chiedersi se anche Robin Hood assomigliava a suo figlio come noi assomigliamo ad Agata. Non chiediamoci però quanto si assomigliavano tra loro Robin Hood e Guglielmo Tell. No, infatti: non chiediamocelo. Né quanto si assomigliavano i loro figli. Ci mancherebbe altro. Tra l’altro non so tu, ma io non ho informazioni certe sull’esistenza del figlio di Robin Hood. Ah, non guardare me, io ne so meno di te. Chiediamoci piuttosto una cosa più importante. Cioè? Assomiglieremo al figlio di Agata, nostro nipote, ancora più di quanto assomigliamo ad Agata? Non lo so ma sarebbe bello. E al figlio del figlio di Agata, ancora più che al figlio di Agata? Lo so ancora meno ma sarebbe ancora più bello. Fino ad arrivare tra milioni di generazioni ad avere un propropropronipote che rappresenterà il centro del centro della nostra essenza, la più piccola e la più precisa delle nostre matriosche? Chissà.
E’ finita con un chissà questa discussione tra me e me; una discussione che può apparire oziosa ma oziosa non è, perché dimostra che quei brividi quieti che scuotono con dolcezza la parte migliore del mio animo quando tengo Agata in braccio altro non sono che vibrazioni del mio centro che entra in risonanza con il centro del mio centro, con lei, che è allo stesso tempo dentro e fuori, l’unico parto possibile per chi non può partorire, il parto senza travaglio dell’uguale a se stesso. O forse non lo dimostrano, non so.

Ho scritto questa cosa due mesi dopo che è nata Agata.

La foto forse è del 1977.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *