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La capsula

Ormai non mi capita quasi più di accompagnare Agata a scuola, ci pensa sempre Camilla. Io porto Nora.

Le poche volte che accompagno Agata sono così felice che mi innervosisco un po’. Facciamo la strada che porta alla materna in silenzio, come due innamorati che non sono più abituati a passare del tempo insieme. Se parliamo è per dirci cose da nulla. Di solito cerco di metterci tanto tempo, per stare il più possibile con lei, ma visto che le dico sempre che ho fretta, e visto che Agata è una che se le dici che fai una certa cosa  perché le vuoi bene è anche capace di prenderti per il culo per la tua ammissione, più o meno come Nastasja Filiippovna nell’Idiota di Dostoevskij – salvo poi stare male di nascosto per il suo microsadismo, più o meno come Nastasja Filippovna nell’Idiota di Dostoevskij -, nascondo questo allungamento dei tempi cercando di distrarla.

Guarda Agata, guarda quella pozzanghera!
Cosa?
No, niente. E’ abbastanza profonda.

Guarda Agata, guarda quella macchina verde!
Cosa?
Un mio amico ce l’ha uguale.

Quando alla fine arriviamo alla materna saluto Agata, l’abbraccio forte come se non dovessi vederla per un anno e la guardo entrare in classe mentre mi dice ‘ti saluto dalla finestra’. 

Io corro giù, faccio i quattro passi del cortile fuori dalla visuale di Agata schiacciando una capsula di tristezza sotto la lingua, poi mi giro e guardo in su. Agata è lì che saluta. La saluto anch’io, e mentre la saluto ho la strana impressione di salutare anche qualche parte di me.

 

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