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E’ un tempo complesso, un tempo esemplificato dalla metafora del footing: lo schifo e l’estasi si attorcigliano.
E’ un tempo che Nora si sveglia tanto alla notte, e spesso c’è da fare delle veglie, cullarla, cantarle canzoni, lasciar passare la burrasca.
Fare queste cose – fare le veglie – è esattamente come fare le corse. E’ una merda, ma è anche bello. E’ una fatica che ti annienta e ti fa bene. Mentre sono lì, alle tre di notte, che giro per il salotto e mi prendo le testate di Nora sullo sterno, io penso che è perfetto, è una dannazione perfetta, una fatica che spero finisca presto e duri per sempre, e mentre sono lì a scuoterla e stordirla le parlo della mia tesi sugli effetti antidepressivi della privazione di sonno, e le dico che sperimento io stesso quegli effetti su di me, e lei dicendomi brrr mi vuole dire che forse quel che avverto è più che altro un placebo, e io allora le ribatto che non è un placebo, è la neurofisiologia, e la neurofisiologia non scherza un cazzo, e lei dicendomi tatata mi vuole dire che se per caso sono laureato in neurofisiologia sono pregato di esibire i documenti che lo attestano, documenti su cui lei sarà poi lieta di depositare qualcosa che se non sarà marrone sarà comunque di un giallo o di un verde che virano verso il marrone, e io le dico che non c’è bisogno di essere laureati in neurofisiologia per sapere come funzionano serotonina e catecolamina, e lei dicendomi baba mi vuole dire di non approfittarmi del fatto che ha solo otto mesi e non sa esattamente cos’è la serotonina perché ne sa comunque quanto basta per sapere che io non ne so molto più di lei, e a quel punto io mi arrendo, la stringo forte, le do un bacio con lo schiocco che rischia di svegliare Agata e Camilla, e le dico che ha ragione lei, come sempre, e che mi ha smascherato anche stavolta, e che allora tanto vale godersi come viene quel tempo complesso, che sia quel che sia, e che sto bene anche se sto male a prendere testate sullo sterno parlando di neurofisiologia con chi ne sa più o meno come me ma con meno ingiustificata vanagloria, e che quella tortura sublime speriamo che finisca o duri per sempre, e che una di queste notti ambigue, nella disperazione esaltata dell’insonnia catecolaminica, scriverò il più bel racconto del mondo, finalmente un racconto libero da solipsismi e autocompiacimenti, un racconto ruvido, pulsante, spigoloso e senza aggettivi, un racconto sanguinante e purulento, e lei dicendo aggghu mi vuole dire che ci posso scommettere, che una di queste notti scriverò un racconto ruvido pulsante e spigoloso, e che quel racconto farà cagare.

 

2 commenti

  1. potrei dire fofo oppure potrei dilungarmi in una dissertazione tatticamente paratattica e irta di perifrastiche e rafforzativi con l’unico scopo autocompiaciuto e solipsistico di dimostrarti che, pur sembrando implicitamente antitetici, nella realtà dei fatti le perifrastiche e i rafforzativi non fanno altro che rafforzare i rafforzativi – le perifrastiche – e parafrasare le perifrasi – i rafforzativi – e per non apparire solipsisticamente autocompiaciuto mi tratterrò dal dire o scrivere tutto ciò e mi limiterò soltanto a dire fofo, significando che questo è probabilmente uno dei pensieri più belli e meglio scritti che abbia letto nella mia ormai non più tanto breve vita.

  2. Non so perchè ma noto qualcosa di vagamente conosciuto. Credo che di sto passo comincerò a scrivere racconti di merda. Ah, saluti e buone notti insonni.

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